Intervista ad Antonella Baiocchi Psicoterapeuta, Esperta in Criminologia
L’ennesimo omicidio. Questa volta a Civitanova Marche.
Un uomo di 62 anni viene ucciso dalla compagna. La donna dichiara: «Mi sono difesa.»
Sarà la magistratura ad accertare i fatti.
Ma, ancora una volta, il dibattito pubblico sembra imboccare un copione già visto.
A commentare è la dott.ssa Antonella Baiocchi, psicoterapeuta, esperta in criminologia, autrice del saggio La violenza non ha sesso e presidente nazionale del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere.
«Ogni volta che una donna uccide un uomo, il dibattito si concentra immediatamente sulle possibili giustificazioni. Quando è un uomo a uccidere una donna, il confronto pubblico tende invece a spostarsi rapidamente verso il femminicidio inteso come uccisione “in quanto donna”. Questo doppio binario impedisce di analizzare i fatti con lo stesso criterio.»
Secondo Baiocchi, il problema non è negare l’esistenza dei femminicidi, ma evitare che il movente venga dato per presunto anziché accertato.
«Il movente è un fatto da dimostrare. Non può essere dedotto automaticamente dal sesso dell’autore o della vittima.»
Crimini d’odio o conflitti relazionali?
Per la criminologa, negli ultimi anni si è consolidata una lettura che tende a ricondurre molti omicidi di donne alla categoria del crimine d’odio “in quanto donna”, mentre nei casi in cui l’autrice è una donna si tende a ricercare più facilmente elementi di giustificazione, come la legittima difesa, la paura o un contesto di sopraffazione.
Secondo Baiocchi, questa impostazione rischia di oscurare un dato fondamentale:
«Nella maggior parte degli omicidi relazionali il movente da accertare riguarda dinamiche come gelosia, possesso, controllo, vendetta, risentimento, incapacità di accettare una separazione o un rifiuto. Sono dinamiche che possono riguardare uomini e donne. Trasformarle automaticamente in crimini d’odio legati al sesso significa semplificare fenomeni complessi prima ancora che siano stati analizzati.»
Per Baiocchi, la violenza nasce dall’analfabetismo psicologico, cioè dall’incapacità di gestire conflitti, frustrazioni e divergenze, e non da un’appartenenza di sesso.
I dati che non vengono raccolti
A rendere ancora più difficile una lettura completa del fenomeno è, secondo Baiocchi, la mancanza di dati comparabili sulla violenza agita dalle donne e su quella subita dagli uomini.
«Ciò che non viene misurato finisce per diventare invisibile.»
Nel vuoto lasciato dalle rilevazioni ufficiali, un contributo arriva dall’Osservatorio Statistico di Lafionda.com, che monitora quotidianamente gli episodi riportati dalla cronaca.
Dal 1° gennaio al 2 luglio 2026, il monitoraggio ha censito:
206 episodi di violenza contro uomini;
214 episodi di violenza contro minori e anziani;
403 casi di false accuse o denunce strumentali, secondo i criteri adottati dall’Osservatorio.
Tra i 206 episodi di violenza contro uomini, risultano censiti:
25 omicidi;
14 tentati omicidi;
54 lesioni personali;
47 episodi di stalking;
21 maltrattamenti;
21 estorsioni;
19 minacce, oltre ad altri reati.
Gli stessi curatori precisano che si tratta di un monitoraggio della cronaca, non di statistiche ufficiali. Per Baiocchi, proprio questa attività evidenzia la necessità di una raccolta istituzionale omogenea che riguardi tutte le vittime.
La violenza non ha sesso
Secondo la criminologa, continuare a raccontare la violenza come un fenomeno riconducibile principalmente a un solo sesso produce effetti concreti: alcune vittime ricevono maggiore attenzione, altre rimangono meno visibili; alcuni comportamenti vengono analizzati con un certo schema interpretativo, altri con uno diverso.
«La prevenzione non nasce dalle categorie ideologiche», conclude Baiocchi. «Nasce dalla conoscenza. E la conoscenza richiede dati completi, analisi rigorose e la disponibilità a studiare ogni forma di violenza con gli stessi criteri, senza presunzioni legate al sesso di chi agisce o di chi subisce.»
Perché la violenza non ha sesso. Ha cause psicologiche, relazionali e individuali. Solo riconoscendole senza pregiudizi sarà possibile costruire politiche di prevenzione e tutela che non lascino indietro nessuna vittima.



















