Il Disegno di Legge sulla caccia promosso dal governo Meloni continua a suscitare forti polemiche. Dopo l’approvazione in Senato, il provvedimento è ora all’esame della Camera dei Deputati, mentre aumentano le critiche da parte delle associazioni ambientaliste, degli esperti di biodiversità e perfino della Commissione Europea.
Secondo numerose organizzazioni impegnate nella tutela della fauna selvatica, la riforma rischia di rappresentare un passo indietro nella protezione degli ecosistemi italiani, favorendo gli interessi del mondo venatorio a discapito della conservazione della natura.
La Commissione Europea osserva con attenzione il DDL Caccia
Uno degli elementi più significativi emersi nelle ultime settimane riguarda la posizione della Commissione Europea. Sebbene l’iter legislativo non sia ancora concluso, Bruxelles ha confermato di seguire attentamente l’evoluzione della norma.
Si tratta di un segnale tutt’altro che marginale. Normalmente le istituzioni europee evitano di intervenire durante il percorso parlamentare di una legge nazionale. Il fatto che la Commissione abbia manifestato preoccupazioni già in questa fase viene interpretato da molti osservatori come un campanello d’allarme.
Il rischio di una procedura di infrazione
Già durante le prime fasi di discussione del provvedimento, la Commissione aveva evidenziato possibili incompatibilità con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli, due pilastri della normativa europea per la tutela della biodiversità.
Se il testo definitivo dovesse confermare alcuni degli aspetti più contestati, l’Italia potrebbe trovarsi nuovamente esposta al rischio di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea.
Le principali criticità del DDL Caccia
Le contestazioni al disegno di legge riguardano diversi aspetti della riforma. Ambientalisti, ricercatori e opposizioni parlamentari denunciano una generale riduzione delle tutele per la fauna selvatica.
Calendari venatori più lunghi e meno controlli
Uno dei punti più discussi riguarda la possibilità di ampliare i periodi di caccia attraverso semplici delibere regionali.
La modifica ridurrebbe il peso dei pareri tecnici dell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, lasciando maggiore discrezionalità alle amministrazioni locali.
Secondo i critici, questo meccanismo potrebbe favorire pressioni da parte delle lobby venatorie e aumentare il rischio di autorizzare attività di caccia durante periodi particolarmente delicati per la riproduzione e la migrazione delle specie selvatiche.
Più spazio alla caccia negli agriturismi venatori
Tra gli aspetti contestati figura anche l’ampliamento delle possibilità operative per gli agriturismi venatori.
Le associazioni ambientaliste ritengono che questa scelta possa incentivare una concezione della fauna come risorsa economica da sfruttare, anziché come patrimonio naturale da preservare.
Dubbi sulla caccia notturna e sull’uso dei richiami vivi
Altre perplessità riguardano l’utilizzo di strumenti e modalità di caccia che potrebbero entrare in conflitto con la normativa europea.
Particolarmente criticati risultano l’impiego di alcune tipologie di armi nella caccia notturna agli ungulati e la gestione dei richiami vivi, settore già interessato in passato da problematiche legate al commercio illegale di animali.
Oltre 400 mila firme contro la riforma
La mobilitazione contro il DDL Caccia ha raggiunto numeri significativi.
Secondo gli organizzatori delle campagne ambientaliste, oltre 400 mila cittadini hanno già firmato petizioni per chiedere il ritiro o la profonda modifica del provvedimento.
Negli ultimi mesi si sono moltiplicate anche le iniziative di sensibilizzazione online, le manifestazioni pubbliche e gli appelli rivolti ai parlamentari affinché respingano la riforma durante il passaggio alla Camera.
Il sondaggio che preoccupa il governo
Tra gli argomenti utilizzati dagli oppositori della legge c’è anche un sondaggio dell’Istituto Piepoli, secondo cui il 94% degli italiani sarebbe favorevole a mantenere invariate, limitare o addirittura abolire le attività venatorie.
Un dato che evidenzierebbe una distanza significativa tra il contenuto della riforma e l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica.
WWF e associazioni ambientaliste: “Una legge contro la biodiversità”
Molto dura la posizione delle principali organizzazioni ambientaliste italiane.
Secondo il WWF Italia, il DDL rappresenterebbe una delle peggiori riforme in materia di tutela della fauna degli ultimi anni. In un’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano, il presidente Luciano Di Tizio ha definito il progetto incompatibile con le esigenze di conservazione della biodiversità e potenzialmente pericoloso anche sotto il profilo della sicurezza pubblica.
Le associazioni sottolineano come l’Italia stia affrontando una fase critica per gli ecosistemi naturali, aggravata dalla crisi climatica, dalla perdita di habitat e dal declino di molte specie animali.
In questo contesto, allentare le norme di protezione della fauna rischierebbe di produrre effetti irreversibili sul patrimonio naturale nazionale.
Perché il DDL Caccia divide l’Italia
Il governo e le forze che sostengono la riforma parlano di una necessaria modernizzazione delle regole e di strumenti più efficaci per la gestione della fauna sul territorio.
Tuttavia, per ambientalisti, scienziati e una larga parte dell’opinione pubblica, il provvedimento appare sbilanciato a favore degli interessi venatori e insufficiente sotto il profilo della tutela ambientale.
La discussione alla Camera sarà quindi decisiva non soltanto per il futuro della normativa sulla caccia, ma anche per definire quale ruolo l’Italia intenda assumere nella protezione della biodiversità e nel rispetto degli impegni ambientali europei.
Conclusioni
Il DDL Caccia del governo Meloni si trova oggi al centro di uno dei più accesi dibattiti ambientali degli ultimi anni. Le preoccupazioni espresse dalla Commissione Europea, le centinaia di migliaia di firme raccolte e le critiche delle associazioni ambientaliste mostrano come il tema vada ben oltre il semplice confronto politico.
In gioco ci sono la tutela della fauna selvatica, la conservazione della biodiversità e la capacità dell’Italia di conciliare gestione del territorio e protezione dell’ambiente. Per molti osservatori, la strada indicata dalla riforma rischia invece di indebolire garanzie costruite in decenni di politiche ambientali.


















