Per anni abbiamo letto dei numeri, quelli che raccontano una crisi senza fine: nel 2024, il rapporto tra aperture e chiusure di attività commerciali ha toccato il punto più basso degli ultimi dieci anni, con appena 23.188 nuove imprese del commercio avviate contro 61.634 serrande abbassate per sempre, un rapporto vicino a una apertura ogni tre chiusure.
Tra il 2012 e il 2024, secondo i dati di Confcommercio, sono spariti quasi 118 mila negozi al dettaglio e 23mila attività di commercio ambulante. Eppure, in mezzo a questa desertificazione commerciale, qualcosa si muove. Qualcosa che assomiglia a una rinascita.
Il fenomeno più evidente è quello delle barberie. In Italia ci sono oltre 100.000 saloni, e uno su quattro è focalizzato solo sull’uomo. Nel 2025, i barber shop stanno crescendo dello 0,2%, mentre i saloni unisex sono in leggera frenata. Non è un dato insignificante: è il segnale che un intero comparto, dato per morto dopo la flessione degli anni Novanta, sta tornando a vivere. E lo fa in un modo che pochi avevano previsto. Non più il barbiere di paese, non più il parrucchiere per uomo della generazione precedente, ma piccole catene, marchi locali, giovani imprenditori che aprono bottega con una visione nuova. Machete, la più grande rete in franchising di barber shop in Italia, ha 25 punti vendita e prevede l’apertura di 12 nuove barberie nel 2025, una media di una al mese. E non è sola: Goodfellas Barber Shop si prepara ad aprire le porte a nuovi affiliati in tutta Italia. Sono numeri che raccontano una storia diversa da quella della crisi perenne.
E la cosa più interessante è chi c’è dietro queste nuove botteghe. Giovani, spesso giovanissimi, con meno di 35 anni. Talvolta stranieri, ma non per questo meno italiani nel loro modo di fare impresa. «Il fatto che non sia nativo italico, non sia nativo italiano, non debba avere lo stesso diritto, gli stessi vantaggi e la stessa accoglienza calorosa che hanno tutti gli altri nativi italiani, per cui il commercio non fa distinzioni, direi, ecco». È un concetto che merita di essere ascoltato: il commercio, quello vero, quello di strada, quello che tiene in vita i quartieri, non guarda al passaporto. Guarda alla voglia di fare, alla capacità di interpretare i bisogni di una comunità che ha fame di prossimità.
E di prossimità c’è un bisogno disperato. Perché la crisi del commercio non è solo un problema economico: è un problema sociale. La perdita di botteghe e micro-esercizi significa non solo minore offerta commerciale, ma anche un indebolimento della funzione sociale dei centri urbani e dei quartieri come luoghi di servizio, relazione e coesione comunitaria. È la città che perde la sua anima, il quartiere che smette di essere un luogo di incontro. E allora, quando un giovane barbiere apre bottega, non sta solo tagliando capelli: sta ricucendo il tessuto sociale, sta ridando vita a un angolo di strada che si stava spegnendo.
È in questo contesto che si inserisce la campagna lanciata da Federmestieri. «Commercianti: sono tutti uguali!» non è solo uno slogan, è una dichiarazione di intenti. È il rifiuto di una gerarchia silenziosa che ha penalizzato per anni i piccoli commercianti, schiacciati tra la grande distribuzione e le logiche del mercato globale. Perché il commercio di vicinato non è un lusso, non è un’idea romantica da difendere con la retorica: è una necessità. È il luogo dove la comunità si riconosce, dove il rapporto umano sostituisce lo schermo, dove il servizio è personalizzato e il cliente non è un numero.
La microimpresa, quella con meno di dieci addetti, è la spina dorsale del sistema produttivo italiano. E oggi, dopo anni di crisi, sta dimostrando una capacità di rigenerazione che i grandi numeri non riescono a cogliere. Le botteghe artigiane, le lavanderie, le calzolerie, le sartorie: attività che sembravano destinate a scomparire stanno tornando, spinte da un’esigenza che la grande distribuzione non può soddisfare. La comunità ha bisogno di prossimità, e la prossimità si costruisce bottega per bottega.
La campagna di Federmestieri, per ora lanciata dal quotidiano Paese Roma, punta a mettere al centro questo tema: tutelare la rete, il circuito, il network che garantisce la sopravvivenza e la rinascita delle piccole attività. Perché non è solo una questione di economia: è una questione di identità, di cultura, di futuro. Se vogliamo che le nostre città continuino a essere luoghi di vita e non solo di passaggio, dobbiamo scegliere da che parte stare.
Dalla parte di chi apre bottega, anche quando tutto sembra remare contro. Dalla parte di chi crede che il commercio non faccia distinzioni e che il diritto a fare impresa non debba dipendere dal luogo di nascita. Dalla parte di chi, come quei giovani barbieri che riempiono le strade di nuove luci, sta riscrivendo il futuro del commercio italiano. Perché il commercio, quando è vero, non è solo un’operazione economica: è un atto di resistenza civile.
Bibliografia
Confesercenti, Analisi sulle aperture e chiusure delle imprese del commercio, 2025.
Confcommercio, Rapporto sul commercio al dettaglio in Italia, 2024.
Associazione Italiana del Franchising, Dati sul franchising delle barberie, 2025.
Fipe-Confcommercio, Osservatorio sulla ristorazione e il commercio di vicinato, 2025.
MIMIT, Sostegno ai mercati rionali e alle microimprese commerciali, 2025.



















