Il 14 luglio 1555, un uomo vestito di bianco scrisse che gli ebrei erano colpevoli di esistere. Non di aver ucciso Cristo – quello era già stato detto e ridetto – ma di osare ancora esistere, di respirare la stessa aria dei cristiani, di camminare sulle stesse pietre di Roma.
La bolla Cum nimis absurdum non fu un semplice editto: fu una dichiarazione di guerra a un popolo che da quindici secoli abitava la città eterna, e che da quel giorno fu costretto a vivere in un recinto, a portare un segno, a inchinarsi al passaggio di ogni croce.
Le prime parole – “Poiché è oltremodo assurdo” – suonano oggi come una beffa, giacché l’assurdo era tutto dalla parte di chi scriveva, non di chi veniva rinchiuso.
Ma nelle corti papali, come nelle corti di ogni tempo, la logica si piega volentieri alla necessità del potere, e la teologia diventa la più comoda delle scuse.
Fino a quel luglio, gli ebrei di Roma avevano goduto di una protezione che altri regni d’Europa avevano già cancellato.
Il papato, per quanto avaro di affetto, era stato un baluardo contro le espulsioni di massa che avevano sradicato le comunità di Spagna, Inghilterra e Francia.
Ma Gian Pietro Carafa, salito al soglio col nome di Paolo IV, non era un pontefice come gli altri.
Costui aveva diretto l’Inquisizione romana con tale zelo che la sua stessa elezione sembrò ai contemporanei il trionfo di un falco sulla colomba.
La Riforma protestante gli aveva inasprito il sangue, e sugli ebrei – che della Riforma non erano affatto complici – scaricò l’ira che avrebbe voluto riversare sui luterani, se solo ne avesse avuto il potere.
La bolla fu dunque un atto di spostamento: colpire chi non poteva difendersi per dimostrare a tutti che la Chiesa sapeva ancora usare il pugno di ferro.
Le disposizioni della Cum nimis absurdum furono minuziose come un inventario di prigione.
Gli ebrei dovettero trasferirsi in un’area della città che venne chiamata “serraglio”, e che presto divenne il ghetto: un quartiere malsano, soggetto alle piene del Tevere, chiuso da porte che si serravano al tramonto e si aprivano all’alba.
Pagarono loro stessi la costruzione del muro che li avrebbe imprigionati, quarantamila scudi offerti invano per evitare quell’umiliazione.
Un berretto turchese per gli uomini, un fazzoletto dello stesso colore per le donne: così dovevano segnalarsi ai cristiani, affinché nessuno potesse confondere un ebreo con un uomo.
Fu proibito loro di possedere immobili, di esercitare la medicina sui cristiani, di tenere servi battezzati, di commerciare in qualsiasi merce che non fossero stracci e vestiti usati.
I loro libri contabili dovevano essere scritti in italiano, non in ebraico, per permettere ai funzionari pontifici di controllare ogni movimento.
Era la riduzione di un popolo a cosa, a ingranaggio di una macchina che lo voleva visibile ma muto, presente ma evanescente.
La bolla del 1555 non fu un episodio isolato, ma l’inizio di una stagione che si sarebbe protratta per secoli. Due altre bolle – la Hebraeorum gens del 1569 e la Caeca et obdurata del 1593 – completarono l’opera, decretando l’espulsione degli ebrei da tutti i territori dello Stato Pontificio, con la sola eccezione dei ghetti di Roma e Ancona, dove furono confinati come in una riserva.
Le norme restarono in vigore fino all’Ottocento, e solo l’Unità d’Italia, con l’annessione dello Stato Pontificio nel 1870, abbatté i muri e cancellò i segni.
Ma il filo che unisce il berretto turchese del Cinquecento alla stella gialla del Novecento è un filo che non si spezza: è lo stesso che lega ogni tentativo di marchiare un corpo per renderlo diverso, di segregare una comunità per renderla innocua, di cancellare un popolo dalla faccia della terra senza doverlo guardare negli occhi. Il 16 ottobre 1943, i nazisti varcarono le porte del ghetto di Roma e deportarono oltre mille ebrei ad Auschwitz.
Quella data non è separata dal 1555: è la stessa ferita che si riapre, lo stesso odio che cambia abito ma non sostanza.
Eppure, se si guarda oltre l’orrore, la Cum nimis absurdum rivela un paradosso che forse è la sola speranza. Paolo IV scrisse quella bolla perché credeva che Dio volesse la separazione, che la purezza della fede esigesse l’assenza dell’altro.
Ma il Dio di cui parlava era un Dio a sua immagine: intollerante, vendicativo, pauroso del diverso.
Il Dio che gli ebrei hanno continuato a pregare nel buio del ghetto, invece, era un Dio che ascolta il grido di chi è oppresso, che cammina con chi è esiliato, che abita le macerie e non i palazzi.
E in quella differenza – tra un dio che esclude e un Dio che accoglie – forse risiede la vera posta in gioco.
Il muro del ghetto cadde, ma altri muri sono stati rialzati, con altri materiali, in altri luoghi, con altre parole.
La tentazione di separare, di marchiare, di espellere è sempre in agguato, e si nutre della stessa illusione che animò Paolo IV: che la purezza si ottenga sottraendo, e non aggiungendo.
Il 14 luglio 1555, la Cum nimis absurdum divenne legge.
E quel giorno, la parola “assurdo” si capovolse: l’assurdo era chi scriveva, non chi veniva scritto.
Ma la storia non assegna facilmente i ruoli, e spesso i carnefici si credono vittime, e gli oppressori si credono puri.
Forse, perciò, la vera lezione di quella bolla non sta nella memoria di ciò che fu, ma nella domanda che ancora oggi ci interpella: chi siamo noi, quando costruiamo un muro? E chi diventiamo, quando abbiamo il potere di abbatterlo? Il ghetto di Roma non esiste più, ma le sue pietre sono ancora lì, a ricordare che ogni muro è una sconfitta, e che l’unica vittoria possibile è quella di chi impara a vedere, attraverso le crepe, il volto di chi è dall’altra parte.
RVSCB
Bibliografia
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