Il drone sorvola la periferia di una città che il giornale del mattino definisce “obiettivo sensibile”. A bordo non vi è pilota, ma soltanto un codice che interpreta il calore umano come un insieme di pixel da classificare. Il dito che preme il grilletto si trova a ottomila chilometri di distanza, in una stanza climatizzata dove lo schermo trasforma la morte in un gioco di luci e ombre.
Costui che preme quel pulsante non vede il volto di colei che sta per colpire, non ode il pianto del bambino che le corre incontro, non sente l’odore della polvere che si solleverà dalle macerie.
Vede soltanto una sagoma che il sistema ha segnalato come compatibile con un profilo, e la sua coscienza, se mai ne ha posseduta una, ha già delegato alla macchina il compito di distinguere tra il giusto e lo sbagliato. Non è questa una scena tratta da un romanzo distopico, bensì la fotografia fedele di un presente che si ostina a chiamare guerra ciò che è invece, più propriamente, un’esecuzione sommaria mediata da cavi in fibra ottica.
La guerra, per la prima volta nella storia dell’uomo, non chiede più al soldato di guardare negli occhi il nemico prima di ucciderlo.
Questa rimozione del contatto, che taluni ingenui salutano come un progresso in termini di umanità, nasconde invece un pericolo oltremodo più insidioso di qualsiasi battaglia campale.
Perciocché il soldato che non vede il sangue, che non ode il lamento, che non raccoglie lo sguardo del morente, perde quella che fino a ieri era l’ultima barriera contro la barbarie: la memoria della carne.
Gli antichi combattevano corpo a corpo perché la violenza era anche sacrificio, era anche rischio, era anche esposizione alla propria stessa fragilità.
Oggi la violenza si esercita come si aziona un elettrodomestico, con la stessa asettica precisione e la stessa assoluta indifferenza.
E questo, si badi bene, non rende la guerra più pulita; la rende semplicemente più facile, più ripetibile, più dimenticabile.
Il guerriero che non porta segni sul proprio corpo può uccidere all’infinito senza mai portare il peso di un singolo cadavere.
Donde la domanda che serpeggia tra i pochi che ancora osano pensare: che ne è della coscienza in un’epoca in cui l’omicidio è diventato un gesto da scrivania? Gli psicologi hanno già coniato un termine per descrivere il disturbo che affligge gli operatori di droni, ma la parola “trauma” suona quasi ironica dinanzi all’evidenza che il vero trauma sarebbe piuttosto la loro imperturbabilità.
La maggior parte di costoro torna a casa la sera, cena con la famiglia e dorme sonni tranquilli, come se avesse trascorso la giornata a risolvere un cruciverba.
La macchina ha assunto su di sé il peso morale dell’azione, e l’uomo si è ritrovato alleggerito di un fardello che per millenni aveva costituito il fondamento stesso della sua umanità.
Il codice non ha rimorsi, e chi si affida al codice finisce per non averne più nemmeno lui.
La deriva è lenta, quasi impercettibile, ma la sua direzione è chiara: verso una progressiva dissoluzione di ciò che chiamiamo responsabilità.
L’intelligenza artificiale applicata al campo bellico non si limita tuttavia a mediare la distanza tra il carnefice e la vittima.
Essa introduce un elemento ancora più inquietante, e cioè l’autonomia della decisione.
I sistemi d’arma letali autonomi, già sperimentati in alcuni teatri di conflitto, sono in grado di selezionare e ingaggiare un bersaglio senza alcun intervento umano.
Il software decide chi vive e chi muore basandosi su modelli statistici, su algoritmi di riconoscimento, su profili comportamentali che la macchina stessa ha appreso.
Il comando umano si riduce a una ratifica a posteriori, quando non a una mera notifica.
La guerra diventa allora un processo automatizzato in cui l’uomo è spettatore più che attore, e la sua coscienza, ormai estromessa dal momento decisivo, si dissolve in una nebbia di giustificazioni tecniche.
“Era un bersaglio legittimo” – si dirà – come se la legittimità fosse una proprietà intrinseca dei pixel e non il frutto di una scelta etica. Ma il soldato che non sceglie più è un soldato che ha già abdicato, e la sua divisa non è altro che l’uniforme di un impiegato.
E tuttavia, la deriva più profonda non riguarda i militari, ma noi tutti, che assistiamo a queste trasformazioni con l’indifferenza di chi guarda un telegiornale tra uno spot e l’altro.
La guerra, nella sua forma ipertecnologica, è diventata spettacolo, e lo spettacolo richiede distanza, non partecipazione.
Le immagini dei bombardamenti entrano nelle nostre case come fossero filmati di un videogioco; le vittime diventano numeri, e i numeri, come si sa, non hanno volto.
La narrazione mediatica, complice di questa rimozione, ci racconta di “operazioni mirate”, di “danni collaterali”, di “neutralizzazioni”.
Un lessico che cancella la morte per trasformarla in un incidente di percorso, un effetto secondario, un costo di produzione.
Il linguaggio, quinci, è il vero campo di battaglia della coscienza: se non si hanno più parole per nominare l’orrore, l’orrore cessa di esistere come esperienza morale.
Si uccide con un drone, si commenta con un eufemismo, si dimentica con un clic.
Ma si può ancora, in questo deserto di distanze, ritrovare una scintilla di umanità? La risposta, se esiste, non sta nella tecnologia ma nella capacità di guardare oltre lo schermo.
Alcuni operatori di droni, e sono i pochi che ancora conservano il tormento, hanno raccontato di aver chiesto di vedere le foto delle vittime dopo ogni missione, quasi a volersi imporre il peso che la macchina gli aveva risparmiato.
Altri hanno deciso di abbandonare il servizio, incapaci di conciliare la fede o la coscienza con un lavoro che riduce la vita a una sagoma termica.
Questi gesti, apparentemente insignificanti, sono invece l’ultimo baluardo di una resistenza che non ha armi ma ha occhi.
Perché la vera battaglia, oggi, non è tra Stati o tra fazioni, ma tra la tentazione di delegare ogni scelta a un algoritmo e la fatica di rimanere umani in un mondo che ci chiede di essere macchine più efficienti delle macchine stesse.
Là dove il codice non arriva, l’uomo può ancora fare la differenza, purché abbia il coraggio di rallentare, di guardare, di sentire.
Il drone non ha cuore, ma il dito che preme il grilletto, in qualche angolo remoto del pianeta, potrebbe ancora avere un cuore.
La domanda è se vorrà usarlo.
RVSCB
Bibliografia
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Chamayou, Grégoire, Teoria del drone, Notte di Luna, Padova 2015.
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Ferraris, Maurizio, Docilità. Per una critica della ragione algoritmica, Mimesis, Milano 2023.
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