L’Aula della Camera ha dato il via libera alla riforma della nuova legge elettorale targata governo Meloni. Il voto, espresso a scrutinio segreto, si è concluso con 217 voti a favore, 152 contrari e 2 astenuti. Un risultato che permette al provvedimento di superare il primo grande ostacolo parlamentare e di traslocare al Senato per la seconda lettura, ma che non cancella le profonde cicatrici politiche lasciate da un iter a dir poco tormentato.
Il “caso” del 14 luglio: maggioranza battuta per un soffio
L’esame del testo a Montecitorio era iniziato sotto i peggiori auspici per la coalizione di governo. Il 14 luglio, l’esecutivo ha registrato una clamorosa battuta d’arresto proprio a causa del voto segreto, da sempre principale insidia per la tenuta dei numeri parlamentari.
Durante la votazione delle centinaia di emendamenti presentati dalle minoranze, la maggioranza è andata sotto per un solo voto (188 contrari contro 187 favorevoli). A cadere sotto i colpi dei “franchi tiratori” è stato un emendamento chiave, proposto tra gli altri da Fratelli d’Italia, che mirava a introdurre un sistema misto con capilista bloccati e fino a tre preferenze.
Il nodo delle preferenze: La bocciatura di questa proposta ha evidenziato non solo le frizioni interne alle forze di governo sulla gestione delle liste, ma ha anche offerto un’arma d’oro alle opposizioni.
Le opposizioni all’attacco: “Manca la maggioranza, governo alle dimissioni”
Il fulmineo stop del 14 luglio ha immediatamente surriscaldato il clima politico. Le opposizioni, unite nel denunciare la fragilità della tenuta governativa, hanno cavalcato lo scivolone d’Aula chiedendo a gran voce le dimissioni del governo. Secondo i leader di minoranza, l’esito di quel voto ha dimostrato plasticamente il venir meno del sostegno politico reale a una riforma così cruciale per la democrazia del Paese.
Dal canto suo, la maggioranza ha cercato di minimizzare l’accaduto come un “incidente di percorso” legato alle dinamiche fisiologiche dello scrutinio segreto, serrando le fila fino ad arrivare al via libera finale sul testo complessivo.
Prossima fermata: Palazzo Madama
Nonostante il via libera della Camera abbia ridato momentaneo ossigeno all’esecutivo, la partita sulla legge elettorale è tutt’altro che chiusa. Il testo passa ora all’esame del Senato, dove i numeri della maggioranza sono storicamente più risicati e dove l’ombra dei franchi tiratori e dell’ostruzionismo delle opposizioni promette di rendere la strada ancora più in salita.
Massimiliano Pirandola

















