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La donna che insegnò la morte ai maestri della vita

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
18 Luglio 2026
in Attualità
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La donna che insegnò la morte ai maestri della vita
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L’istinto di morte ebbe un’origine diversa da quella che la vulgata psicoanalitica ha tramandato. Il padre della psicoanalisi lo prese in prestito e lo citò in una nota a piè di pagina, rendendolo celebre come se fosse farina del suo sacco. Chi glielo aveva suggerito, otto anni prima, si chiamava Sabina Spielrein, una giovane ebrea russa che era stata paziente di Jung.

 

In seguito divenne sua amante, poi sua collega, fino a diventare psicoanalista più lucida di entrambi. La storia della psicoanalisi è piena di padri fondatori, ma le madri sono state sepolte vive nei carteggi e nei silenzi dei grandi uomini.
La Spielrein è stata una di queste, e il suo destino, da Rostov sul Don ai campi di sterminio, è la parabola di una mente che anticipò il Novecento e che il Novecento cancellò.
Nata il 7 novembre 1885 in una famiglia ebraica della buona borghesia russa, Sabina mostrò fin da giovane segni di una sofferenza psichica che la famiglia interpretò come isteria.
A diciannove anni venne internata nel celebre ospedale psichiatrico Burghölzli di Zurigo, e affidata alle cure di un giovane medico che aveva letto Freud e sognava di rivoluzionare la psichiatria: Carl Gustav Jung.
Quella che iniziò come una terapia si trasformò presto in una relazione tormentata.
Jung, che aveva trent’anni e una moglie, si innamorò della sua paziente; la Spielrein, che ne aveva diciannove e una psiche in frantumi, si innamorò del suo salvatore.
Il transfert e il controtransfert si intrecciarono in un nodo che nessuna teoria avrebbe potuto sciogliere, e che tuttavia produsse uno dei frutti più straordinari della psicoanalisi nascente.
Guarita dalla sua crisi, la Spielrein andò oltre il semplice ringraziamento al medico che l’aveva salvata.
Si iscrisse alla facoltà di medicina e si laureò con una tesi sulla schizofrenia, diventando la prima donna del movimento psicoanalitico a intraprendere una carriera clinica e teorica di rilievo.
Nel 1912, mentre lavorava a Vienna e frequentava i circoli di Freud, pubblicò un saggio destinato a cambiare la storia della psicoanalisi: “Die Destruktion als Ursache des Werdens” – “La distruzione come causa del divenire”.
In quelle pagine, la Spielrein sosteneva che nell’essere umano esiste una pulsione distruttiva intrecciata alla pulsione sessuale, una forza che mira alla trasformazione attraverso la morte di ciò che è vecchio, per dare spazio a ciò che deve nascere.
Anticipava così di otto anni il celebre “Al di là del principio di piacere” di Freud e il concetto di pulsione di morte che avrebbe reso celebre il maestro viennese.
Freud stesso, in una nota del 1920, riconobbe l’antecedenza della sua intuizione.
Il rapporto con Jung si era intanto incrinato, e la Spielrein si era avvicinata a Freud, che apprezzava la sua intelligenza ma faticava a prenderla sul serio come pari.
Tra i due maestri, la giovane russa si muoveva con una autonomia di pensiero che nessuna delle due figure maschili era disposta ad accettare.
Nel 1912, lo stesso anno del suo saggio sulla distruzione, pubblicò anche “Contributi alla conoscenza dell’anima infantile”, diventando una pioniera della psicoanalisi applicata ai bambini.
A Berlino, in seguito, avrebbe esplorato le connessioni tra psicoanalisi e linguistica, anticipando temi che solo decenni dopo sarebbero diventati centrali.
La sua mente era una fucina di idee originali, eppure i suoi contributi rimasero frammentari e sottosviluppati sebbene lo fossero in apparenza, in realtà nessuno li prese abbastanza sul serio da svilupparli.
Tornata in Russia dopo la rivoluzione, la Spielrein continuò a esercitare la psicoanalisi a Mosca e a Rostov, ma il regime sovietico, dopo un iniziale interesse per le scienze psicologiche, cominciò a guardare con sospetto alla psicoanalisi, considerata borghese e decadente.
La sua carriera subì una contrazione e i suoi scritti caddero nell’oblio, mentre il suo nome veniva cancellato dagli annali.
Nel 1942, i nazisti occuparono Rostov sul Don; Sabina Spielrein, ebrea, venne deportata insieme alle sue due figlie e assassinata da un commando delle SS tra l’11 e il 14 agosto.
Aveva cinquantasei anni. La sua opera, che aveva anticipato Freud e sfidato Jung, venne sepolta sotto la cenere della Shoah.
Il suo corpo fu distrutto, ma le sue idee continuarono a vivere, anonime, nei testi dei maestri che le avevano rubate.
La pulsione di morte, che Freud rese celebre, era nata dalla sua intuizione.
L’importanza del linguaggio nello sviluppo psichico, che Lacan avrebbe esplorato, era già nei suoi scritti sull’origine delle parole infantili.
La psicoanalisi infantile, che Anna Freud e Melanie Klein avrebbero fondato, era già stata anticipata dai suoi “Contributi” del 1912.
Per sessant’anni, il suo nome rimase sepolto in un cassetto, fino a quando Aldo Carotenuto, nel 1977, scoprì il suo epistolario con Jung e Freud e restituì alla storia una delle sue protagoniste dimenticate.
La domanda che la vita di Sabina Spielrein lascia aperta riguarda il modo in cui una disciplina si racconta.
La psicoanalisi ha costruito la sua mitologia intorno ai padri fondatori, con le loro rivalità e i loro tradimenti.
Le figure femminili sono state cancellate, ridotte a casi clinici o a amanti.
La Spielrein è stata tutto questo, ma è stata anche molto di più: ha osato pensare ciò che i maestri rifiutavano di considerare, anticipando ciò che i maestri avrebbero poi rivendicato, e pagando con l’oblio la sua capacità di vedere oltre. Il suo saggio sulla distruzione parlava della morte come necessità per la nascita.
Ogni divenire, secondo lei, passa attraverso una distruzione, e la creatività emerge dalle rovine.
La sua stessa vita è stata la prova di questa teoria: distrutta fisicamente, è rinata nelle idee di chi l’ha saccheggiata; dimenticata per decenni, è stata riscoperta quando il tempo era maturo per ascoltare la sua voce.
Oggi, che la psicoanalisi fatica a trovare un posto nel panorama delle scienze della mente, la figura di Sabina Spielrein ci ricorda che le verità più profonde nascono spesso ai margini, e che le intuizioni più feconde vengono dai luoghi che il potere accademico ignora.
La grandezza si misura dalla capacità di vedere ciò che sfugge agli altri, e la Spielrein colse la pulsione di morte prima di Freud.
L’importanza del linguaggio, poi, fu da lei anticipata prima di Lacan.
L’infanzia come campo di analisi la precedette rispetto alle grandi psicanaliste del Novecento.
Se oggi la psicoanalisi è più viva di quanto i suoi detrattori credano, è anche grazie a lei, che ha seminato in terre aride e ha aspettato che il raccolto maturasse.
Forse, nel suo ultimo giorno a Rostov, mentre i soldati tedeschi la trascinavano via, Sabina Spielrein pensò alla sua teoria: la distruzione come causa del divenire.
La sua vita era stata distrutta, ma le sue idee sarebbero divenute.
La morte rappresentava la condizione di una nuova nascita, come aveva scritto nel 1912 e come aveva creduto per tutta la vita.
I semi gettati nel buio germogliano; le verità sepolte riemergono; e le voci messe a tacere tornano a parlare quando il tempo è maturo.
La sua voce, oggi, è più chiara che mai.

RVSCB

Bibliografia

Carotenuto, Aldo, Diario di una segreta simmetria. Sabina Spielrein tra Jung e Freud, Astrolabio, Roma 1980.

Richebächer, Sabine, Sabina Spielrein. Una vita da Jung a Freud, Raffaello Cortina, Milano 2008.

Launer, John, Sex Versus Survival. The Life and Ideas of Sabina Spielrein, Overlook Press, New York 2015.

Spielrein, Sabina, La distruzione come causa del divenire, Edizioni Psiconline, Francavilla al Mare 2012.

Covington, Coline, Wharton, Barbara (a cura di), Sabina Spielrein. Forgotten Pioneer of Psychoanalysis, Routledge, London 2003.

Bettelheim, Bruno, Freud e l’anima umana, Bompiani, Milano 1983.

Geissmann, Claudine e Pierre, Storia della psicoanalisi infantile, Borla, Roma 1994.

 

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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