Il filosofo giunge nel luogo desertico in un pomeriggio di luglio, e il caldo che sale dall’asfalto sembra un giudizio. La stazione, con le sue pensiline arrugginite, appare come un monumento alla desolazione, e i pochi viaggiatori trascinano valigie come se portassero il peso di esistenze votate all’insignificanza.
Epitteto, che nella sua lunga vita ha conosciuto la povertà e la schiavitù, che ha visto Roma bruciare e Nerone recitare le sue tragedie dinanzi a un impero in decomposizione, resta colpito da una miseria che non ha nulla di tragico.
È la noia di chi non ha mai imparato a distinguere il necessario dal superfluo, e che si aggira in un mondo di ombre credendo di toccare la realtà.
Questi uomini camminano come sonnambuli, e i loro gesti tradiscono una vita che non hanno scelto.
Il pendolare che ogni mattina si stringe nel treno affollato è convinto che il suo posto a sedere sia una meta, e l’impiegato che sopporta un capo incompetente sogna la pensione come se fosse una liberazione.
La casalinga che riempie il carrello con prodotti inutili scambia il consumo per realizzazione, e il giovane che fissa lo schermo del telefono trasforma i like in un surrogato di amore.
La loro giornata è una sequenza di atti che non interrogano, e la loro esistenza si consuma nella ripetizione di gesti che hanno smesso di significare qualcosa.
Epitteto, che ha insegnato che l’uomo è padrone dei propri pensieri e schiavo delle proprie passioni, osserva questa folla e prova un sentimento che i suoi discepoli avrebbero faticato a riconoscere: il disprezzo.
Questi abitanti hanno scelto la schiavitù, e la loro catena è fatta di desiderio. Il loro padrone si chiama denaro, si chiama opinione, si chiama moda, si chiama paura.
Ogni loro gesto è un atto di sottomissione, e ogni parola è una dichiarazione di resa.
La loro libertà, che i greci chiamavano eleutheria, è stata ridotta a una parola che si usa nei discorsi politici e si dimentica nelle scelte quotidiane.
La gola, che i filosofi antichi consideravano una delle passioni più ignobili, è qui elevata a rito sociale.
Si mangia per riempire il vuoto, e si beve per anestetizzare la coscienza.
Il denaro, che per gli stoici era uno strumento e non un fine, è diventato il metro di ogni valore: l’uomo che guadagna di più vale di più, e chi non produce viene scartato.
L’opinione altrui regna sovrana in questo angolo di pianura: si vive per essere visti, si agisce per essere approvati.
La libertà è un concetto che si celebra nei discorsi e si tradisce nelle scelte.
Ciò che rende questi abitanti ancora più spregevoli è la loro compiacenza.
Non solo si sono asserviti, ma si vantano della loro servitù. Il pendolare racconta con orgoglio le ore passate in treno come se fossero un trofeo, e l’impiegato si vanta di essere “un uomo che lavora”.
La casalinga si sente virtuosa perché cura una casa che la imprigiona, e il giovane si considera un esperto del mondo perché conosce le notizie che gli vengono servite.
La loro presunzione è inversamente proporzionale alla loro dignità, e la loro ignoranza è direttamente proporzionale alla loro sicurezza.
Epitteto, che ha insegnato che la vera libertà consiste nell’accettare ciò che non dipende da noi e nel trasformare ciò che dipende da noi, si ferma dinanzi a questa umanità diminuita e prova un sentimento più forte del disprezzo: l’orrore.
L’orrore di vedere uomini che hanno scelto di essere bestiame, che hanno barattato la loro anima per un piatto di lenticchie.
Questi schiavi volontari sono peggiori di quelli che Epitteto ha incontrato, perché la loro catena è invisibile e il loro padrone è dentro di loro. Nessun liberatore potrà mai spezzare una catena che l’uomo indossa con orgoglio.
Eppure, nel suo girovagare, il filosofo scorge un particolare che lo interroga.
Sui volti di questi uomini, dietro la maschera della soddisfazione, si intravede una traccia di quella domanda che i filosofi hanno sempre considerato il sintomo di una possibile guarigione: e se tutto questo denaro, questo cibo, questa opinione altrui, queste automobili, questi schermi fossero solo un palliativo? Epitteto riconosce in questa inquietudine il segno di una possibilità, ma sa anche che essa richiederebbe un coraggio che questi uomini non hanno mai esercitato.
Il filosofo si allontana dalla città al tramonto, quando le luci dei palazzoni accendono una falsa aurora, e si ferma a osservare il cielo.
Le stelle sono ancora lì, immutabili, a ricordare che l’uomo è solo un ospite sulla terra.
La zona desertica è già lontana, ma il ricordo dei suoi abitanti resta come una cicatrice.
Epitteto riprende il cammino, e il suo passo è più fermo di prima.
La domanda che lascia dietro di sé, come un’eco che si allontana senza spegnersi, è la più antica e la più nuova: quando smetterete di chiedervi cosa possedere e comincerete a chiedervi cosa essere?
RVSCB
Epitteto, Manuale, BUR, Milano 1997.
Epitteto, Diatribe, BUR, Milano 1998.
Seneca, Lettere a Lucilio, BUR, Milano 1996.
Marco Aurelio, Colloqui con sé stesso, BUR, Milano 1994.
Hadot, Pierre, La filosofia come modo di vivere, Einaudi, Torino 2005.
Bauman, Zygmunt, Vite di scarto, Laterza, Roma-Bari 2005.
Han, Byung-Chul, La società della stanchezza, Nottetempo, Roma 2012.
Sloterdijk, Peter, Devi cambiare la tua vita, Raffaello Cortina, Milano 2010.
Nietzsche, Friedrich, La gaia scienza, Adelphi, Milano 1965.

















