L’uomo che solleva il calice dinanzi alle sue labbra crede di onorare un rito di fratellanza e di allegria, e in quel gesto apparentemente innocuo sigilla invece un patto con una delle forze più subdole che la storia umana abbia mai accolto.
La parola stessa che usiamo per designare questa bevanda, alcol, deriva dall’arabo al-kuḥl, che indicava la polvere finissima di antimonio con cui le donne orientali si tingevano le palpebre, una sostanza sottile che si applica con cura estrema.
L’ironia di questa etimologia, che i dizionari registrano senza commento, racchiude una verità che la cultura del consumo ha rimosso: l’alcol è un’essenza che penetra nei tessuti più profondi dell’essere e li trasforma dall’interno.
Il kohl degli antichi serviva a proteggere lo sguardo e a esaltare la bellezza, mentre l’alcol moderno è un filtro che offusca la vista e deforma il volto dell’anima.
Il termine spirito, che nella tradizione occidentale designa la sostanza più pura e volatile, è stato applicato a questi distillati con una disinvoltura che solo la modernità poteva permettersi.
Gli alchimisti medievali, che conoscevano il potere dei loro elisir, chiamavano l’alcol aqua vitae, acqua di vita, e in questa definizione riconoscevano il suo duplice volto: un dono che poteva guarire o uccidere.
Oggi, l’uomo comune che ordina un bicchiere di vino ignora di stare bevendo una sostanza che le antiche tradizioni consideravano un veicolo di forze sottili.
L’alcol, per la sua natura di solvente universale, scioglie i legami che tengono insieme la materia e lo spirito, e questa sua proprietà, che gli alchimisti sfruttavano per estrarre le essenze, si esercita anche sull’essere umano: scioglie i freni inibitori e dissolve le barriere della coscienza, e nel farlo lascia l’anima esposta a influssi che la ragione non controlla.
Le culture antiche, che conoscevano il potere dell’ebbrezza, ne avevano fatto un uso rituale e circoscritto.
I misteri dionisiaci, che nell’antica Grecia celebravano il dio del vino e dell’estasi, erano cerimonie iniziatiche in cui l’ebbrezza non era fine a sé stessa, ma mezzo per entrare in contatto con forze che la quotidianità occulta.
Lo stesso vale per i riti sciamanici di molte tradizioni indigene, in cui sostanze psicotrope e fermentate venivano utilizzate sotto la guida di iniziati che sapevano dosare la sostanza e accompagnare il viaggio dell’anima.
L’uomo contemporaneo, invece, beve senza sapere, senza preparazione, senza guida.
Il suo consumo è profano, e come ogni profanazione, apre le porte a forze che non sa governare.
L’ebbrezza che cerca è una fuga dal vuoto che lo abita, una dimenticanza che si trasforma in dipendenza, mentre l’apertura che crede di trovare si rivela una prigione.
L’alcol, per la sua capacità di abbassare le difese psichiche e di indebolire la volontà, è stato definito dai maestri spirituali di ogni epoca come il veleno che si finge medicina.
La sua azione sul corpo, che la medicina descrive in termini di danno epatico e neurologico, è solo l’aspetto più superficiale di un processo che coinvolge l’anima nella sua interezza.
Chi beve regolarmente offusca il centro della percezione, che gli antichi chiamavano nous e i mistici chiamavano occhio del cuore.
La facoltà che permette di discernere il vero dal falso e il bene dal male si indebolisce, e l’uomo che ha bevuto per anni si ritrova a vivere in un mondo di ombre, dove i valori si confondono e le priorità si invertono, mentre la voce della coscienza diventa un sussurro che la sbornia successiva farà tacere.
La dipendenza, che i medici classificano come una malattia, è in realtà una forma di possessione.
La sostanza, che all’inizio era un alleato, si trasforma in un padrone che esige tributi sempre più alti e concede sempre meno libertà.
L’alcolista, come lo schiavo che ha dimenticato di essere stato libero, vive nell’illusione di poter smettere quando vorrà, e questa illusione è la sua catena più solida.
La sua volontà, che doveva essere lo strumento della sua liberazione, diventa il primo campo di battaglia, e la sconfitta è scritta nella natura stessa della sostanza: l’alcol agisce indebolendo proprio quella facoltà che servirebbe per resistergli, in un circolo vizioso che solo un intervento esterno può spezzare.
Eppure, la saggezza antica non condannava l’alcol in sé, ma l’uso che l’uomo ne faceva. I
l vino, che nelle scritture ebraiche e cristiane è simbolo di gioia e di alleanza, diventa veleno quando l’uomo lo cerca per fuggire la realtà, per anestetizzare il dolore, per dimenticare la propria responsabilità.
La differenza tra il rito e l’abuso è la differenza tra il sacro e il profano, tra l’uso consapevole e la dipendenza incosciente.
L’uomo che beve per celebrare, che condivide il calice con gli amici in un gesto di fratellanza, che onora la terra e il lavoro che hanno prodotto quel frutto, si muove in un orizzonte di senso che l’ubriacone che beve da solo ha smarrito per sempre.
Il messaggio che le antiche tradizioni consegnano all’uomo contemporaneo è che ogni sostanza che modifica la coscienza è una porta, e che ogni porta si apre in due direzioni.
L’alcol, come tutti gli strumenti di potere, non è buono né cattivo in sé, ma diviene tale in relazione all’uso che se ne fa e alla consapevolezza che lo accompagna.
L’uomo che beve senza sapere, che si abbandona all’ebbrezza come una foglia alla corrente, è un iniziato che ha dimenticato il suo scopo.
Il suo corpo, che dovrebbe essere il tempio dello spirito, si trasforma in una locanda dove la sostanza si installa come un ospite indesiderato.
La sua anima, che doveva essere il timoniere della sua vita, diventa una prigioniera del suo stesso desiderio.
La domanda che questa riflessione lascia sospesa, come un’eco che si allontana senza spegnersi, è la più antica e la più nuova: che cosa stai cercando, quando sollevi quel calice?
Se cerchi l’oblio, l’alcol te lo darà, ma l’oblio è una tomba che si apre mentre sei ancora in vita.
Se cerchi l’illuminazione, sappi che la via non passa attraverso il veleno che si finge spirito, ma attraverso la veglia e la fatica, e attraverso il silenzio e la preghiera, mentre il corpo si fa trasparente e l’anima si fa vigilante.
L’uomo che ha imparato a guardare senza bere ha trovato l’ebbrezza che non svanisce.
RVSCB
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