La carne si spezza e lo spirito vacilla, e l’uomo che ha conosciuto la carezza della grazia si ritrova a guardare l’abisso con occhi che hanno dimenticato la luce. Questo è il mistero che nessuna teologia ha saputo esaurire: che dopo aver toccato l’infinito, si possa ancora scegliere il finito; che dopo aver assaporato l’eterno, si possa ancora voltare le spalle alla sorgente.
La preghiera antica, quella che sale dalle profondità dell’anima ferita, chiede che il grido di chi resta possa raggiungere chi è partito.
Chiede che il dolore di chi veglia si faccia ponte per chi si è smarrito.
Il Signore, nella sua sapienza, non costringe il ritorno.
Potrebbe rendere la sua presenza così evidente che nessun dubbio sarebbe possibile, potrebbe richiamare con dolcezza chi si è allontanato, e invece tace.
Questo silenzio, che i giusti hanno sempre faticato a comprendere, è forse il segno più alto del rispetto che Dio porta alla libertà dell’uomo.
La grazia si offre e non si impone; l’amore attende e non costringe.
L’attesa, che ai nostri occhi appare come indifferenza, è invece la forma più pura della pazienza divina, quella che lascia all’uomo lo spazio per tornare da sé, un atto che passa attraverso il riconoscimento del proprio errore e che conduce a riscoprire il valore perduto.
Chi ha ricevuto il dono della fede, tuttavia, non può rimanere inerte dinanzi a chi si allontana. La preghiera che sale dal cuore di chi resta si fa carico del peso altrui e chiede di essere accolta come riscatto.
Le membra di chi veglia soffrono per chi ha smarrito la strada, e ogni lacrima si trasforma in un’arma contro l’indolenza che ha avvolto il cuore del fratello lontano.
La comunità dei credenti si fa corpo che soffre per l’altro, e questo dolore diventa intercessione. Il silenzio che segue è preghiera, e l’attesa che lo accompagna è speranza.
La domanda che questa supplica lascia sospesa, come un’eco che si allontana senza spegnersi, è la più antica e la più nuova: quanto può spingersi l’amore per chi si è allontanato? La risposta, che la tradizione cristiana ha custodito nei gesti dei santi e nelle parole dei mistici, è che l’amore non conosce limiti.
Il prezzo del ritorno può essere pagato da chi rimane, e il grido di chi veglia può attraversare ogni distanza. La grazia, che sembrava essersi ritirata, si rende presente proprio in questo scambio, in questa offerta che si fa riscatto per chi non ha più la forza di tornare.
La nuova fede e la nuova grazia che la preghiera invoca per chi si è allontanato non sono un dono che si impone, ma una porta che si riapre.
Chi prega si fa mediatore di una possibilità che l’altro forse ha dimenticato di possedere.
La sua voce diventa il richiamo che il fratello assente non riesce più a sentire; il suo amore diventa il ponte che il fratello smarrito non ha più la forza di attraversare.
In questo scambio, che la ragione fatica a comprendere e che la fede abbraccia come un mistero, si compie il miracolo più grande: il ritorno di chi era partito e la riscoperta di una gioia che l’oblio aveva sepolto.
Il senso ultimo di questa preghiera è forse questo: nessuno si salva da solo, e il cammino di chi torna è reso possibile dalla fatica di chi resta.
Il grido di chi veglia è la forza che permette a chi è caduto di rialzarsi.
L’amore, quando è autentico, non si arrende nemmeno dinanzi al silenzio di Dio, perché sa che quel silenzio è il grembo in cui germoglia una libertà più piena e una grazia più profonda.
RVSCB
Agostino, Le confessioni, Einaudi, Torino 1995.
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Hadot, Pierre, La filosofia come modo di vivere, Einaudi, Torino 2005.

















