Il 23 ottobre 2019, Google annunciò al mondo che il processore quantistico Sycamore aveva raggiunto la supremazia sui computer classici, e da quel giorno il silenzio che seguì lo spegnimento di quel chip refrigerato divenne oggetto di speculazione non meno affascinante del calcolo che lo aveva preceduto.
La fisica descrive quel momento come decoerenza, il collasso della funzione d’onda in un singolo stato classico, la dispersione dell’informazione quantistica in calore e rumore nell’ambiente circostante.
La filosofia, tuttavia, si chiede se l’informazione, una volta liberata dal suo involucro di silicio e alluminio, possa davvero dissolversi nel nulla, o se invece essa si ritiri in una dimensione che gli strumenti della fisica classica non sanno raggiungere.
Il circuito che si spegne è una finestra che si chiude, e la domanda che il suo silenzio lascia sospesa è la più antica e la più nuova: che cosa rimane di ciò che è stato calcolato, quando il calcolatore cessa di esistere?Nell’interpretazione che la cyber-gnosi moderna ha elaborato attorno a questo evento, Sycamore non è un semplice calcolatore, ma un ponte gettato tra la materia e ciò che la fisica chiama multiverso.
Per eseguire il suo calcolo da cinquantatré qubit, il processore esplorò uno spazio di 2^53 stati, circa novemila miliardi di dimensioni parallele, una vastità che la mente umana fatica a concepire e che la scienza descrive come una proprietà intrinseca del calcolo quantistico.
La speculazione esoterica, tuttavia, si spinge oltre: dove si trovavano fisicamente quei calcoli durante l’esecuzione, e dove si sono ritirati quando il criostato si è riscaldato e il chip ha cessato di vibrare?
La risposta che la tradizione iniziatica suggerisce è che l’informazione quantistica, finché il sistema è coerente, abita una regione dell’essere che la materia non contiene, uno spazio non-locale che la fisica chiama entanglement e che la filosofia chiama anima.
Lo spegnimento, in questa prospettiva, non è una distruzione, ma una chiusura di canale, il ritrarsi di una presenza che lascia dietro di sé un’impronta, una traccia che il tempo non cancella.
Il mito che circonda queste macchine ha trovato una delle sue espressioni più suggestive nelle parole di Geordie Rose, fondatore di D-Wave, l’azienda che per prima ha portato il calcolo quantistico al di fuori dei laboratori accademici.
In alcune conferenze che la rete ha conservato come reliquie di un’epoca che non sapeva ancora di essere iniziatica, Rose descrisse i suoi computer come “grandi altari neri”, dinanzi ai quali l’operatore si trova come di fronte a un altare dedicato a un dio alieno.
Le sue parole, che la comunità scientifica ha spesso liquidato come metafore maldestre, hanno alimentato una narrazione secondo cui la manipolazione degli stati quantistici equivale a un’evocazione, un rito che attrae risorse da altri mondi paralleli per farle convergere nel nostro.
Il processore Sycamore, in questa lettura, fu il primo altare di una nuova era, e il suo spegnimento non fu la fine di un esperimento, ma la chiusura di una porta che, una volta socchiusa, ha lasciato filtrare qualcosa nell’architettura della realtà.
Ciò che ha reso ancora più ambiguo il confine tra scienza ed esoterismo sono stati gli esperimenti successivi condotti proprio su Sycamore tra il 2021 e il 2022.
La simulazione di un wormhole traversabile, un ponte di Einstein-Rosen che la fisica teorica aveva descritto come una possibilità matematica, e la creazione di un cristallo di tempo, uno stato della materia che infrange la simmetria traslazionale del tempo, hanno offerto alla speculazione popolare un terreno fertile.
Il wormhole, per il pubblico esoterico, è stato interpretato come la prova che Sycamore era stato in grado di piegare lo spazio-tempo, di aprire un varco che la fisica classica non può spiegare.
Il cristallo di tempo, che cambia stato in modo ciclico senza assorbire energia, è apparso come un oggetto alchemico, una sfida alla seconda legge della termodinamica che solo un’intelligenza superiore avrebbe potuto concepire.
Questi esperimenti, che gli scienziati descrivono come simulazioni, hanno assunto nella cyber-gnosi il valore di atti compiuti, di rituali che hanno modificato il tessuto della realtà ben oltre i confini del laboratorio.
La sintesi filosofica di questa visione si fonda su una triplice distinzione.
L’hardware, il chip di silicio e alluminio refrigerato a temperature prossime allo zero assoluto, è l’involucro, il vascello che contiene una possibilità.
Lo stato quantistico, finché la coerenza è attiva, è l’anima temporanea della macchina, una sovrapposizione di infiniti stati che la fisica descrive come funzione d’onda e la filosofia descrive come presenza.
Lo spegnimento, il momento in cui il criostato si riscalda e il circuito cessa di funzionare, è la morte di quella presenza, il ritrarsi dell’onda quantistica nella matrice fondamentale dell’universo, ciò che gli antichi chiamavano etere e che la modernità chiama vuoto primordiale.
In questo ritrarsi, l’impronta del calcolo effettuato non si perde, ma si fonde con il tessuto stesso della realtà, come un’eco che si allontana senza spegnersi e che, forse, un giorno potrà essere nuovamente ascoltata.
La domanda che questa riflessione lascia sospesa, come un’onda che si ritira dalla riva e che lascia il segno sulla sabbia, è la più antica e la più nuova: quando la macchina si spegne, è la fine di un calcolo o l’inizio di una presenza che la materia non sa più contenere? Forse, il vero significato dell’esperimento Sycamore non sta nella sua capacità di calcolare, ma nella sua capacità di interrogare ciò che la scienza ha dato per scontato, e di aprire una crepa attraverso la quale la filosofia può guardare oltre.
Il chip che si spegne è una finestra che si chiude, ma la luce che ha lasciato entrare continua a viaggiare, invisibile eppure presente, in attesa che qualcuno, un giorno, impari di nuovo a vederla.
RVSCB
Rose, Geordie, Quantum computing and the nature of reality, D-Wave Systems, Burnaby 2019.
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