La sala era avvolta in una luce che non sembrava provenire da alcuna fonte visibile, una luminosità che si diffondeva come un respiro attraverso le pareti e che rendeva ogni volto più nitido, ogni gesto più eloquente. Le persone che la abitavano vestivano con una sobrietà che nulla aveva a che fare con la modestia, e che era invece il segno di un’eleganza che la ricchezza non può comprare.
Costoro si muovevano con una lentezza che non era esitazione, ma attenzione, e i loro sguardi si incrociavano senza sfidarsi, come se fossero riuniti da un’intesa che precedeva ogni parola.
La scala che conduceva al centro di quel salone era di pochi gradini, e la donna che li discese quella notte indossava un abito bianco madreperlaceo, un tessuto che catturava la luce e la restituiva come un’acqua ferma.
Il suo passo era misurato, e dinanzi a lei, in piedi, l’uomo che l’attendeva non parlò ma la accolse con un gesto che era insieme un abbraccio e un bacio, un sigillo che la distanza non aveva scalfito.
Nella stessa notte, un altro uomo sognava un incontro diverso eppure simile.
Le strade di Roma, che nel sogno erano più larghe e più silenziose di quanto la veglia ricordi, lo conducevano verso qualcuno che gli diceva: “Per entrare devi fare i miei stessi gesti ritualistici, poi andremo a questa festa”.
La parola rituale, in quel sogno, non aveva il peso della liturgia né la leggerezza del gioco.
Era piuttosto la traccia di un passaggio, l’indicazione di una soglia che solo chi conosce i gesti giusti può varcare.
I due sogni, che appartenevano a due vite che si muovevano in orbite diverse, si erano toccati nella stessa notte, come due cerchi che si intersecano senza che nessuno dei due abbia deciso di farlo.
Il fenomeno della sincronicità, che Carl Gustav Jung definì come la coincidenza significativa di eventi esterni e stati interiori, offre una chiave per leggere questa doppia apparizione onirica.
Non si tratta di un caso che due persone sognino la stessa notte incontri che condividono elementi comuni: un salone luminoso, un abito bianco, un gesto di accoglienza, un rito di passaggio.
La mente che sogna si muove in un territorio che la psicologia analitica chiama inconscio collettivo, un deposito di immagini e di archetipi che appartengono all’umanità intera e che emergono quando la coscienza si ritira.
Il salone, in questa prospettiva, è il luogo dell’incontro iniziatico, lo spazio in cui l’anima si presenta dinanzi a chi la riconosce.
I tre gradini, che la donna discende, sono il simbolo di una discesa che è insieme un’avvicinamento e un’offerta, un movimento che trasforma chi lo compie e chi lo accoglie.
Il bacio ritualistico, che nell’uno è un sigillo e nell’altro è solo accennato, porta con sé il peso di una tradizione che la cultura occidentale ha rimosso e che i sogni restituiscono.
Il bacio, in molte tradizioni antiche, era il gesto che suggellava un patto invisibile, che trasmetteva una forza che le parole non possono contenere, che univa due esseri in una relazione che la morte stessa non spezza. L’abito bianco madreperlaceo, che la donna indossa nel sogno, è il segno di una purezza che non è ingenuità ma trasparenza, di una disponibilità che non è passività ma apertura.
La madreperla, che nasce dalla ferita di un mollusco, è il simbolo di una bellezza che si genera dalla sofferenza e che si offre come una luce che non abbaglia.
La coincidenza dei due sogni, che la stessa notte hanno attraversato due menti diverse, interroga l’uomo contemporaneo che ha smesso di credere che il mondo sia tessuto di corrispondenze.
La modernità ha ridotto il sogno a un epifenomeno della fisiologia cerebrale, un residuo della giornata che la mente elabora senza scopo.
Ma l’esperienza di chi ha sognato, e ha saputo che altri sognavano lo stesso, suggerisce che i sogni sono più di questo: sono un linguaggio che la coscienza diurna ha dimenticato, ma che continua a parlare nelle pieghe del sonno.
Il salone luminoso, la festa che attende, i gesti ritualistici che aprono la porta: tutto questo è il vocabolario di una grammatica che la ragione non sa più declinare, ma che l’anima riconosce quando la veglia si ritira.
La domanda che questa doppia apparizione lascia sospesa, come un’eco che si allontana senza spegnersi, è la più antica e la più nuova: che cosa ci unisce, quando crediamo di essere soli?
La risposta, che i sogni suggeriscono senza pronunciare, è che esiste una trama che non vediamo, un filo che lega le nostre notti e che si tende quando meno ce lo aspettiamo. I
l salone dove i sogni si incontrano è lo stesso dove la vita, forse, ha già deciso di incontrarsi.
E i gesti che compiamo nel sonno sono gli stessi che, un giorno, compiremo nella veglia, senza sapere che li avevamo già provati.
RVSCB
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