L’uomo che cerca il presente lo perde. La sua mano si tende verso l’istante come verso un oggetto da possedere, e quell’istante, nel momento stesso in cui crede di stringerlo, gli sfugge tra le dita come un’acqua che il pugno non può trattenere.
Questa verità, che i maestri di ogni tradizione hanno ripetuto con parole diverse, costituisce il fondamento di una pratica che l’Occidente ha riscoperto con il nome di mindfulness e che l’Oriente ha custodito per millenni come il cuore stesso del risveglio.
L’hic et nunc, il qui e ora, non è un luogo da raggiungere, ma una dimensione da abitare, una presenza che si svela quando la mente smette di inseguire il futuro o di rimpiangere il passato e si abbandona a ciò che è.
La pratica della presenza, perciocché, non consiste nell’eliminare i pensieri, ma nell’imparare a osservarli senza esserne trascinati. L’uomo che medita non cerca di svuotare la sua mente, come se fosse un recipiente da rendere puro, ma impara a guardare i pensieri che attraversano la coscienza come si guardano le nuvole che attraversano il cielo.
Ogni pensiero sorge e si dissolve, e in quella dissoluzione il silenzio che lo segue è più eloquente di qualsiasi parola.
La mindfulness insegna che il presente non è un punto isolato, ma un campo in cui tutto accade e che tutto accoglie, e che la capacità di dimorare in questo campo è il frutto di una pratica che non si esaurisce in un esercizio, ma che si estende a ogni gesto della giornata.
L’illusione che il presente possa essere afferrato è la stessa che trasforma la vita in una corsa senza meta. L’uomo che crede di poter possedere l’istante finisce per essere posseduto dalla sua fretta, e la sua ansia di vivere il momento lo allontana sempre di più da ciò che cerca.
La mindfulness, al contrario, è l’arte di posare la mano, di smettere di afferrare, di lasciare che la realtà sia ciò che è senza la pretesa di modificarla.
Il respiro che si osserva senza intervenire, il suono che si ascolta senza giudicare, la sensazione che si accoglie senza respingere: tutto questo è l’hic et nunc, e tutto questo è già presente prima che la mente lo categorizzi e lo separi dall’esperienza immediata.
La dimensione del presente, che le neuroscienze hanno confermato come l’unico tempo in cui la vita effettivamente accade, è anche il luogo in cui la sofferenza perde la sua presa.
L’ansia è un’anticipazione del futuro, una proiezione della mente che trasforma le possibilità in minacce.
La depressione è un rimpianto del passato, un attaccamento a ciò che è stato che impedisce di vedere ciò che è.
La pratica della presenza scioglie questi nodi, perché riconduce l’attenzione a ciò che è effettivamente dato, a ciò che è qui e ora, al respiro che entra ed esce, al corpo che siede e respira, al suono che risuona e svanisce.
L’uomo che dimora nel presente scopre che il dolore del ricordo e l’angoscia dell’attesa si dissolvono quando l’attenzione si posa sulla realtà così com’è.
La mindfulness, lungi dall’essere un ritiro dal mondo, è un modo più pieno di abitarlo.
L’uomo che è presente a sé stesso è anche più presente agli altri, perché la sua attenzione non è dispersa nei pensieri che lo assillano, ma è disponibile per l’incontro.
Tutto questo è il frutto di una pratica che trasforma il rapporto con il mondo e che restituisce alla vita la sua densità.
La presenza non è una fuga, ma un’immersione più profonda nella realtà, una capacità di vedere le cose come sono senza il filtro del desiderio e della paura.
Donde la domanda che questa riflessione lascia sospesa, come un’eco che si allontana senza spegnersi, è la più antica e la più nuova: che cosa cerchi, quando cerchi il presente? Se lo cerchi come un oggetto, lo perderai.
Se lo accogli come un dono, lo troverai.
La mindfulness è l’arte di accogliere, e l’hic et nunc è il luogo dove l’accoglienza si compie.
Basta fermarsi un istante, osservare il respiro che entra ed esce, e scoprire che il presente era già lì, che è sempre stato lì, che non è mai stato altrove.
Basta smettere di cercare per trovare.
RVSCB
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