Di Antonella Baiocchi, Psicoterapeuta, esperta in criminologia, Presidente del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere.
Dopo l’analisi di 120 omicidi di donne, la nostra indagine compie il passo successivo: dalle motivazioni “in quanto donna” alle altre condizioni utilizzate per qualificare il femminicidio. Poi abbiamo invertito i sessi. E controllo, possesso, separazione, conflitto e rifiuto ricompaiono anche negli omicidi di uomini commessi da donne. Allora la domanda cambia: siamo davvero davanti a dinamiche specifiche del genere?
Nel precedente articolo pubblicato su Paese Roma, «I moventi di 120 femminicidi: e se Vannacci non avesse torto?», abbiamo sottoposto a verifica una delle formule più conosciute e ripetute quando si parla di femminicidio: la donna uccisa “in quanto donna”.
Avevamo preso in esame 120 omicidi volontari di donne, selezionati dopo la verifica individuale dei casi censiti dall’Osservatorio Nazionale Non Una di Meno per il 2025 e fino al 30 luglio 2026, ricostruendo per ciascun episodio il contesto e il movente documentabile attraverso le fonti disponibili.
La domanda era precisa: nei moventi ricostruiti dalle fonti emerge realmente quell’odio verso la vittima per la sua appartenenza alla categoria femminile che nel dibattito pubblico viene continuamente sintetizzato nell’espressione “uccisa in quanto donna”?
Il risultato della prima fase della nostra indagine è stato altrettanto preciso: nei 120 casi analizzati non abbiamo individuato, nelle fonti consultate, un movente esplicitamente formulato o interpretabile come odio verso le donne in quanto categoria.
Abbiamo trovato altro.
Separazioni non accettate, rifiuti sentimentali, gelosia, controllo, possesso, conflitti familiari, controversie economiche e patrimoniali, dissidi ereditari, gravi disturbi psichiatrici, pietatis causa e altre specifiche divergenze relazionali.
Ma il precedente articolo non finiva lì.
Avevamo già fatto due cose che oggi diventano fondamentali.
Avevamo ricordato che sotto la parola femminicidio convivono definizioni più articolate del semplice odio misogino; e avevamo anticipato una verifica esplorativa sugli uomini uccisi da donne, ponendo una domanda molto semplice: se il meccanismo che abbiamo individuato è realmente legato alla difficoltà di gestire la divergenza, dovrebbe ricomparire anche quando invertiamo i sessi?
Avevamo lasciato il lettore lì.
Oggi ripartiamo esattamente da lì.
DOPO L’“IN QUANTO DONNA”, IL SECONDO LIVELLO DELL’INDAGINE
C’è infatti una precisazione indispensabile.
“Uccisa in quanto donna” e “femminicidio” non vengono sempre utilizzati come sinonimi perfetti.
Non esiste un’unica definizione di femminicidio utilizzata nello stesso modo in ogni ambito. Definizioni concettuali, criteri criminologici, sistemi statistici internazionali e definizione giuridica italiana non sono perfettamente sovrapponibili.
Già nel precedente articolo avevamo richiamato definizioni internazionali che fanno riferimento non soltanto all’odio misogino esplicito, ma anche a discriminazione, stereotipi, dominio e altre motivazioni connesse al genere.
E dal dicembre 2025 abbiamo qualcosa di ancora più rilevante: l’art. 577-bis del Codice penale.
La legge 2 dicembre 2025, n. 181, entrata in vigore il 17 dicembre, ha introdotto il delitto autonomo di femminicidio. La norma punisce con l’ergastolo chi cagiona la morte di una donna quando il fatto ricade nelle condizioni indicate dal legislatore; fuori da tali casi, la stessa disposizione stabilisce che si applichi l’art. 575, cioè la fattispecie generale dell’omicidio.
Il 577-bis contempla:
1. odio, discriminazione o prevaricazione;
2. controllo, possesso o dominio in quanto donna;
3. il fatto commesso in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo;
4. il fatto commesso come atto di limitazione delle libertà individuali della donna.
Ed ecco perché, provocatoriamente, parlo di “piano B”.
Non troviamo necessariamente il famoso movete «ti uccido perché sei donna»? L’uccisione di una donna può comunque rientrare nell’ambito del femminicidio, se c’è la presenza di controllo, possesso, prevaricazione, rifiuto della relazione, limitazione dell’autonomia e altre dinamiche utilizzate nelle definizioni più ampie del fenomeno.
Benissimo.
Allora abbiamo deciso di verificare anche quelle.
Ed è proprio qui che le cose diventano molto più interessanti.
IL “PIANO B” HA UN PROBLEMA: QUELLE DINAMICHE SONO DAVVERO DI GENERE?
Prendiamo la separazione: lei vuole lasciarlo, lui non accetta.
Prendiamo il controllo: lei rivendica una scelta autonoma, lui pretende che si conformi alla sua volontà.
Prendiamo il denaro: uno pretende di disporre di risorse che l’altro non vuole concedergli.
Prendiamo la gelosia: uno dei due non tollera una scelta affettiva dell’altro.
Situazioni diverse, ma con un elemento comune: la divergenza. Uno vuole A, l’altro vuole B.
Ed essere divergenti non è patologico: è la normalità delle relazioni umane, perché siamo otto miliardi di persone diverse. Il problema non è volere cose diverse; nasce quando uno dei due — e talvolta entrambi — non riconosce all’altro il diritto di volerle.
È l’incapacità di gestire la divergenza nel reciproco rispetto che può trasformare il confronto in conflitto distruttivo, fino alla pretesa: «Se non riesco a cambiare la tua volontà, tenterò di piegarla».
Controllo, possesso, prevaricazione, ricatto e violenza possono diventare allora strumenti attraverso i quali si tenta di annullare la volontà divergente dell’altro.
Ma se queste dinamiche fossero specificamente riconducibili alla violenza dell’uomo sulla donna, cosa dovrebbe accadere quando invertiamo i sessi?
ABBIAMO INVERTITO I SESSI
Nel primo articolo avevamo soltanto anticipato questa verifica.
Avevamo scritto che anche negli omicidi di uomini effettuati da donne assassine, comparivano separazioni conflittuali, gelosia, vendette, controversie economiche, conflitti familiari, controllo e possesso, precisando però che quella verifica aveva ancora carattere esplorativo.
La nostra indagine è andata avanti.
Abbiamo quindi dedicato una seconda fase specifica agli omicidi di uomini commessi da donne, partendo dagli episodi censiti da LaFionda.com negli elenchi relativi al 2025 e al periodo gennaio-luglio 2026.
E anche qui abbiamo applicato un criterio fondamentale: i casi sono stati verificati e selezionati sulla base delle fonti disponibili, escludendo duplicazioni e fattispecie non pertinenti all’oggetto dell’indagine.
Per il 2025, ad esempio, l’elenco iniziale comprendeva 37 episodi. Dopo la verifica sono stati esclusi tre duplicati, un tentato omicidio e due episodi non riconducibili a omicidio volontario.
Il campione utilizzabile per l’analisi dei moventi è risultato quindi composto da 31 omicidi.
Ed ecco cosa emerge:
• 10 casi riconducibili a conflitti di coppia, separazione o fine della relazione;
• 8 a conflitti familiari;
• 4 a controversie economiche o patrimoniali;
• 2 a vendetta o ricatto;
• 1 a pietatis causa;
• 1 a fanatismo religioso/delirio mistico;
• 1 a rapina/estorsione;
• in 5 casi il movente non risultava sufficientemente accertato.
Non stiamo sostenendo che uomini e donne uccidano nella stessa quantità. Nei conflitti relazionali, quando si arriva alla violenza fisica più grave e letale, è un dato di fatto che noi donne abbiamo più frequentemente la peggio.
Sul piano della violenza psicologica, invece (quella che non rompe le ossa ma può squartare l’anima) le certezze diventano curiosamente molto più rare. Soprattutto quando l’anima squartata è quella di un uomo: una vittima statisticamente e mediaticamente assai meno affascinante.
Se un giorno decidessimo di studiare con lo stesso zelo anche questo versante, ho qualche dubbio che noi donne usciremmo dall’indagine ancora titolari di tutti i primati della vittimizzazione.
Stiamo verificando una cosa molto più precisa: che cosa succede ai moventi e alle dinamiche quando cambiamo il sesso dell’autore e della vittima?
CAMBIA IL SESSO, MA LE MOTIVAZIONI SONO LE MEDESIME
Ed è qui che i due campioni cominciano a dialogare.
Negli omicidi di donne avevamo trovato soprattutto separazioni e fine della relazione, conflitti di coppia e familiari, controversie economiche e patrimoniali, gelosia, controllo, possesso e altre divergenze relazionali.
Negli omicidi di uomini commessi da donne ritroviamo conflitti di coppia e separazioni, conflitti familiari, controversie economiche e patrimoniali, vendetta, ricatto e altre divergenze relazionali.
Non sono distribuzioni numericamente sovrapponibili.
Ma sul piano qualitativo emerge una convergenza evidente delle principali famiglie motivazionali.
E, per chi si occupa professionalmente della psiche e delle relazioni umane, non è un risultato sorprendente.
• Perché la gelosia non è maschile.
• La possessività non è maschile.
• Il bisogno di controllo non è maschile.
• La vendetta non è maschile.
• L’incapacità di accettare un rifiuto non è maschile.
Sono possibilità umane, che appartengono a uomini e donne.
Possono certamente assumere forme, frequenze, gravità e significati differenti nei diversi contesti sociali e nei due sessi.
Ma la loro semplice presenza non dimostra da sola la specificità di genere del processo che le ha prodotte.
Ed è questa distinzione che diventa decisiva.
IL DOPPIO STANDARD: SE LO FA LUI È “DI GENERE”. SE LO FA LEI NO.
Proviamo allora a prendere, uno per uno, alcuni degli elementi contemplati dal 577-bis e a fare una cosa semplicissima: invertire il sesso dei protagonisti.
- Se un uomo uccide una donna perché lei vuole lasciarlo, abbiamo un rifiuto della separazione. Se una donna uccide un uomo perché lui vuole lasciarla, abbiamo ancora un rifiuto della separazione.
- Se lui pretende di sapere dove va lei, con chi esce e cosa fa, abbiamo controllo. Se è lei a pretendere le stesse cose da lui, la dinamica di controllo non cambia.ù
- Se lui pretende che lei si conformi alla sua volontà, abbiamo una dinamica di possesso o dominio. Ma se è lei a pretendere che lui si conformi alla sua volontà, la pretesa di possesso e dominio sull’altro rimane.
- Lo stesso vale per prevaricazione e limitazione della libertà: impedire all’altro di scegliere, decidere, frequentare persone, disporre autonomamente della propria vita significa comprimere la sua libertà, indipendentemente dal sesso di chi agisce e di chi subisce.
- Diverso è il caso della discriminazione esplicitamente legata al sesso. Se una donna viene considerata inferiore, privata di diritti o sottoposta a determinate limitazioni proprio perché donna, abbiamo un elemento che può effettivamente indicare una specifica componente di genere.
Altrettanto importante è distinguere l’odio verso quella determinata donna dall’odio verso le donne in quanto tali. «Odio questa donna perché mi ha lasciato» e «odio le donne e la colpisco perché è una donna» descrivono due fenomeni criminologicamente differenti.
Ed è proprio qui che emerge il possibile doppio standard.
Se controllo, possesso, rifiuto della separazione, prevaricazione e limitazione della libertà vengono interpretati come espressione di violenza “di genere” quando lui li esercita su di lei, mentre le stesse dinamiche, quando lei le esercita su di lui, tornano a essere semplicemente gelosia, possesso, conflitto relazionale o incapacità di accettare la separazione, la differenza non può essere semplicemente presunta: deve essere dimostrata.
Perché, altrimenti, rischiamo un corto circuito: non facciamo più derivare il significato della condotta dai fatti, ma attribuiamo alla stessa condotta un significato diverso a seconda del sesso dei protagonisti.
Può esserci una componente specificamente di genere? Certo che può esserci. Ma allora bisogna individuare che cosa, in quel caso concreto, trasforma una dinamica umana di controllo, possesso, rifiuto o prevaricazione in una dinamica determinata dal genere della vittima. E bisogna dimostrarlo. Non presumerlo.
DALLA DIVERGENZA ALLA VIOLENZA
Ed è qui che il confronto tra i due campioni ci riporta alla nostra ipotesi.
Una relazione che uno vuole interrompere e l’altro continuare. Un patrimonio che uno vuole controllare e l’altro no. Una scelta personale che uno rivendica e l’altro pretende di impedire.
La divergenza è la condizione, non la causa automatica della violenza. Il problema è come viene gestita.
È qui che entra l’Analfabetismo Psicologico: la carenza di competenze emotive e relazionali necessarie per tollerare frustrazione, rifiuto e alterità e riconoscere all’altro il diritto di essere diverso da ciò che vorremmo.
Quando a questo si accompagna una posizione di potere — fisico, psicologico, economico, relazionale o di ruolo — il più vulnerabile può diventare il bersaglio della sopraffazione.
È il processo che definiamo Debolicidio.
La sequenza è:
ANALFABETISMO PSICOLOGICO → DISCRIMINAZIONE → INTOLLERANZA ALLE DIVERGENZE →GESTIONE DICOTOMICA DELLA DIVERGENZA → PREVARICAZIONE-VIOLENZA DEL SOGGETTO VULNERABILE (DEBOLICIDIO)
Come avevamo scritto nel precedente articolo: l’Analfabetismo Psicologico è l’esplosivo. La divergenza è la miccia.
E ALLORA TORNIAMO AL 577-BIS
Qui la questione diventa inevitabilmente giuridica.
Il 577-bis comprende, oltre all’odio, anche prevaricazione, controllo, possesso, dominio, rifiuto della relazione e limitazione delle libertà individuali della donna.
Ma la nostra indagine mostra che queste dinamiche relazionali possono manifestarsi anche a sessi invertiti.
La domanda diventa quindi: quando una dinamica umana e relazionale diventa specificamente una dinamica “di genere”? E attraverso quali elementi possiamo dimostrarlo?
Non è una questione secondaria: stiamo parlando di una fattispecie autonoma punita con l’ergastolo, mentre fuori dalle condizioni del 577-bis si applica la disciplina generale dell’omicidio dell’art. 575.
Non spetta a noi dichiarare incostituzionale una legge: questo compete alla Corte costituzionale. Ma riteniamo legittimo interrogarsi sulla compatibilità di questa differenziazione con i principi di uguaglianza, ragionevolezza, determinatezza e proporzionalità, soprattutto quando alcune delle dinamiche considerate possono manifestarsi indipendentemente dal sesso dei protagonisti.
MA IL PROBLEMA PIÙ GRANDE È PREVENIRE
Possiamo discutere all’infinito se chiamare un omicidio omicidio o femminicidio. Possiamo creare nuove categorie e aumentare le pene.
Ma quando applichiamo la pena, la violenza è già avvenuta.
Se vogliamo prevenirla, la domanda deve arrivare prima: che cosa porta una persona a considerare intollerabile la volontà divergente dell’altro?
«Non puoi lasciarmi».
«Non accetto il tuo no».
«Devi fare ciò che voglio».
«La tua libertà finisce dove comincia la mia pretesa».
È qui che dovrebbe intervenire una seria politica di prevenzione: competenze psicologiche, gestione del conflitto, tolleranza della frustrazione, rispetto dell’alterità, educazione al rifiuto e capacità di separarsi senza trasformare l’altro in un nemico da annientare.
E mettere in discussione una lettura esclusivamente di genere non significa proteggere meno le donne.
Significa chiedere che la capacità dello Stato di riconoscere una vittima non dipenda dal suo sesso.
Una donna controllata, perseguitata o picchiata merita protezione.
Un uomo controllato, perseguitato o picchiato merita la stessa protezione.
Le frequenze possono essere differenti. Le vulnerabilità possono essere differenti. Il valore della persona davanti allo Stato non dovrebbe esserlo.
La nostra seconda indagine non dimostra che separazione, controllo, possesso, rifiuto, conflitto e limitazione dell’autonomia non bastano, da soli, a dimostrare che la causa della violenza sia il genere della vittima. Se sosteniamo che lo sia, dobbiamo dimostrarlo.
Questa non è negazione. È metodo.
E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire: non da una società nella quale le donne debbano essere protette dagli uomini, ma da una società nella quale nessun essere umano abbia il diritto di sopraffarne un altro, donna o uomo che sia.
La divergenza è inevitabile.
L’Analfabetismo Psicologico può trasformarla in una miccia.
Il reciproco rispetto è ciò che dobbiamo insegnare prima che quella miccia venga accesa.
L’indagine completa, attualmente in via di pubblicazione, sarà successivamente resa disponibile per la consultazione sul sito del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere: www.comitatobigenitorialitaepariopportunita.it



















