L’acqua sfiora il mento di Tantalo e si ritrae, e il frutto che la sua mano quasi afferra si solleva con la brezza, lasciandolo con la bocca aperta e le dita vuote. Questo supplizio, che i greci raccontavano come la punizione di un uomo che aveva osato sfidare gli dèi, si ripete oggi nelle vite di milioni di uomini che la mitologia antica non avrebbe saputo immaginare.
La sete che non si placa e la fame che non si sazia non sono più la condanna di un singolo, ma la condizione di un’intera civiltà che ha tutto a portata di mano e che non riesce a godere di nulla.
L’abbondanza che ci circonda, la quantità di stimoli che ci investono, la velocità con cui il desiderio viene suscitato e deluso: tutto questo è il supplizio di Tantalo adattato all’epoca del consumo infinito.
Il Tantalo moderno vive in una casa piena di oggetti che non usa, in una città piena di persone che non incontra, in un mondo di possibilità che non riesce a cogliere.
Il suo smartphone gli offre l’accesso a ogni conoscenza, eppure la sua attenzione è più frammentata di quella di un uomo del Medioevo che possedeva un solo libro.
La sua dispensa è piena di cibo che non gusta, il suo frigorifero trabocca di cibi che si decompongono mentre lui ordina cibo da asporto, sempre diverso e sempre uguale.
La sua libreria contiene centinaia di volumi che non ha letto, e le sue playlist raccolgono migliaia di canzoni che non ascolta veramente.
La condizione tantaleica, che la psicologia contemporanea chiama “paradosso dell’abbondanza”, si manifesta in ogni aspetto della sua vita: più ha, meno possiede; più consuma, meno gode; più cerca, meno trova.
La radice di questo supplizio affonda nella natura stessa del desiderio moderno.
Il Tantalo antico desiderava l’acqua e il frutto perché la sua sete e la sua fame erano reali, radicate nel corpo e nella necessità.
Il Tantalo contemporaneo desidera ciò che l’immagine gli mostra, ciò che la pubblicità gli promette, ciò che l’algoritmo gli suggerisce, e il suo desiderio è un desiderio senza corpo, senza memoria, senza radici.
L’acqua che sfugge alle sue labbra è il like che non arriva, la risposta che tarda, il riconoscimento che si sottrae. I frutti che si allontanano sono le esperienze che vede sugli schermi, i viaggi che progetta e rimanda, gli amori che avrebbe potuto vivere e che sono già diventati rimpianto prima ancora di essere tentativi.
La sua punizione è di essere circondato da ciò che potrebbe appagarlo e di non poterlo raggiungere, come il Tantalo antico, ma con una differenza: il suo supplizio è invisibile, e l’acqua che sfugge alle sue labbra è l’unica acqua che conosce.
L’ironia di questa condizione è che il Tantalo moderno crede di essere libero.
Egli sceglie tra mille possibilità, e questa scelta è la sua gabbia.
Ogni volta che si trova dinanzi a un supermercato, a un catalogo, a un feed di notizie, la sua libertà di scegliere si trasforma in un obbligo di escludere, in una rinuncia che lo accompagna come un’ombra. L’abbondanza, che avrebbe dovuto essere la sua liberazione, è diventata il suo supplizio.
La sete che lo tormenta è la sete di una vita che non è la sua, di un’esperienza che non ha vissuto, di un senso che non ha trovato.
Il frutto che si allontana è il significato che la sua esistenza ha smarrito, e che la sua corsa perpetua rende sempre più lontano.
La cultura contemporanea ha trasformato il supplizio di Tantalo in uno spettacolo.
I social media, che promettono connessione, offrono una visione della vita degli altri che rende la propria inadeguata.
Tutto questo è l’acqua che sfugge alle labbra di Tantalo, il frutto che si allontana dalla sua mano.
La sua esistenza, in questo confronto perpetuo, diventa un paragone che non può vincere, una miseria che l’abbondanza altrui rende più profonda.
Il supplizio del contemporaneo è di vivere circondato dalla felicità altrui, e di non poterla toccare.
La via d’uscita, che la saggezza antica suggerisce e la filosofia moderna fatica a indicare, è forse quella di smettere di desiderare ciò che si allontana.
Il Tantalo che abbassa le braccia, che accetta l’acqua che non gli arriva, che rinuncia ai frutti che si sollevano, potrebbe scoprire che la sua sete non è la condanna, ma la possibilità di un rapporto diverso con ciò che lo circonda.
La felicità, che il mondo gli ha insegnato a cercare nell’abbondanza, potrebbe trovarsi nella sobrietà, nella capacità di godere di ciò che è già lì, nell’arte di desiderare meno per avere di più. La sua liberazione, se mai arriverà, non sarà il possesso dell’acqua e dei frutti, ma la scoperta che la sua vera sete è la sete di sé stesso.
Il Tantalo contemporaneo, che si agita nel suo supplizio di vetro, ha bisogno di imparare che la vita che gli sfugge è la stessa che lui sfugge.
L’acqua che si ritrae e il frutto che si solleva sono l’immagine di una presenza che egli non ha mai smesso di cercare, e che non ha mai imparato a riconoscere.
La sua punizione non è l’assenza, ma la distrazione.
E la sua salvezza, forse, è l’attenzione.
RVSCB
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