Antonella Baiocchi – Psicoterapeuta – Esperta in Criminologia
Presidente del Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere
Sei donne uccise in sei giorni sono sei vite spezzate e sei tragedie che devono interrogarci profondamente.
Ma proprio perché vogliamo evitare la settima, l’ottava, la decima vittima, dobbiamo avere il coraggio di chiederci se stiamo davvero individuando la matrice sulla quale intervenire.
Perché continuare a concentrare la prevenzione prevalentemente sul sesso dell’autore e della vittima rischia di lasciarci fermi alla manifestazione finale della violenza, anziché portarci alla sua origine.
La domanda non può essere soltanto: perché alcuni uomini uccidono le donne?
La domanda preventiva deve diventare più profonda: perché alcuni esseri umani, quando l’altro diverge dai loro desideri, arrivano a controllarlo, perseguitarlo, ferirlo e perfino ucciderlo?
PROTEGGIAMO LE DONNE. MA PROTEGGIAMO TUTTI I VULNERABILI DI QUALSIASI SESSO
Questo deve essere chiarissimo: una donna in pericolo deve essere protetta immediatamente e con tutti gli strumenti disponibili. Ma anche un uomo in pericolo deve esserlo.
Una società realmente fondata sulle pari opportunità non può stabilire a priori quale vittima meriti maggiore ascolto sulla base del sesso. Deve individuare chi è vulnerabile nella specifica situazione, valutarne concretamente il rischio e proteggerlo.
Proprio nelle Marche abbiamo avuto poche settimane fa un caso che dovrebbe farci riflettere. A Civitanova Marche Marco Pennesi, 62 anni, è morto nell’ambito di una gravissima vicenda domestica che ha coinvolto la compagna.
Al di là degli accertamenti giudiziari sulle responsabilità e sulla dinamica, rimane una domanda culturale: quanta attenzione abbiamo dedicato a quell’uomo morto all’interno di una relazione conflittuale? Dov’è stata la mobilitazione? Dov’è stata la riflessione pubblica sulla violenza relazionale?
Un morto non vale meno perché è maschio. E una persona violenta non diventa meno violenta perché è donna.
Il caso Pennesi ci costringe quindi a porci una domanda che troppo spesso rimane fuori dal dibattito: che cosa accade alle vittime quando sono uomini?
Un elemento significativo emerge dall’indagine criminologica condotta dal mio staff, attraverso l’analisi dei casi riportati nelle liste dell’Osservatorio di Non Una di Meno e dell’Osservatorio statistico de LaFionda.com, relativamente al periodo dal 2025 al 30 luglio 2026.
Nei due campioni analizzati sono stati presi in esame 120 casi di donne uccise e 49 casi di uomini uccisi da donne.
Una precisazione metodologica è indispensabile: questi numeri non costituiscono una statistica ufficiale nazionale né vengono utilizzati per sostenere un’equivalenza quantitativa tra vittimizzazione maschile e femminile. Le due raccolte presentano caratteristiche e criteri differenti e l’indagine è finalizzata principalmente all’analisi delle dinamiche e dei moventi documentabili nei casi esaminati.
Ma quei 49 uomini uccisi da donne ci consegnano comunque un’evidenza che non può essere rimossa dal dibattito pubblico: anche le donne possono agire violenza gravissima e anche gli uomini possono esserne vittime.
Che siano numericamente meno non cambia il problema. I diritti fondamentali non funzionano secondo il principio di maggioranza.
Nessuno riterrebbe irrilevante una malattia rara perché colpisce poche persone. Al contrario, proprio l’esiguità numerica impone di evitare che quelle persone diventino invisibili. Per quale ragione un principio così elementare dovrebbe cessare di valere quando parliamo di violenza?
Il punto non è mettere 120 donne contro 49 uomini. Il punto è smettere di mettere i morti in competizione.
Anche se gli uomini vittime fossero cinquanta, dieci o uno soltanto, avrebbero lo stesso diritto ad essere riconosciuti, ascoltati, protetti e assistiti.
Ed è proprio qui che emerge uno dei limiti dell’attuale impostazione: una minoranza statistica non può trasformarsi in una minoranza nei diritti. È legittimo predisporre strumenti specifici in funzione delle differenti forme e livelli di rischio; non è accettabile che l’appartenenza al gruppo numericamente meno rappresentato produca invisibilità o minori possibilità di accesso alla tutela.
Le pari opportunità cominciano esattamente da questo principio: non si protegge un sesso. Si protegge la persona vulnerabile.
Perché la vittima viene prima del suo sesso.
UOMINI E DONNE POSSONO ESSERE VITTIME. UOMINI E DONNE POSSONO ESSERE VIOLENTI
Questo non significa sostenere che uomini e donne siano vittime delle stesse forme di violenza nelle medesime proporzioni.
Significa affermare qualcosa di molto più elementare:
la capacità di esercitare violenza non appartiene biologicamente a un sesso.
Esistono uomini violenti e devono essere riconosciuti, fermati e trattati.
Esistono donne violente e devono essere riconosciute, fermate e trattate.
Esistono donne vittime e devono essere protette.
Esistono uomini vittime e devono essere protetti.
Negare una metà di questa realtà non protegge meglio l’altra metà.
Al contrario, continuare a rappresentare l’uomo come potenziale carnefice e la donna come potenziale vittima rischia di alimentare una contrapposizione proprio mentre avremmo bisogno di insegnare reciproco rispetto.
Se trasformiamo la prevenzione della violenza in una guerra culturale tra uomini e donne, aumentiamo l’astio tra i sessi invece di insegnare loro a gestire le divergenze.
LA MATRICE CHE DOBBIAMO AFFRONTARE: L’INCAPACITÀ DI GESTIRE LA DIVERGENZA
È qui che, a mio avviso, dobbiamo spostare radicalmente la prevenzione.
Le relazioni umane sono inevitabilmente attraversate dalle divergenze.
Uno vuole continuare la relazione, l’altro vuole andarsene.
Uno ama ancora, l’altro non ama più.
Uno vuole qualcosa che l’altro rifiuta.
Uno tradisce.
Uno delude.
Uno contraddice.
Uno prende una strada diversa da quella che l’altro aveva immaginato.
La divergenza non è patologica. È inevitabile.
Il problema nasce quando non possediamo gli strumenti psicologici per tollerarla.
È ciò che definisco Analfabetismo Psicologico: l’incapacità di riconoscere l’altro come persona autonoma e diversa da noi, tollerare frustrazione e rifiuto, governare rabbia e impulsività e affrontare il conflitto nel reciproco rispetto.
Quando queste competenze mancano, la divergenza può trasformarsi in una battaglia.
L’altro non è più una persona da rispettare, ma diventa l’ostacolo da piegare.
Ed ecco controllo, possesso, vendetta, ricatto, umiliazione, persecuzione, aggressione.
Uomini e donne possono arrivare a ferirsi nell’anima e nel corpo perché non riescono più a riconoscere nell’altro una persona diversa da sé che ha diritto di dire no, di lasciare, di cambiare idea, di non corrispondere alle nostre aspettative.
E qualche volta quella guerra termina con un morto.
PERCHÉ SONO PIÙ SPESSO LE DONNE AD AVERE LA PEGGIO FISICAMENTE?
Qui non serve alcuna ideologia.
Nello scontro fisico tra uomo e donna esiste mediamente una asimmetria di forza fisica.
Per questo, quando una relazione altamente conflittuale degenera nella violenza fisica grave, è del tutto plausibile che sia più frequentemente la donna a riportare le conseguenze più devastanti.
Questa maggiore vulnerabilità deve essere riconosciuta e deve produrre protezione.
Ma attenzione al salto logico.
La maggiore vulnerabilità fisica della donna non dimostra che la violenza sia una prerogativa dell’uomo.
Ci dice chi, in quella particolare forma di scontro, può più facilmente avere la peggio.
Sono due questioni completamente diverse.
E confonderle rischia di compromettere la prevenzione.
IL DEBOLICIDIO: GUARDARE IL VULNERABILE, NON IL SUO SESSO
È proprio per superare questo limite interpretativo che ho elaborato il concetto di Debolicidio.
Il Debolicidio sposta la domanda da: “Di quale sesso è la vittima?”
a: “Chi è il vulnerabile in questa relazione e chi sta utilizzando il proprio potere per sopraffarlo?”
Perché il potere non è soltanto fisico.
Può essere fisico, psicologico, economico, relazionale, familiare, sociale, legale o derivare da un ruolo o da una particolare condizione di vantaggio.
In una determinata relazione il vulnerabile può essere una donna.
In un’altra può essere un uomo.
Può essere un bambino, un anziano, una persona disabile o chiunque si trovi, in quel momento e in quel contesto, in una posizione di debolezza rispetto a chi esercita il potere.
Il Debolicidio è l’annientamento del vulnerabile da parte di chi, trovandosi in una posizione di forza, utilizza quel vantaggio non per proteggere ma per sopraffare.
Questo paradigma non cancella la violenza contro le donne.
La comprende.
Ma comprende anche tutte le vittime che una lettura rigidamente binaria rischia di rendere invisibili.
SMETTIAMO DI INSEGNARE CHI È IL CATTIVO. INSEGNIAMO COME NON DIVENTARLO
Se vogliamo veramente prevenire gli omicidi relazionali, dobbiamo partire molto prima.
Dobbiamo insegnare a ragazze e ragazzi, non soltanto ai ragazzi, che:
un rifiuto deve essere tollerato;
una separazione può provocare dolore ma non attribuisce diritti sull’altro;
la gelosia non è una licenza di controllo;
essere contraddetti non significa essere umiliati;
avere subito un torto non autorizza la vendetta;
la rabbia è un’emozione, non un’autorizzazione ad aggredire;
l’altro ha diritto di essere diverso da noi.
Questa è prevenzione.
E questa educazione deve essere universale, perché nessun bambino deve crescere pensando che la violenza sia qualcosa che riguarda soltanto l’altro sesso.
SE VOGLIAMO SALVARE LE DONNE, DOBBIAMO CAPIRE DAVVERO LA VIOLENZA
Proteggiamo dunque con fermezza le donne esposte a un rischio concreto.
Fermiamo gli uomini violenti.
Ma contemporaneamente riconosciamo le donne violente e proteggiamo gli uomini vittime.
Non sono affermazioni in contraddizione.
Sono le due conseguenze dello stesso principio di civiltà:
lo Stato deve stare dalla parte del vulnerabile, non dalla parte di un sesso.
Se continueremo a dividere l’umanità tra un sesso da educare perché potenzialmente pericoloso e un sesso da proteggere perché potenzialmente vittima, non costruiremo relazioni migliori.
Rischieremo invece di alimentare diffidenza, risentimento e contrapposizione.
Uomini e donne non devono imparare a temersi. Devono imparare a divergere senza distruggersi.
È questa la rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno.
Perché quando arriviamo a contare i cadaveri – femminili o maschili – la prevenzione ha già fallito.


















