Le parole pronunciate da Stefano Bonaccini sul rapporto tra livello di istruzione e consenso alla destra hanno riacceso una questione che attraversa da tempo il dibattito politico italiano: quanto è diventata profonda la distanza tra una parte della sinistra e quell’elettorato popolare che un tempo ne rappresentava uno dei principali riferimenti? La polemica ha rapidamente superato il significato letterale delle dichiarazioni dell’ex presidente dell’Emilia-Romagna, trasformandosi in uno scontro sul modo stesso di interpretare il voto degli italiani. Giorgia Meloni ha risposto duramente, respingendo quella che il centrodestra considera una lettura elitaria del consenso e rivendicando, al contrario, la capacità della destra di intercettare bisogni, disillusione e richieste provenienti da fasce sempre più ampie della società.

Il presidente del Partito Democratico Bonaccini ha poi precisato: “Hanno estrapolato una frase da un ragionamento più complessivo. La sinistra, che ha perso spesso le elezioni in tanti Paesi europei e negli Usa dovrebbe saper rappresentare più e meglio coloro che sono più in difficoltà economicamente, o che nella vita hanno avuto meno opportunità di aver titoli di studio più elevati. È per dire che serve una sinistra più popolare. Ma secondo voi io mi permetto di dire che solo quelli che studiano… ma non scherziamo”.
Ma dietro lo scontro politico resta una domanda più profonda: si possono analizzare le differenze sociali e culturali dell’elettorato senza trasformarle, anche involontariamente, in un giudizio sugli elettori? Ne abbiamo parlato con Filippo Marra, esponente di Fratelli d’Italia, per capire come il partito della premier legge le parole di Bonaccini, la reazione che ne è seguita e, soprattutto, quella frattura tra politica, ceti popolari ed élite che sembra essere diventata una delle chiavi attraverso cui leggere il consenso nell’Italia di oggi.
Intervista a Filippo Marra sulle dichiarazioni di Stefano Bonaccini
Dott. Marra, partiamo dalla polemica: le parole di Stefano Bonaccini sul fatto che chi vota a destra “ha studiato poco” hanno fatto discutere. Come le giudica?
Guardi, al di là delle successive precisazioni, il punto è semplice: certe parole non si dovrebbero proprio pronunciare. Quando si dice che il voto alla destra arriva “in maniera maggioritaria da chi ha studiato poco” , si introduce una distinzione pericolosa tra cittadini di serie A e di serie B. Ed è esattamente questo che Giorgia Meloni ha contestato con forza: il mancato rispetto verso milioni di italiani.
Bonaccini ha però sostenuto che si trattava di un’analisi sociologica, non di un insulto.
È una difesa comprensibile, ma non sufficiente. In politica non conta solo l’intenzione, conta l’effetto. E l’effetto di quelle parole è stato chiaro: far passare l’idea che chi vota a destra lo faccia per ignoranza o per mancanza di strumenti culturali. La premier ha risposto in modo molto diretto: gli italiani votano il centrodestra perché hanno “studiato sulla loro pelle” le politiche della sinistra . È una frase forte, ma rende bene il punto.
Quindi lei difende la reazione del governo?
Assolutamente sì. Il governo non ha solo difeso sé stesso, ha difeso i cittadini. In democrazia il voto è uguale per tutti: non esiste un voto più “qualificato” di un altro. Quando la politica comincia a classificare gli elettori, smette di rappresentarli. E questo è un problema serio, soprattutto per chi — come il Partito Democratico — dovrebbe interrogarsi sulle proprie sconfitte.
A proposito di sconfitte: Bonaccini è stato battuto alle primarie da Elly Schlein. Questo pesa nel dibattito?
Pesa eccome. Perché dimostra che anche dentro la sinistra c’è una crisi profonda. Bonaccini rappresentava una linea più moderata e amministrativa, ma non ha convinto neanche il suo stesso elettorato. E allora diventa difficile dare lezioni agli altri, soprattutto se poi si scivola in affermazioni che possono essere percepite come elitiste.
Secondo lei c’è davvero una distanza tra sinistra e ceti popolari?
I dati e i risultati elettorali degli ultimi anni lo suggeriscono. Non solo in Italia: Bonaccini stesso ha citato esempi come Trump o la Brexit . Ma la risposta non può essere dire “chi vota così ha studiato meno”. La risposta dovrebbe essere: perché non riusciamo più a rappresentare quelle persone? La destra, invece, ha scelto una strada diversa: ascoltare senza chiedere il curriculum.
Alcuni sostengono che la destra sfrutti questa contrapposizione tra “popolo” ed “élite”. È così?
Io credo che la destra dia voce a una frattura che esiste davvero. Quando le persone si sentono giudicate, reagiscono. Quando si sentono ascoltate, partecipano. È una dinamica molto semplice. E infatti la crescita di Fratelli d’Italia nasce anche da questo: dalla capacità di parlare a chi si sentiva escluso.
Cosa insegna questa vicenda alla politica italiana?
Che il rispetto viene prima di tutto. Puoi criticare un programma, una proposta, una visione del mondo. Ma non puoi permetterti di giudicare chi vota in un certo modo. Perché in quel momento non stai attaccando un partito: stai attaccando i cittadini.
In conclusione, come sintetizzerebbe la vostra posizione?
È molto semplice: noi non chiediamo agli italiani quanti titoli di studio hanno. Li ascoltiamo. E forse è proprio questo — come ha detto Meloni — che una certa sinistra “non ha ancora studiato abbastanza” .