Il meteorologo Marco Rabito ha commesso un errore imperdonabile. Ha detto che faceva caldo. Ha detto che il caldo sarebbe continuato. Ha letto i dati, ha consultato i modelli e ha riferito ciò che la scienza gli suggeriva. Per questo è stato insultato, aggredito, trasformato in un capro espiatorio con la cravatta.
La sua colpa, agli occhi di migliaia di utenti social, non è stata quella di aver sbagliato una previsione, ma di aver portato una notizia che nessuno voleva ascoltare. Il fatto che egli non avesse alcun potere sul termometro, che fosse un semplice tecnico che registrava la volontà di un’atmosfera indifferente, non è servito a nulla. La rabbia aveva bisogno di un volto, e il suo volto era quello giusto.
La vicenda di Marco Rabito è un saggio perfetto di psicologia delle masse applicata ai social network.
Quando il disagio fisico diventa insopportabile e continuativo, l’essere umano cerca d’istinto un responsabile su cui scaricare la frustrazione.
La natura non ha un account TikTok su cui sfogarsi, e il clima, nella sua impassibile indifferenza, non risponde ai messaggi.
Così l’emittente del messaggio sostituisce la causa del problema: il meteorologo cessa di essere un tecnico che registra dati e diventa, nella percezione alterata dell’utente esasperato, il responsabile del caldo.
È un meccanismo che la psicologia conosce bene, quello della traslazione della colpa, che trasforma un bollettino scientifico in un’imposizione sadica.
Il bollettino, che avrebbe dovuto essere uno strumento di prevenzione, diventa un atto di accusa.
E Rabito, che avrebbe dovuto essere un esperto, si ritrova un nemico pubblico.
La rete, con la sua capacità di metabolizzare qualsiasi tensione, ha trasformato l’odio per il caldo in un fenomeno di massa.
Su TikTok e X sono spuntati due schieramenti satirici.
Da un lato i video di chi minaccia il barometro, di chi accusa i meteorologi di invocare il caldo per sadismo, di chi trasforma la previsione del tempo in un complotto.
Dall’altro, la difesa della scienza, con meme che paragonano i fisici dell’atmosfera ai medici d’emergenza aggrediti nei pronto soccorso.
Entrambi gli schieramenti, però, condividono la stessa premessa: che il caldo sia un nemico contro cui combattere, e che chi lo annuncia sia un traditore da abbattere.
La realtà, quella dei dati che Rabito ha semplicemente riportato, è scomparsa in una bolla di livore che i social hanno amplificato come una cassa di risonanza.
L’afa prolungata e le notti tropicali riducono la soglia di tolleranza emotiva.
I social, con i loro algoritmi che premiano l’indignazione e l’allarmismo, amplificano questo stato d’animo. La protesta contro il termometro diventa un trend di aggregazione.
La rabbia è un collante potente, e il caldo, in fondo, è un nemico perfetto: è invisibile, è opprimente, e non risponde alle ragioni.
Il meteorologo, invece, è visibile, è umano, e la sua presenza permette all’utente di trasferire su un volto ciò che la natura non ha.
La sua professionalità, la sua competenza, la sua onestà intellettuale: tutto questo viene spazzato via da un’ondata di insonnia e sudore che rende la ragione un lusso inaccessibile.
Il caso Rabito, che avrebbe potuto essere una tempesta in un bicchiere d’acqua, si è trasformato in un sintomo di qualcosa di più profondo.
La comunicazione scientifica, oggi, deve fare i conti non solo con il negazionismo o la disinformazione, ma con veri e propri cortocircuiti emotivi collettivi.
La realtà dei dati viene rifiutata non perché sia falsa, ma perché è sgradita.
Il termometro che segna quaranta gradi non è più un dato, ma un’aggressione.
Il meteorologo che lo annuncia non è più un professionista, ma un carnefice.
E in questa confusione, la verità è l’unica vittima che nessuno difende.
La scienza, che avrebbe dovuto essere un argine alla superstizione e all’irrazionalità, si ritrova a lottare contro i propri utenti.
Il meteorologo, che avrebbe dovuto essere un alleato, si ritrova a fare i conti con un’utenza che lo tratta come un avversario.
E il caldo, che avrebbe dovuto essere un fenomeno naturale, diventa un campo di battaglia dove la ragione soccombe alla stanchezza e la scienza cede il passo alla rabbia.
La prossima volta che un meteorologo annuncerà un’ondata di caldo, la domanda che il lettore dovrebbe porsi non è se la previsione sia corretta, ma perché l’ascoltatore si è dimenticato che l’uomo che parla del tempo non ha alcun potere sul tempo.
E che la sua unica colpa, in fondo, è quella di dire la verità.
RVSCB
Bibliografia
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