Il foglietto illustrativo ha sostituito il respiro del medico. L’uomo che oggi si sveglia con un dolore non ascolta il suo corpo: legge le controindicazioni stampate in caratteri minuscoli, e la sua salute diventa una procedura da eseguire, un cerotto da applicare su una ferita che non ha mai imparato a riconoscere.
L’ascolto del proprio corpo, che le tradizioni antiche chiamavano sophrosyne, è stato sostituito da una lista di sintomi che il paziente cerca di catalogare come si catalogano i prodotti in un supermercato. La medicina, che era un’arte del dialogo, è diventata una scienza del protocollo.
Il silenzio, che i mistici di ogni tempo hanno considerato il linguaggio dell’anima, viene oggi da un paio di cuffie.
L’uomo che si isola dal mondo per ascoltare la sua musica non cerca la quiete, ma l’illusione di una quiete che il frastuono del mondo ha reso impossibile.
Il silenzio, che una volta era un luogo da abitare, è diventato un dispositivo da acquistare.
E la sua assenza, che il mercato ha trasformato in una merce, è il segno di un’anima che ha dimenticato come si fa a stare in silenzio con sé stessa.
La comunità, che era il tessuto di una vita condivisa, è oggi un flusso di dati.
Gli amici, che un tempo si incontravano per condividere il pane e le parole, sono oggi contatti che si aggiungono a una lista che cresce senza mai diventare più profonda.
La rete, che avrebbe dovuto unire le persone, ha creato una solitudine di massa che nessuna connessione virtuale può colmare.
L’uomo che vive online è un uomo che ha smarrito il senso della presenza, che ha scambiato la vicinanza per la velocità, e che si ritrova circondato da una folla di solitudini che non si toccano.
La conoscenza, che era il frutto di una ricerca paziente e di un confronto con la realtà, è oggi il prodotto di un algoritmo.
L’uomo che cerca una risposta non si rivolge più a un maestro o a un libro, ma a un motore di ricerca che gli offre una verità preconfezionata, una risposta che il mercato ha già confezionato per lui.
La conoscenza, che era un cammino, è diventata un acquisto.
E la sua leggerezza, che il digitale ha reso possibile, è il segno di un pensiero che ha smarrito il suo spessore.
I bambini imparano gli schermi prima degli alberi.
Le loro mani, che avrebbero dovuto imparare a toccare la terra e a riconoscere le forme della natura, si muovono con la stessa naturalezza su un display.
L’albero, che era il simbolo della vita e della crescita, è diventato una immagine che si consuma in un clic.
La natura, che era il luogo dell’apprendimento e della meraviglia, è stata sostituita da una realtà virtuale che il bambino impara a navigare prima ancora di imparare a camminare.
L’uomo misura i suoi passi con un orologio, invece di camminarli.
La sua vita, che era un movimento che si compiva nel tempo, è diventata una sequenza di dati che il dispositivo registra e che il suo proprietario osserva con la stessa attenzione con cui un tempo osservava il cielo.
I passi che compie non sono più un atto di presenza, ma una prestazione da ottimizzare.
Il camminare, che era un modo di abitare il mondo, è diventato un modo di accumulare numeri.
L’uomo conta le calorie invece di comprendere la fame.
Il suo rapporto con il cibo, che era un atto di nutrimento e di condivisione, è diventato un calcolo che il corpo esegue e che la mente registra.
La fame, che era il segno di un bisogno profondo, è diventata un dato che si controlla come si controlla il consumo di carburante di una macchina.
L’uomo che conta le calorie ha dimenticato che il cibo è anche memoria, che il pane sa di lavoro e che il vino sa di terra.
L’uomo fotografa i tramonti invece di guardarli.
La sua attenzione, che era la capacità di essere presenti a ciò che accade, si è trasformata in una registrazione che il dispositivo conserva e che l’utente mostra come una prova.
Il tramonto, che era un evento che si viveva con gli occhi e con il cuore, è diventato una foto che si posta e che si dimentica.
L’uomo che fotografa i tramonti ha smesso di guardarli.
Forse il più grande errore del nostro tempo non è aver creato troppa tecnologia, ma aver cominciato a scambiare l’artificiale per il naturale.
L’uomo che si è dimenticato della differenza ha costruito una gabbia che chiama progresso.
E in questa gabbia, che è fatta di dati e di dispositivi, di algoritmi e di schermi, la sua anima si è addormentata.
Il risveglio, se mai arriverà, dovrà passare attraverso la riscoperta di ciò che è veramente umano.
La domanda, che il progresso ha rimosso, è se l’uomo abbia ancora il coraggio di guardare oltre lo schermo.
RVSCB
Bibliografia
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Han, Byung-Chul, Nello sciame, nottetempo, Roma 2015.
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Krishnamurti, Jiddu, La libertà dal conosciuto, Astrolabio, Roma 1970.



















