di Antonella Baiocchi, Psicoterapeuta, Esperta in Criminologia, Presidente Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere.
Ho seguito e sostenuto con convinzione molte battaglie di Roberto Vannacci. Ne apprezzo la determinazione, la difesa dell’Italia, dell’identità nazionale, della sicurezza, del merito, delle regole e della libertà di pensiero.
Proprio perché la stima non significa adesione acritica, voglio esprimere con chiarezza il mio dissenso su alcuni punti del programma di Futuro Nazionale, senza mettere in discussione i molti valori che condivido.
Difendere la vita: ma fino a dove può decidere lo Stato?
Sono favorevole alla tutela della vita, alle cure palliative e al sostegno delle persone fragili. Ma quando una persona capace di intendere e di volere vive una condizione irreversibile, una sofferenza estrema e non ha prospettive di miglioramento, ritengo debba poter scegliere, entro una disciplina rigorosissima, di porre fine alla propria vita. Lo Stato deve proteggere la vita. Non credo debba diventarne il proprietario.
Sull’aborto non vedo una distanza insanabile
Su questo tema sento il bisogno di fare una distinzione.
Non considero affatto sbagliato rendere la donna maggiormente consapevole della decisione che sta assumendo. Ritengo positivo offrire sostegno economico, psicologico e sociale alla maternità; ritengo importante che una donna che pensa di abortire sappia che esistono alternative e che nessuna interruzione di gravidanza debba diventare un gesto banalizzato o trattato come una pratica qualsiasi.
Per questo non considero estremista, di per sé, una politica che rafforzi prevenzione, informazione e sostegno alla maternità.
Il punto per me irrinunciabile è un altro: alla fine di un percorso serio, informato e consapevole, deve comunque restare alla donna la possibilità di decidere di procedere o meno con l’interruzione della gravidanza.
Non confondiamo quindi la lotta alla banalizzazione dell’aborto con la negazione dell’autodeterminazione della donna.
Tutela della famiglia tradizionale e riconoscimento delle unioni omosessuali dovrebbero convivere
Qui la mia distanza diventa molto più marcata.
Io credo nella famiglia.
Credo nella sua funzione affettiva, educativa e sociale. Credo che una società abbia bisogno di legami stabili, responsabilità, cura reciproca, presenza adulta e protezione dei bambini.
Ma proprio per questo non riesco a comprendere perché la tutela della famiglia composta da un uomo e una donna debba necessariamente tradursi nella negazione del riconoscimento civile di una coppia omosessuale.
Futuro Nazionale pone la “famiglia naturale” tra i propri valori cardine e Vannacci ha affermato che il matrimonio deve rimanere l’unico istituto di coppia, perché solo la procreazione avrebbe rilievo pubblico.
Non sono d’accordo.
Un uomo può amare una donna. Una donna può amare un’altra donna. Un uomo può amare un altro uomo.
Possiamo discutere di matrimonio, filiazione, procreazione medicalmente assistita, maternità surrogata, adozioni e disciplina giuridica. Sono problemi differenti e meritano risposte differenti.
Ma l’orientamento affettivo di due adulti consenzienti non dovrebbe diventare materia sulla quale lo Stato stabilisce quali sentimenti siano degni di riconoscimento e quali debbano rimanere ai margini.
Essere contrari agli eccessi ideologici non significa essere contrari alla libertà delle persone.
È una distinzione che considero fondamentale.
Difendere i bambini sì. Nascondere l’omosessualità no
Su molti aspetti della tutela dei minori condivido pienamente la posizione espressa da Futuro Nazionale.
Sono contraria alla sessualizzazione precoce dei bambini, all’introduzione di contenuti sessuali non adeguati alla loro età e a forme di indottrinamento che presentino come verità indiscutibili concezioni controverse dell’identità di genere.
Condivido pienamente la necessità di vietare sui minori interventi chirurgici e trattamenti farmacologici finalizzati alla transizione di sesso. Su questi temi ritengo legittimo e necessario porre limiti rigorosi.
La mia distanza riguarda invece un punto molto più circoscritto: l’omosessualità.
Essere omosessuali significa essere affettivamente e sessualmente attratti da persone del proprio sesso. Non significa aderire a un’ideologia, sostenere una determinata teoria sul genere o voler modificare il proprio sesso. Sono questioni diverse e, a mio avviso, devono rimanere distinte.
Per questo, quando Futuro Nazionale propone una tutela della programmazione televisiva tra le 6 e le 23 anche rispetto a contenuti definiti “omosessualisti”, sento la necessità di tracciare un confine molto chiaro.
Sono favorevole alle fasce protette. Ma il criterio deve essere la natura del contenuto, non l’orientamento sessuale delle persone rappresentate.
Una scena sessualmente esplicita può essere inappropriata per un bambino indipendentemente dal fatto che coinvolga un uomo e una donna, due uomini o due donne.
Ma vedere due uomini che si amano o due donne che vivono una relazione affettiva non è, per questo solo fatto, un contenuto sessualmente inappropriato.
L’omosessualità esiste nella società e non è né pornografia né un’ideologia.
Proteggere i bambini da contenuti inappropriati e da forme di indottrinamento è doveroso. Considerare invece l’omosessualità, di per sé, qualcosa da sottrarre alla loro vista è un’altra cosa. Ed è esclusivamente su questo punto che prendo le distanze.
Adozioni: al centro deve esserci il bambino, non il desiderio dell’adulto
L’adozione non è un diritto degli adulti: è il bambino ad avere diritto alla migliore famiglia possibile. Le capacità genitoriali devono essere valutate con enorme rigore, ma escludere a priori una coppia perché composta da due uomini o da due donne significa sostituire alla valutazione concreta un criterio fondato esclusivamente sull’orientamento sessuale.
Una coppia eterosessuale può essere disfunzionale e una coppia omosessuale equilibrata, responsabile e capace di amare e proteggere un bambino, e naturalmente può accadere il contrario. La variabile decisiva deve essere la qualità umana e genitoriale, non l’orientamento sessuale.
Sono invece fermamente contraria alla maternità surrogata, attraverso la quale una coppia di uomini ricorre a una donna per avere un figlio biologicamente legato a uno dei due, e sono altrettanto contraria alla scelta di una coppia di donne di ricorrere al seme di un donatore affinché una delle due possa avere un figlio biologicamente proprio.
Ciò che contesto non è che quel bambino cresca con due padri o con due madri: se così fosse, non potrei essere favorevole all’adozione da parte di coppie omosessuali. Il punto è un altro. Da professionista, vedo in queste scelte una componente profondamente egocentrica: il bisogno dell’adulto che il figlio abbia qualcosa di biologicamente “suo”. A mio avviso, questo significa porre al centro il desiderio dell’adulto e della propria continuità biologica, anziché il bisogno di amare un bambino in quanto tale.
Se il desiderio è quello di amare, crescere e proteggere un bambino, esistono bambini già nati che hanno bisogno di una famiglia. È verso di loro che ritengo dovrebbe orientarsi quel desiderio di genitorialità. Per me il discrimine è semplice: non esiste un diritto dell’adulto ad avere un figlio biologicamente proprio; esiste il diritto del bambino ad avere adulti capaci di amarlo e la migliore famiglia possibile.
La violenza non ha sesso: è tempo di tutelare anche gli uomini vittime e riconoscere la violenza femminile
C’è poi una battaglia che vorrei vedere entrare con forza nel programma di Futuro Nazionale: superare un sistema che troppo spesso legge la violenza domestica e affettiva attraverso il sesso delle persone anziché attraverso ciò che concretamente subiscono o agiscono. Gli uomini possono essere vittime. Le donne possono essere autrici di violenza. I minori possono subire la violenza di madri come di padri.
Vogliamo Centri Antiviolenza realmente accessibili anche agli uomini vittime. Vogliamo finanziamenti per progetti rivolti alle vittime di qualunque sesso, ricerca e formazione capaci di riconoscere anche la violenza femminile, e bambini protetti dalla violenza qualunque sia il genitore che la agisce. Nessuna vittima deve valere meno perché è uomo.
In questa prospettiva condivido la proposta di Futuro Nazionale di abrogare l’art. 577-bis del codice penale. Ogni omicidio e ogni forma di violenza devono essere perseguiti con la massima severità, senza costruire gerarchie di tutela fondate sul sesso della vittima.
A questo proposito, invito chi legge a sostenere e firmare le cinque iniziative che, come Comitato Bigenitorialità e Pari Opportunità Oltre il Genere, abbiamo depositato in Cassazione il 15 luglio scorso: https://www.comitatobigenitorialitaepariopportunita.it/firma-le-proposte/ proposte che chiedono, tra l’altro, l’abrogazione dell’art. 577-bis, una tutela universale che riconosca finalmente anche gli uomini vittime di violenza, norme contro le false accuse strumentali e una tutela effettiva della bigenitorialità.
Il rischio è politico, ma prima ancora culturale
Futuro Nazionale intercetta un bisogno reale: quello di chi chiede più regole, sicurezza, identità, responsabilità e libertà di pensiero. Ma queste persone non devono essere costrette a scegliere tra lassismo ed estremismo.
C’è spazio per una destra che sappia coniugare regole senza autoritarismo, identità senza discriminazione, libertà responsabile senza anarchia, famiglia senza imposizioni, Patria senza ostilità verso chi è diverso.
Credo nelle regole, nei limiti, nella responsabilità e nella tutela dell’interesse collettivo. Senza regole la libertà degenera nell’arbitrio. Ma le regole devono proteggere beni e diritti concreti, non imporre a tutti un unico modello di vita.
Continuo ad apprezzare Roberto Vannacci proprio per la sua capacità di non piegarsi al pensiero dominante. Ed è con lo stesso spirito che gli rivolgo questa riflessione: non sostituiamo un pensiero unico con un altro.
Difendiamo ordine, Patria, famiglia, sicurezza, merito e identità. Ma lasciamo alle persone, entro regole rigorose poste a tutela dei diritti altrui, lo spazio della coscienza, dell’amore e dell’autodeterminazione.
Una società forte non è quella che obbliga tutti a essere uguali. È quella abbastanza sicura dei propri valori da non sentirsi minacciata da chi, nel rispetto delle regole, sceglie diversamente.


















