Il 16 settembre 2026, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, il cardinale Pietro Parolin ha pronunciato parole che pesano come macigni. Non parole di circostanza. Il segretario di Stato vaticano si trovava a Roma per il convegno “Fede e Ragione nell’era dell’Intelligenza Artificiale”, e il suo intervento è stato un atto di lucidità politica che pochi capi di governo avrebbero saputo eguagliare.
“Ci si fermi e si rifletta veramente su quali possono essere le conseguenze dell’Intelligenza artificiale e del suo uso”.
Questa frase, che può sembrare ovvia, nasconde una verità che il mondo della tecnologia rifiuta di ascoltare: l’innovazione non è di per sé un bene.
L’IA, ha detto il porporato, “sta paradossalmente diventando la divinità che sta fagocitando gli spazi di libertà e capacità decisionale per omologare l’uomo e il sistema”.
Un’immagine devastante, che rovescia il racconto trionfale con cui le grandi aziende tecnologiche vendono al mondo le loro creature.
Parolin non è un tecnofobo e non chiede di fermare la ricerca ma di governarla.
E il suo richiamo alla responsabilità sovranazionale, in sintonia con l’appello del presidente Sergio Mattarella, è la parte più politica del suo intervento. “La mia preoccupazione è che ci sono Paesi che vogliono andare per conto loro”, ha detto. “Deve esserci un coinvolgimento di tutti su alcune regole comuni che possano davvero governare questo fenomeno”.
Un fenomeno globale, ha aggiunto, richiede la partecipazione di tutti. E qui la voce del cardinale si è fatta più ferma: “Qui ne va davvero del futuro dell’umanità”.
Queste parole sono l’esatto contrario della retorica che accompagna ogni nuova frontiera tecnologica.
La Silicon Valley parla di progresso, di democratizzazione.
Parolin parla di regole comuni, di responsabilità. E lo fa senza demonizzare lo strumento: “L’IA in sé non è buona o cattiva”. Il problema è l’uso, e soprattutto la mancanza di regole.
La Santa Sede, ha spiegato il cardinale, non cerca soluzioni tecniche immediate.
Il suo compito è indicare i principi. E il principio che ha indicato è quello che Papa Leone XIV ha posto al centro della sua enciclica Magnifica humanitas: scegliere se edificare la torre di Babele o ricostruire le mura di Gerusalemme.
Due immagini bibliche che racchiudono tutto: la torre dell’arroganza che vuole toccare il cielo e finisce per confondere le lingue dell’umanità, contro le mura della città che protegge i suoi abitanti e tiene insieme la comunità.
C’è, in questo intervento, una dimensione umana che i discorsi ufficiali raramente possiedono.
Quando un giornalista gli ha chiesto se usasse l’IA per le omelie, Parolin ha risposto con una sincerità disarmante: “L’Intelligenza artificiale è solo testa e non c’è cuore. Io cerco di metterci un po’ di cuore nelle omelie”.
In una riga, il cardinale ha detto più di quanto mille saggi abbiano scritto sul rapporto tra uomo e macchina.
La macchina pensa ma non ama. Calcola ma non si commuove. Elabora ma non prega.
Ed è esattamente questa differenza che il mondo rischia di perdere di vista mentre si affida agli algoritmi per ogni decisione.
Il segretario di Stato non ha eluso le domande più scomode.
Sull’Ucraina ha parlato con la franchezza di chi non ha illusioni: “I risultati sono piuttosto scarsi”.
Eppure la Santa Sede continua, con quella che Parolin ha definito la “diplomazia della semina”.
Una semina che non dà raccolto immediato, che non produce risultati visibili, che sembra inutile a chi guarda solo i titoli dei giornali.
Ma che un giorno, quando Dio vorrà, porterà frutto.
È la fede di chi sa che la storia non obbedisce ai tempi dell’uomo, e che il lavoro paziente è l’unica forma di speranza possibile.
Il cardinale ha ribadito l’importanza di non isolare Mosca, di creare canali di dialogo, di trovare una “win-win solution” in cui ogni parte possa trarre beneficio.
Ha detto che “solamente parlandosi si possono trovare delle soluzioni”, e questa frase, che sembra una banalità, è invece una delle verità più trascurate della politica contemporanea.
La diplomazia non è una concessione, è l’unica via. La Santa Sede lo ripete da tre anni, e il mondo continua a non ascoltarla.
Pietro Parolin ha un’esperienza che pochi diplomatici possono vantare.
Ha visto cadere muri e ricostruire nazioni, ha negoziato con dittatori e democratici, ha accompagnato due papi in uno dei periodi più complessi della storia recente.
Eppure il suo intervento alla Camera dei Deputati non era il discorso stanco di un veterano che ripete formule usurate.
Era l’analisi di un uomo che guarda il presente con gli occhi di chi sa che il futuro si decide adesso, in questo decennio, in queste scelte che sembrano tecniche e che sono invece le scelte fondamentali di una civiltà.
La sua preoccupazione per l’IA non è quella di chi teme la tecnologia in sé. È quella di chi sa che la tecnologia, quando non è governata, governa.
E il vuoto di regole che circonda l’intelligenza artificiale è il vuoto in cui si stanno insediando gli interessi privati, gli Stati che vanno per conto proprio, i poteri che non rispondono a nessun elettore.
La sua voce, in questo deserto di leadership mondiale, è una delle poche che continua a parlare di bene comune senza imbarazzo.
Ed è per questo che il suo appello merita di essere ascoltato, anche da chi non crede.
Perché le domande che ha posto non sono domande cattoliche.
Sono domande umane.
RVSCB
Bibliografia
Vatican News, Parolin: urgente governare l’IA, preoccupa che alcuni Stati vadano per conto loro, 16 settembre 2026.
Vatican News, Il Papa: non delegare decisioni umane agli algoritmi. Ciò che è contro la vita è vergognoso, 16 settembre 2026.
Vatican News, Il vescovo di Kharkiv dal Papa: in Ucraina si muore, si faccia di tutto per la fine della guerra, 11 settembre 2026.
Leone XIV, Magnifica humanitas, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2026.
Mattarella, Sergio, Discorso sulla responsabilità sovranazionale nell’era delle nuove tecnologie, Roma 2026.

















