L’ego non si arrende quando cominciamo a lavorare su noi stessi. Cambia divisa. Impara il vocabolario dell’illuminazione e si appropria del linguaggio della purezza, usando entrambi per dirottare il risveglio verso il proprio tornaconto.
Carl Gustav Jung lo aveva avvertito con una chiarezza che il mondo della spiritualità di consumo ha preferito dimenticare.
La trappola più pericolosa nel percorso di trasformazione interiore non è la cultura moderna.
È l’Io spiritualizzato, che si nasconde proprio dove nessuno lo cerca.
Chi comincia a frequentare la psicologia del profondo o lo studio gnostico si aspetta che il proprio ego si metta da parte.
Accade il contrario. L’ego sopravvive meglio quando si traveste.
Diventa l’uomo che medita ogni mattina e che nel pomeriggio umilia il collega con la stessa serenità con cui recita il mantra.
Diventa la donna che parla di energie sottili e che poi misura gli altri con un disprezzo che nessuna pratica ha scalfito.
Il vocabolario cambia, la struttura resta.
Gli antichi gnostici avevano un nome per questa dinamica.
Chiamavano Arconti quei complessi autonomi che tengono l’anima prigioniera illudendola di essere libera.
La prigione non ha sbarre visibili. Prende la forma di un percorso di crescita che non cresce, di una consapevolezza che si limita a osservarsi allo specchio.
Prende la forma di una purezza che serve soltanto a distinguersi dagli impuri.
Riconoscere l’inflazione dell’ego richiede un’attenzione che la spiritualità da vetrina non insegna.
I segnali sono discreti. Si comincia a guardare gli altri dall’alto, e lo si fa con la dolcezza di chi crede di aiutarli. Si comincia a sentire che il proprio cammino è più autentico di quello del vicino, e lo si dice con parole che suonano come compassione.
Arriva il momento in cui si usa la parola “noi” per indicare una cerchia ristretta di eletti, e la parola “loro” per indicare la massa addormentata.
In quel momento, il lavoro interiore si è già trasformato in una carriera.
La gnosi autentica, quella che gli antichi cercavano nei testi e nelle pratiche, produce uomini che si sentono in cammino.
Per questo sono umili, e per questo sono rari.
La consapevolezza corporea, che molte tradizioni hanno coltivato con cura, serve a impedire che la conoscenza diventi un pensiero fluttuante sopra la vita, una teoria che non tocca la carne.
Il corpo non si lascia ingannare dall’ego spirituale.
Sa quando c’è tensione e quando c’è pace, e questa distinzione immediata smaschera più illusioni di qualsiasi dottrina.
Epitteto, che visse da schiavo e morì da uomo libero, aveva indicato con precisione chirurgica dove si trova il bene e dove si trova il male.
Il bene e il male abitano nelle decisioni che prendiamo, diceva, e non nelle circostanze che subiamo.
Questo principio sembra elementare ed è invece il più difficile da mettere in pratica.
Distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende richiede un lavoro costante, e quel lavoro è proprio quello che l’ego spiritualizzato evita.
Parlare di illuminazione è più facile che accettare la propria impotenza davanti a una situazione che non si può cambiare.
La preghiera che chiede la serenità di accettare le cose che non si possono cambiare, il coraggio di cambiare quelle che si possono e la saggezza di distinguere le une dalle altre contiene, in poche righe, l’intera mappa del cammino.
È un programma di lavoro che richiede esercizio quotidiano.
Chi la recita senza viverla ripete parole.
Chi la vive scopre che la serenità convive con il conflitto, e che il coraggio convive con la paura.
Scopre che la saggezza consiste nel riconoscere i propri limiti, e che riconoscerli è la condizione per superarli.
Jung aveva compreso che l’ombra si integra, e che non si elimina.
Il problema non è avere un ego, perché l’ego è necessario.
Il problema è un ego che si crede arrivato, che si è appropriato del linguaggio della trasformazione senza aver attraversato la trasformazione.
Quest’uomo è più pericoloso di chi non ha mai iniziato il cammino, perché crede di essere al sicuro.
E chi crede di essere al sicuro smette di vigilare.
La vigilanza, allora, è la pratica che resta.
Non quella ansiosa di chi cerca continuamente conferme, ma quella sobria di chi sa che il cammino è lungo e che nessuna tappa è definitiva.
Chi cammina davvero lo sa.
Chi ha soltanto imparato a parlare del cammino lo dimentica presto.
RVSCB
Bibliografia
Jung, Carl Gustav, Psicologia e alchimia, Bollati Boringhieri, Torino 1982.
Jung, Carl Gustav, L’uomo e i suoi simboli, Longanesi, Milano 1964.
Jung, Carl Gustav, Aion. Ricerche sul simbolismo del Sé, Bollati Boringhieri, Torino 1982.
Epitteto, Manuale, BUR, Milano 1997.
Jonas, Hans, Lo gnosticismo, SEI, Torino 1991.
Hillman, James, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997.
Von Franz, Marie-Louise, L’ombra e il male nella fiaba, Bollati Boringhieri, Torino 1995.
Tolle, Eckhart, Il potere di Adesso, Astrolabio, Roma 1999.

















