Si è conclusa la kermesse “Rome Independent Film Festival”. Il 28 novembre al Cinema Teatro Aquila di Roma si è tenuta la proiezione del film di Parsifal Reparato intitolato “She”. Abbiamo incontrato il regista e l’abbiamo intervistato sul Festival, sull’evento e, naturalmente, sul film!
Parsifal, ti dedichi da tempo alla realizzazione del cinema documentario. Parlaci della tua passione per i documentari e dell’esperienza che ti ha portato a produrre il film”She”
Più che la passione per i documentari, ho la passione per fare documentari. Non è che sono un grande cinefilo. Sono di formazione un antropologo. Passo più tempo a leggere che non a vedere i film. La mia passione è sempre stata conoscere nuove comunità, comprenderle, ritrovarmi in quelle comunità, raccontare incontri e relazioni che si costruiscono durante la ricerca. È un modo per analizzare la realtà, se stessi, gli altri, la storia. In un periodo complesso come oggi, fare documentari e ricerca è anche un privilegio oltreché una chiamata. Privilegio di cercare una verità che non è una verità assoluta, ma necessità di fare chiarezza. E si inizia a dirla raccontando storie di chi non ha voce, per rnarrare altri punti ti vista.
L’esperienza che mi ha portato a realizzare “She” è fatta di militanza politica e di attivismo per i diritti dei lavoratori e per la ridistribuzione del reddito. L’inizio di “She” lo potrei collegare a uno degli scioperi della FIAT nei primi anni 2000 quando sono iniziati gli scioperi di Melfi a cui partecipai, con una piccola telecamera, girai interviste, e per me era illuminante poter raccontare gli operai che, con la loro semplicità, parlavano dello sfruttamento che vivevano sulla propria pelle. Si parlava già di una classe operaia che andava scomparendo. Ho sempre parlato con passione della storia dei lavoratori. Il percorso è stato lungo, stiamo parlando di quasi vent’anni. Nel frattempo ho prodotto due film su quest’argomento. “She” ne è il secondo. “She” nasce nel 2020, in epoca pandemica. Fui chiamato da un gruppo di ricerca con cui avevo collaborato nel 2012-13 dal professore Masina e dalla dottoressa Michela Cerimele, per svolgere la ricerca sulla rappresentanza sindacale e società civile in difesa dei diritti dei lavoratori nil settori elettronico e tessile. Durante la pandemia, quindi, ebbi il privilegio di partire e di andare i un paese dove c’era il più basso tasso di COVID. Da quella ricerca qualitativa durata sei-sette mesi ho portato a casa il materiale importante.
Com’è andata l’anteprima al cinema “Aquila”? Che accoglienza ha avuto il film in sala?
È andata bene, ha avuto una partecipazione che mi ha commosso. La sala era piena ,c’erano molti amici che non vedevo da tempo, è stata una bella sorpresa ritrovarli in sala. Almeno dodici collaboratori del film. C’erano anche partner che hanno sostenuto i progetti come la CGIL. Il dibattito è stato monopolizzato dai ricercatori.
Le domande del pubblico all’inizio hanno cannibalizzato tutto il dibattito, si è parlato molto dei contenuti che sono urgenti, e il pubblico voleva farsi raccontare ed esprimersi sullo sfruttamento nelle fabbriche.
Chi sono stati gli invitati e ospiti della serata?
C’erano due autrici, Michela Cerimele ed Emma Ferulano, il direttore della fotografia Lorenzo Casadio Cannucci, la montatrice Alice Rofinengo, la consulente al montaggio Aline Herve’, assistente alla regia Giulia D’Elia, assistente alla produzione Jacopo Angelini, coordinatore del progetto scientifico Pietro Masina e anche Salvatore Marra CGIL I membri della crew, amici, colleghi, produttori, filmakers, persone che hanno attraversato cinque anni dl film.Vederli tutti insieme è stata un’impressone. Per me, le relazioni che si stringono sul set sono pezzi fondamentali per poter fare il film. C”è tanta collaborazione emotiva non solo tecnica.il documentario è una scelta di vita che ti assorbe tutto, è un lavoro totalizzante.
Che cosa puoi dire dell’organizzazione del Festival del cinema indipendente RIFF?
Sono tre anni che portiamo avanti la collaborazione con il RIFF. Quest’anno abbiamo presentato i cinque progetti che abbiamo sviluppato. Dieci giovani artisti under trentacinque hanno fatto dei pitch nella stessa giornata della proiezione. È una collaborazione che ci vede partner, anche al di fuori della proiezione. La giornata della Premiere romana è stata lunga per me. Vedere che un festival continua ad andare avanti dopo parecchi anni è già un gran risultato, per me. Di certo, ci si affanna: oggi, portare avanti un festival è molto faticoso. Però, grazie al supporto del pubblico, giurati, SIAE, si superano anche le difficoltà che normalmente hanno i festival e le produzioni dal piccolo budget.
Presenteresti al Nuovo Cinema Aquila il tuo film successivo a “She”?
Sì. Presenterei ancora il mio film al “RIFF”. Ma, una volta girato, dovrò fare molte valutazioni. Ci sono altri festival, produttori, filmaker. Fare questo film è stato uno sforzo collettivo che ha coinvolto moltissime persone.
Ora veniamo direttamente al film Come ti nasce l’idea di girarlo?
L’idea di girare “She” nasce nel 2020. Mi contattò il professore Masina da Napoli e la dottoressa Cerimele che avevano già avviato una ricerca insieme alla Vietnam Academy of Social Science sulla rappresentanza sindacale e la società civile. Loro hanno fatto molta ricerca quantitativa, mentre quella qualitativa non era ancora stata fatta, e mi hanno chiesto se potevo farla e realizzare anche in video per i sindacati. Io accettai. Era a dicembre del 2020. È stata un’occasione unica, dovevo restare lì due mesi, ma poi, un po’ per COVID, un po’ per paura degli operai di parlare dei propri diritti, sono rimasto sei mesi nel Vietnam, e ciò mi ha permesso di girare molto più materiale del previsto. Ci siamo messi all’opera e abbiamo realizzato il film.
Che rapporto hai costruito con le autrici
Emma Ferulano e Michela Cerimele?
Con Michela ho lavorato anche sul primo film che ho realizzato nel Vietnam già nel 2012. Abbiamo iniziato a collaborare, lei faceva parte del gruppo di ricerca del professore Masina. In questo progetto, invece, ha fatto la coordinatrice scientifica. Ha curato la ricerca qualitativa, teorica, ha gestito le interviste, ha preparati il terreno di ciò che poi ho fatto nel Vietnam. Tutto ciò si è inserito all’interno del progetto portato avanti dal professore Masina il quale ha assicurato partnership e sostegno economico. Con Michela abbiamo svolto insieme la ricerca. Abbiano scritto insieme la linea narrativa che sn poteva seguire. Poi ci sono state varie altre fasi della realizzazione del film: la raccolta dei fondi, poi la produzione vera e propria. Quando siamo tornati a girare nel Vietnam, quattro anni dopo, è subentrata Emma Ferulano che ha dato un grande contributo nell’ascoltare le storie e nell’immergersi nelle relazioni che avevo costruito. Mi ha aiutato a scrivere il resto della storta. Mi ha insegnato ad ascoltare ciò che le operaie avevano da dire. Ha avuto l’intuizione di non forzare le persone, ma ascoltarle in un’atmosfera calma, cio che ha elevato il film artisticamente.
Che cosa c’è di particolare nella fotografia del film? Perché hai scelto come DOP Lorenzo Casadio?
Lo dovrebbe dire il pubblico se c’è qualcosa di particolare. Posso dire solo che la scelta su come gestire la fotografia è partita dalla paura delle operaie di farsi vedere. Volevo che quella paura diventasse una forza motrice per raccontare i fatti in una maniera creativa. C’erano storie che non potevano essere buttate via per il loro timore di fare scoprire il proprio volto. Concentrarsi sui loro corpi scaturiva per noi dalla necessità di non inquadrarne i visi. Connettersi con loro attraverso la loro fisicità, seguirle nei movimenti, anche senza la comprensione linguistica di ciò che dicevano. È stato un esercizio di empatia. E loro hanno dato tanta fiducia al DOP e a tutta la troupe. Alcune parti del film le ho girate io, ma le parti più belle sono state realizzate dal dop Lorenzo Casadio. È bravissimo, ha la capacità di comprendere la scena in un modo rapidissim, capacità di adattamento e un’ottima padronanza tecnica. Senza di lui sarebbe stato un altro film. Ci ha messo un grande impegno personale. Abbiamo legato molto con Lorenzo anche perché
si era formato alla scuola di Cuba, ed è una formazione speciale, è anche una scelta politica.
Quale contributo alla riuscita del film ha dato il montaggio di Alice Roffinengo?
I montatori sono stati due. Oltre ad Alice, c’è stato Armando Vendrigo con cui ho già lavorato nel primo film e cheha seguito tutta la ricerca. Avendo seguito il film da troppo tempo, non aveva, forse, la lucidità per guardarlo con occhi freschi. Abbiamo fatto una selezione per un altro montatore, e Alice ha da subito colto lo spirito del film, ci ha aiutati il suo essere donna: lei ha colto meglio l’essenza delle donne partecipi del film. Ga scelto i momenti che colpivano di più. Subentrandoz Alice è riuscita a chiudere il cerchio. È riuscita a trovare i punti forti, in un film non semplice, per un montaggio che è durato molto. Per me il montaggio e sempre un.processo molto faticoso. È stare in studio per parecchio tempo.
Alice ha fatto ordine su tutto ciò che avevamo fatto per mesi, si e studiata i dialoghi, l’ha fatto con amore, è riuscita a trovare una buona sintesi. Alice ha tante qualità fra cui l’ottimismo, il metodo e la sensibilità – e queste qualità hanno fatto la differenza.
Il colorist, secondo te, deve essere presente sul set di un qualsiasi prodotto audiovisivo o è un di più che la produzione considera solo quando ne ha le necessarie risorse? Perché hai scelto come colorist Sebastiano Greco?
Bel caso di un documentario, non è forse, necessaria la presenza del colorist sul set, ma è necessario il suo coordinamento già nella fase di pre-produzione. Sebastiano Greco, per me, è molto più di un colortst – è il responsabile di post-produzione. Abbiamo studiato insieme i settaggi della camera, i modi di impostare le riprese, di interfacciarci con il direttore della fotografia La post-produzione è il lavoro che è ancor oggi in corso: stiamo adesso curando l’uscita in TV. Sebastiano ha dato il suo contributo con i piccoli accorgimenti. Abbiamo fatto insieme la time line dell’audio, i sottotitoli, gli effetti. Abbiamo dovuto oscurare i marchi. Sebastiano ha anche capacità informatiche, e la sua collaborazione ha sempre mille sfaccettature: è anche grafico, titolista montatore del sonoro ecc
Avete girato nel Vietnam? Come siete riusciti ad organizzare il lavoro? Hai preferito lavorare in autonomia o collaborare anche con cineasti vietnamiti?
Il film è girato integralmente in Vietnam. Sono oltre dodici anni che io ci lavoro, abbiamo un team operativo anche li. La rete di relazioni che ho costruito in questi anni ci permette di lavorare sul territorio ed avere anche sostegn delle istituzioni. Abbiamo il rapporto anche con il sindacato del Vietnam. Ci siamo ricavati degli spazi preziosi, degli accessi alle fabbriche e alle multinazionali, abbiamo rapporti con il Mimistero e il Governo, abbiamo i fonici e il manager di progetto vietnamita.
Il lavoro di squadra è stato fondamentale. La chiave d’acceso a questo progetto sono stati i vietnamiti stessi, io ho solo messo insieme i pezzi.
Che cosa ti ha colpito il mio ideale, il filo rosso che mi lega è come nel Vietnam.
Sono un ammiratore della storia del paese, ne sono stato ispirato. Quando ho visitato il Vietnam per la prima volta tredici anni fa, è stata una grande sorpresa per me perché ci sono tanti paesaggi meravigliosi. Incontrare i discendenti di coloro che hanno combattuto per l’indipendenza del paese è stato emozionante. Ho molta stima nei confronti di donne e uomini vietnamiti che hanno perso in mano la direzione del paese, con enormi sacrifici. Incontrare quelli che erano stati i miei miti è stato importante,
ora fra me e il Vietnam esiste un legame profondo. Il mondo sta cambiando. Sta cambiando anche il Vietnam che vive la trasformazione ed industrializzazione. Il Vietnam, per tutti questi ultimi anni, ha sempre cercato la sintesi fra l’economia di mercato e le teorie del partito comunista. Le contraddizioni sono state e sono tante. Eppure, penso che i vietnamiti sono lontani da noi solo dal punto di vista geografico. Sono i latini dell’Asia: un popolo vivacissimo e molto ricco di idee e di inventiva. Sono più vicini e simili a noi di quanto possiamo immaginare
Hai avuto modo di conoscere il cinema vietnamita?
Il cinema vietnamita, oltre a me, lo sta conoscendo il mondo intero. Basta vedere le ultime edizioni del Festival di Cannes. Il film “Viet Nam” è fra i vincitori. A Locarno quest’anno c’è un film vietnamita. Il cinema vietnamita sta facendo scuola, è in fermento. Incontrare anche i fulmaker vietnamiti è stato importante. Anche a noi, la scenografia l’ha fatta lo scenografo e regista vietnamita che è stato spesso in concorso a Berlino. Ha abbracciato la causa e ci ha soccorso con l’entusiasmo. Vedi proprio la macchina che loro riescono a mettere in piedi in poco tempo – è la caratteristica di un paese giovane, pieno di risorse e di entusiasmo. A volte c’è scompiglio e disordine nel metodo – abbiamo in fondo modalità diverse, ma i vietnamiti riescono sempre a portare i lavori a casa. Incontrare il cinema vietnamita è per me non solo apprezzarlo sullo schermo, ma lavorare sul set con i professionisti del Vietnam. Sono un simbolo di un paese che si trasforma rapidamente, e, con tutte le sue contraddizioni, cresce. Noi siamo anche distributori, e dall’anno prossimo inizieremo a promuovere i film realizzati da cineasti vietnamiti. Speriamo di diffonderlo in Italia e in Europa. C’è una cinematografia che si conosce ancora poco ed ha delle potenzialità enormi, sia per la qualità, sia per i contenuti innovativi. L’umorismo è caratteristica del popolo vietnamita, per certi versi geniale.
Che messaggio lancia questo tuo lavoro cinematografico?
Lo lascerei dire agli spettatori. Posso dire quello che mi muove: il bisogno di raccontare le storie delle lavoratrici su cui si erge il progresso tecnologico dell’umanità. Sono vite sacrificate che meritano di essere raccontate come eroi ed eroine simili a quelle del mondo antico che ne raccontava le battaglie. Anche se spesso assomigliano un po’ alle storie degli schiavi che hanno costruito le piramidi. Invece, le loro storie sono ricche di dignità e di sogni, ci raccontano il costo che c’è da pagare per il benessere di una parte dell’umanità. Ma questo cosiddetto progresso vale davvero la pena di essere perseguito ad ogni costo? Si parla di un progresso senza sviluppo che porta alla disumanizzazione. Ed è ciò che mi muove. Parlare dell’umano e del bello – è quello l’obiettivo del cinema. Scopro, durante gli incontri con il pubblico, che il film si presta a più interpretazioni, ed è una sua ricchezza: non è un film dogmatico o permeato dalla mia ideologia, è permeato dalla mia voglia di guardare e di raccontare le storie.
È solo un’anteprima. Dove e quando potremo vedere / rivedere il film “She”? Che distribuzione prevedi per quest’opera cinematografica?
Per adesso, c’è il percorso festivaliero in Italia, mentre all’estero ci sarà anche la distribuzione in sala. La stiamo valutando perché “She” ha vinto anche dei premi attraverso anche il premio Docu Exchange che abbiamo vinto. Ci erano state promesse proiezioni a Toronto, Londra, New York, e stiamo aspettando che chi ci ha assegnato questo premio ci faccia sapere le condizioni della distribuzione per l’estero. Per l’Italia, “She” ha beneficiato dei contributi selettivi de Ministero per opere TV e web. Quindi, non possiamo fare un’uscita in sala vera e propria fino a quando non ci sarà una messa in onda. Ce la auguriamo l’anno prossimo, avverrà su un canale italiano che, per il momento, non possiamo ancora rivelare. Dopodiché faremo tante proiezioni non theatrical. Abbiamo ancora tanto da raccontare, nel non theatrical ci saranno tante occasioni. Del theatrical, prima dell’autunno dell’anno prossimo, non se ne parlerà. Aspettiamo.
A cosa sarai dedicato il tuo prossimo film?
“She” apre, in realtà ,una trilogia sul lavoro. È un tema a cui sono molto legato. Diciamo, è la mia chiave d’interpretazione e d’accesso. Io penso che bisogna partire dal lavoro per raccontare i tempi di oggi, per capire quanto ancora l’umanità abbia da lottare per rendersi libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il lavoro ce lo racconta perfettamente. Per me, raccontare come vengono disumanizzate le operaie dentro una fabbrica coreana in Vietnam oggi non è molto lontano dall’offrire la chiave di interpretazione che parte da lì, ma arriva alla disumanizzazione dei palestinesi che devono affrontare il genocidio. Quello che muove la disumanizzazione è sempre lo stesso: gli interessi economici dei grandi capitali. Fare questo film, questa trilogia è un processo di ricerca, ed è una scelta di vita: raccontare la verità.
auguriamo a Parità Reparato tanti successi nel 2026 e invitiamo i nostri lettori a vedere il film “She” e altri film del regista. Buon Natale a tutti!
Olga Matsyna



















