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Il dio della guerra: una forza ancora all’opera?

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
6 Giugno 2026
in Comunicati Stampa
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Il dio della guerra: una forza ancora all’opera?
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Il dio della guerra: una forza ancora all’opera?

Ricordo fin dall’infanzia i racconti di mio nonno Beniamino sul fronte del Don.

Un ragazzo di diciotto anni, partito dai monti di Bagolino e mandato al fronte.

La voce dei ricordi è il romanzo che mi ha lasciato. Ancora oggi lo leggo

sentendo il suono della sua voce, mentre lacrime calde e copiose bagnano le

pagine di quella storia vera che trasformò un casaro di malga in un Reduce.

La mia genealogia viene anche da lì. La guerra è stata una presenza che,

attraverso la voce di Beniamino, mi ha accompagnata fin dall’infanzia,

facendomi sentire la parte vera e reale di ciò che la Guerra è. Per chi non

l’ha sentita raccontare, essa rimane un evento politico, economico o militare;

ma già presso gli antichi era molto di più. Greci, Romani e molte altre civiltà

attribuirono alla guerra una dimensione divina, una volontà simbolica,

riconoscendola come un dio. Oggi siamo portati a considerare questa visione

come superstizione; eppure la mitologia rappresentava un linguaggio

attraverso cui descrivere le grandi forze che agivano nell’Essere umano.

Perché il dio della guerra?

Gli antichi osservavano che la guerra era capace di trascinare popoli,

modificare confini, abbattere regni e soprattutto trasformare uomini comuni

in eroi, reduci, martiri o tiranni. Nessun individuo sembrava controllarla

veramente e, una volta iniziata, la forza della guerra era capace di imporsi

persino a coloro che l’avevano invocata.

Le grandi civiltà dell’antichità sapevano che la guerra era anche progresso:

svilupparono strade, ponti, sistemi di approvvigionamento e organizzazioni

logistiche sempre più sofisticate per sostenere eserciti in movimento.

L’ingegneria romana nacque in larga parte dalla necessità di collegare

rapidamente territori, spostare uomini e garantire il controllo dell’impero

sotto l’egida del dio Marte, protettore delle battaglie della comunità tutta.

Nei secoli successivi la dinamica si ripete. La navigazione, la metallurgia, le

tecniche di costruzione, la medicina da campo e l’organizzazione delle

comunicazioni ricevettero spesso impulsi decisivi durante i periodi di

conflitto. Terminata la guerra, le innovazioni continuarono il loro cammino

nella vita civile. La modernità tende a ricordare soprattutto questi risultati

tangibili. Eppure gli antichi sembrano rivolgere la propria attenzione altrove.

Non soltanto a ciò che la guerra trasformava all’esterno, ma a ciò che la

guerra trasformava all’interno.

Il dio della guerra non rappresentava allora la glorificazione del conflitto,

bensì il riconoscimento di una potenza che l’essere umano percepiva come

più grande di sé. Non una semplice battaglia tra eserciti, ma una forza

capace di travolgere individui e popoli e trasformare profondamente gliesseri umani. Da questa prospettiva, la guerra appare come potenza che

distrugge e crea, divide e unisce, genera sofferenza e al tempo stesso

costringe uomini e comunità a confrontarsi con limiti che, in condizioni

ordinarie, rimarrebbero invisibili. Lo testimonia la tradizione greca: la guerra

di Troia non è giunta fino a noi per le sue strategie militari o per le

innovazioni tecniche che ne derivarono. È sopravvissuta perché racconta la

trasformazione dei suoi protagonisti. Achille, Ettore e Ulisse non combattono

soltanto contro un nemico esterno; attraverso il conflitto vengono messi alla

prova, costretti a confrontarsi con il destino, l’onore, la paura, il sacrificio,

l’ambizione e la perdita. Costretti ad affrontare una trasformazione, la

guerra diventa così il teatro visibile di processi interiori, poiché la guerra

mobilita risorse che in condizioni ordinarie rimarrebbero latenti. Questa

capacità di accelerare i processi di trasformazione portò gli antichi a

riconoscere nella guerra qualcosa di più di un semplice scontro tra eserciti.

Esiste una forza che costringe l’essere umano a diventare qualcosa che

prima non era?

Osservando la storia dell’Homo sapiens sembra suggerire che le grandi

capacità della nostra specie non si siano manifestate nei periodi di stabilità,

ma nei momenti di pressione, cambiamento e crisi: una straordinaria

capacità di adattamento, a cominciare dalla capacità riproduttiva della donna

sapiens. Rispetto a molti mammiferi di dimensioni comparabili, la possibilità

di generare numerose discendenze nell’arco della stessa vita ha consentito

alla nostra specie una continuità biologica senza precedenti: un vantaggio

riproduttivo che ha permesso la permanenza e l’espansione del sapiens.

Prima ancora della rivoluzione agricola.

Prima ancora della tecnologia.

Prima ancora della civiltà.

La continuità della specie è la priorità.

Fin dalla sua comparsa, l’essere umano, e in particolare la stirpe dei

Sapiens, ha attraversato oscillazioni climatiche, migrazioni, carestie,

epidemie e catastrofi ambientali. Ha abbandonato territori favorevoli per

avventurarsi in ambienti sempre più ostili, fino a occupare deserti, foreste,

montagne e regioni polari; ma dove altre specie del genere Homo si sono

estinte, il Sapiens ha continuato a espandersi.

Non siamo gli animali più forti.

Non siamo i più veloci.

Non siamo i meglio armati.

Eppure siamo quelli che hanno saputo trasformare la necessità in

innovazione e l’imprevisto in adattamento.Ogni crisi ha costretto la specie a portare alla luce risorse che, in condizioni

più favorevoli, sarebbero rimaste dormienti. La fisiologia della

sopravvivenza custodisce risorse che diventano accessibili quando le

circostanze lo richiedono; pertanto la scarsità, il pericolo e l’incertezza

hanno favorito l’evoluzione del sapiens molto più della stabilità e

dell’abbondanza.

Nei secoli che ci hanno preceduto e hanno caratterizzato la nostra civiltà, la

guerra sembra dunque agire sulle collettività nello stesso modo in cui la

pressione ambientale agisce sulla specie: costringendo a mobilitare risorse

che in condizioni ordinarie rimarrebbero inutilizzate.

Ancora oggi sono necessarie continue crisi e minacce di estinzione perché

emergano le risorse necessarie all’evoluzione? Oppure è possibile

riconoscere l’influenza di una forza esteriore e utilizzarla consapevolmente

all’interno dell’individuo, trasformandola da potenza collettiva a forza

interiore? Questa forza che ha camminato affianco della nostra evoluzione

portando continii e repentini cambiamenti a cui ci siamo adattati e grazie ai

quali siamo tecnologicamente evoluti, è una forza ancora all’opera?

Alcuni pensatori del Novecento tentarono di rispondere proprio a questa

domanda. Tra questi George Ivanovič Gurdjieff, che propose una lettura

sorprendente del rapporto tra evoluzione umana, crisi collettive e

trasformazione interiore.

Nella prima metà dello scorso secolo il filosofo George Ivanovič Gurdjieff

coniò il termine Soliunensius per indicare un influsso attribuito al Sole e

capace di produrre effetti sugli esseri umani. Se sappiamo osservare come

la luna piena sia in grado di favorire le nascite, come potrebbe l’influenza del

Sole non avere effetti sugli esseri che abitano il pianeta? Tale influenza

avrebbe lo scopo di accelerare i processi di sviluppo dell’essere umano

nella direzione di una progressiva acquisizione della cosiddetta “Ragione

oggettiva” che si esprime come un bisogno che spinge ad acquisire una

iniziale capacità di rendersi conto, di sentirsi presenti, liberi dalla

meccanicità di un esistenza condotta senza scopo, la cui amarezza emerge

di quanto in quanto e si fa sentire con l’età e al trapasso. Sembrerebbe che

questo bisogno aumenti da sé proprio grazie alla naturale influenza del Sole

e alla presenza ciclica dei suoi influssi. Cioè, secondo l’autore, Il

Soliunensius sarebbe all’origine di certe tensioni periodiche o cicliche che

investono il pianeta Terra. Tuttavia l’azione del Soliunensius, invece di

produrre profondi cambiamenti di coscienza e una maggiore libertà

interiore, spingerebbe gli esseri umani verso quella che Gurdjieff chiamava

la tendenza alla “reciproca distruzione”, ovvero rivolte e guerre e anziché

suscitare il bisogno di un accelerato perfezionamento di sé, susciterebbe un

impulso ribelle diretto fuori di noi invece che dentro. L’impulso a un lavorointeriore si trasformerebbe così in una emancipazione esteriore.

La guerra, a cui assistiamo da millenni come stirpe, appare dunque come un

tragico “cortocircuito” evolutivo: quando questa potente energia solare,

destinata al perfezionamento interiore e alla conquista della “Ragione

oggettiva”, non viene compresa o canalizzata, essa viene catturata dalla

nostra fisiologia della sopravvivenza, trasformando il bisogno di evoluzione

in un impulso distruttivo proiettato verso l’esterno. Forse una delle

manifestazioni più evidenti di questa energia mal compresa è la crescente

incapacità di contenere l’aggressività, fino a trasformare il confronto in

desiderio di annientamento. Quando la forza che potrebbe essere impiegata

per una trasformazione interiore viene proiettata all’esterno, il conflitto

degenera facilmente in violenza, distruzione e sopraffazione.

Alle soglie di una rivoluzione tecnologica che promette di ridurre molte delle

crisi che hanno accompagnato la storia della nostra stirpe, potremmo forse

avere la maturità per comprendere che è giunto il tempo in cui il guerriero

pianterà la spada. Si appenderà a quella croce per portare la Pace e il Sacro.

E come ci ricordano gli antichi e la tradizione orientale, solo allora il

guerriero diventerà Uomo capace di dominare e conquistare il proprio

mondo interiore.

Cristina Salvadori

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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