Il mondo contemporaneo appare spesso paralizzato da tavoli di negoziazione, conferenze multilaterali, trattati che si accumulano e assemblee che si riuniscono senza produrre soluzioni reali, mentre emerge con forza l’efficacia bruciante del decisionismo politico incarnato da figure come Donald Trump, Vladimir Putin e Deng Xiaoping. Tre leader molto diversi tra loro, nei quali però risiede un tratto comune: la capacità di decidere e agire in modo diretto, lasciando indietro la lentezza delle mediazioni istituzionali per affrontare crisi politiche e internazionali con mosse che colpiscono e creano nuovi equilibri, spesso in maniera immediata e definitiva. Trump assume decisioni clamorose nel cuore del XXI secolo, Putin rimodella la Russia con scelte di potere verticali e spesso non negoziabili, mentre Deng Xiaoping trasformò la Cina con riforme rapide e senza procedimenti dilatati da decenni di dibattito parlamentare. In tutti e tre i casi la politica si misura meno con le procedure democratiche tradizionali e più con l’atto risolutivo.
Questo contrasto tra decisionismo e processi deliberativi si riflette con forza negli avvenimenti attuali che scuotono l’America Latina, e in particolare nella crisi che coinvolge Colombia e Venezuela, dove il confronto tra attori forti e dinamiche istituzionali tradizionali rischia di segnare il destino di intere nazioni. In Venezuela, il presidente Nicolás Maduro – deposto, catturato e trasferito negli Stati Uniti dopo un’operazione militare statunitense che lo accusa di narcotraffico e associazione a fini terroristici – è divenuto il simbolo di una crisi politica e umanitaria senza eguali. Questa azione unilaterale degli Stati Uniti, guidata da Trump, ha fatto precipitare le relazioni regionali e ha imposto alla Colombia di confrontarsi con una realtà estremamente instabile, dove migliaia di rifugiati potrebbero riversarsi oltre confine e dove il presidente colombiano Gustavo Petro si è trovato costretto a convocare le forze armate e a reagire alla minaccia percepita di un intervento esterno. La decisione di Trump di puntare su azioni dirette, inclusa la cattura di Maduro e le minacce di estendere operazioni militari a Cuba, Messico e persino alla stessa Colombia, evidenzia l’impatto che un “decisionista” può avere sui destini di interi Stati, agendo oltre le norme diplomatiche che regolano le relazioni internazionali e provocando reazioni immediate e talvolta incontrollate.
Allo stesso tempo, la Colombia affronta una doppia crisi: non solo l’instabilità ai confini, alimentata da gruppi armati come l’ELN e le dissidenze delle FARC che operano su entrambi i lati della frontiera, ma anche le ricadute interne di una politica che spesso appare incapace di rispondere con tempestività a sfide che non attendono lunghi processi negoziali. Petro ha invitato la presidente ad interim venezuelana per tentare di stabilizzare la regione e evitare un’ulteriore escalation, ma la situazione resta fluida, complessa e potenzialmente esplosiva.
Il contrasto con il decisionismo politico è netto: mentre le istituzioni internazionali e i tavoli multilaterali si affannano in discussioni, le crisi si intensificano, si propagano e costringono i governi a reagire con politiche d’urgenza, spesso rimanendo indietro rispetto agli eventi sul terreno. Il caso colombiano e venezuelano riflette una tendenza globale in cui le procedure democratiche e umanitarie sembrano inadeguate a fronteggiare la velocità con cui si consumano crisi economiche, sociali e di sicurezza.
L’enfasi sull’azione personale e immediata porta certamente con sé rischi enormi: la concentrazione del potere in poche mani può infrangere equilibri democratici e generare effetti destabilizzanti su scala regionale, come avvenuto con l’intervento in Venezuela che ha sollevato proteste e denunce di violazioni della sovranità da parte di Stati e organismi internazionali. Tuttavia, la situazione attuale mostra che quando le assemblee si fermano a discussioni di principio, i leader forti prendono decisioni drastiche, spesso imposte dall’urgenza di affrontare minacce percepite e crisi latenti. La crisi fra Colombia e Venezuela è l’esempio più recente di come la dinamica tra decisionismo immediato e processi democratici deliberativi stia rimodellando la geopolitica contemporanea, mettendo in discussione la capacità delle istituzioni tradizionali di governare in momenti di rottura.
In definitiva, mentre i tavoli diplomatici e le assemblee internazionali restano essenziali per il diritto internazionale e la legittimità, la realtà suggerisce che senza la capacità di assumere decisioni decisive si rischia di rimanere intrappolati in un circuito di parole senza risultati concreti, mentre le crisi si aggravano e reclamano risposte immediate che solo decisioni forti – e non sempre condivise – sembrano in grado di offrire.


















