La strage di Casalotti ha colpito Roma con una violenza difficile perfino da raccontare. Una famiglia di origine bengalese distrutta, una bambina uccisa, un figlio sopravvissuto all’orrore e un presunto assassino al centro delle ricerche delle forze dell’ordine nei giorni successivi al delitto. Secondo le ricostruzioni, gli investigatori hanno indicato Shahadat Hossain, cittadino bengalese nato nel 1983, come sospettato di aver sterminato una famiglia di connazionali in via Montiglio. La pista indicata dagli inquirenti, almeno nella prima fase, non è quella di uno scontro tra comunità, ma di una vicenda personale, forse maturata in un contesto di ossessione, rifiuto e violenza di genere.
Davanti a fatti simili, però, il rischio è sempre lo stesso: o si finge che il tema sicurezza non esista, oppure si prende un crimine atroce e lo si trasforma in una sentenza contro un’intera comunità. Sono due errori opposti, ma ugualmente comodi.
Il primo è l’errore di chi davanti ai problemi dell’immigrazione risponde sempre con il riflesso automatico della minimizzazione. Come se bastasse dire non generalizziamo per cancellare degrado, criminalità, occupazioni, violenze, zone franche, sfruttamento, lavoro nero e mancato controllo del territorio. No, non basta. Le criticità esistono, e negarle è il modo migliore per consegnarle agli slogan peggiori.
Il secondo errore, però, è quello di chi prende il passaporto di un criminale e lo usa come prova contro migliaia di persone che con quel delitto non hanno nulla a che fare. Anche questo è comodo. È comodo perché semplifica tutto: un fatto, una nazionalità, una condanna collettiva. Ma il giornalismo, se vuole servire a qualcosa, dovrebbe fare il contrario: tenere insieme realtà, dati e responsabilità individuali.
I numeri, in questo caso, aiutano più della pancia.
Secondo Istat, al 1° gennaio 2026 gli stranieri residenti in Italia sono circa 5 milioni e 560 mila, pari al 9,4% della popolazione. Un dato in crescita, dentro un Paese che vive da decenni un abbassamento della natalità e un progressivo invecchiamento demografico. A Roma, invece, al 1° gennaio 2025 risultano 354.086 cittadini stranieri residenti. La prima comunità è quella romena, seguita dalle Filippine e dal Bangladesh, che con 35.139 residenti rappresenta quasi il 10% degli stranieri della Capitale.
Questo è già un primo punto da fissare: a Roma la comunità bengalese non è marginale, non è passeggera, non è un corpo estraneo appena arrivato. È una delle grandi presenze straniere della città. Basta camminare tra Torpignattara, Pigneto, Esquilino, alcune zone dell’Est romano e del commercio di prossimità per accorgersi che si tratta di una comunità visibile, radicata, spesso legata a negozi, ristorazione, piccoli servizi e attività di quartiere.
Dentro Roma, i numeri delle principali comunità asiatiche del subcontinente sono chiari: Bangladesh 35.139 residenti, India 11.860, Pakistan 3.069. Molto più basse, nella Capitale, le presenze di Marocco e Albania, rispettivamente 4.822 e 7.464 residenti. Questo non significa fare classifiche morali tra popoli. Significa, semplicemente, guardare la realtà romana per quello che è: una città dove alcune comunità asiatiche sono numericamente centrali e stabilmente inserite nel tessuto urbano.
Poi c’è il tema più delicato: criminalità e carcere.
Al 31 marzo 2026, secondo il Ministero della Giustizia, nelle carceri italiane erano presenti 63.997 detenuti, di cui 20.130 stranieri. Parliamo quindi di una quota superiore al 31%. È un dato pesante, che non va nascosto. Chi dice che la presenza straniera nelle carceri italiane sia irrilevante dice una cosa falsa.
Ma anche qui bisogna andare oltre il titolo.
Quando il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria divide i detenuti stranieri per nazionalità, il quadro non è omogeneo. Al 31 marzo 2026 i detenuti marocchini sono 4.502, pari al 22,4% dei detenuti stranieri. I tunisini sono 2.267, i romeni 2.094, gli albanesi 1.963. Molto più bassi i numeri delle comunità del subcontinente indiano: Pakistan 347, India 169, Bangladesh 149.
Questo dato non va usato per dire che una comunità sia “buona” e un’altra “cattiva”. Sarebbe una sciocchezza. E non va neppure letto come una statistica perfetta sulla criminalità, perché il carcere misura le presenze detenute in un determinato momento, non tutti i reati commessi, non tutte le denunce e non tutte le condizioni sociali che stanno dietro a quei numeri.
Serve però a una cosa: evitare che il caso di Casalotti venga trasformato, per pigrizia o malafede, in un processo generale alla comunità bengalese. Nei numeri penitenziari italiani, infatti, Bangladesh e India hanno una presenza assoluta molto più bassa rispetto ad altre nazionalità. Il Pakistan è più presente di Bangladesh e India, ma resta comunque lontanissimo dai numeri di Marocco, Tunisia, Romania e Albania.
E allora la domanda è: vogliamo discutere seriamente di sicurezza o vogliamo soltanto usare la cronaca per confermare pregiudizi già pronti?
Discutere seriamente significa dire che il controllo dell’immigrazione è necessario. Significa pretendere espulsioni effettive per chi delinque e non ha titolo per restare. Significa non tollerare sacche di illegalità, sfruttamento, irregolarità, lavoro nero, violenza domestica, ghetti urbani, occupazioni abusive e zone dove lo Stato arriva tardi o non arriva proprio. Significa anche chiedere più forze dell’ordine, più presidio dei quartieri, più certezza della pena.
Ma discutere seriamente significa pure non confondere il criminale con la comunità. Il singolo che uccide, rapina, spaccia o violenta deve pagare tutto, senza sconti, senza retoriche assolutorie, senza alibi sociologici. Ma una famiglia bengalese che lavora, apre un negozio, manda i figli a scuola e vive nel quartiere non può diventare colpevole per appartenenza etnica.
Il Ministero del Lavoro, nel rapporto 2025 sulle comunità migranti, offre un altro elemento utile. I cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia sono oltre 3,8 milioni al 31 dicembre 2024; tra le sedici comunità extra UE più numerose compaiono anche marocchini, albanesi, bangladesi, indiani e pakistani. Nel 2024 sono stati rilasciati 290.119 nuovi permessi di soggiorno, con Bangladesh, Marocco e Albania tra le comunità più rappresentate nei nuovi ingressi.
Anche il lavoro racconta differenze importanti. Gli indiani risultano fortemente concentrati nel settore primario, i pakistani nell’industria, gli albanesi nell’edilizia, i bangladesi e gli egiziani nella ristorazione e nel ricettivo. Molti quindi lavorano e sono inseriti in settori anche faticosi, spesso poco raccontati, ma essenziali per la vita economica quotidiana del Paese.
Questo non cancella le criticità. Semmai le rende più leggibili. Una comunità può essere inserita nel lavoro e avere comunque problemi interni di isolamento, fragilità abitativa, difficoltà culturali, sfruttamento o mancato rapporto con le istituzioni. Ma proprio per questo servono dati, controlli, scuola, lingua, lavoro regolare e presenza dello Stato. Non basta né l’accoglienza astratta né la rabbia generica.
Quindi, la strage di Casalotti, proprio per la sua ferocia, merita riflessioni accurate. Le vittime erano straniere. La comunità colpita era la stessa da cui proveniva il presunto assassino. Questo rende ancora più fragile ogni lettura grossolana. Non siamo davanti alla prova che “una comunità è pericolosa”. Siamo davanti alla prova che il male può esplodere dentro percorsi personali, familiari, sociali e psicologici che vanno intercettati prima, soprattutto quando emergono segnali di persecuzione, minaccia, ossessione e violenza.
Poi certo, lo Stato deve fare lo Stato. Se una persona è pericolosa, va fermata. Se ha precedenti, va controllata. Se non ha titolo per restare, va allontanata. Se chiede protezione e poi commette reati, deve perdere ogni beneficio compatibile con la legge.
La strage di Casalotti deve chiedere giustizia per le vittime e non una vendetta contro una comunità. Deve chiedere più Stato e sicurezza, senza generalizzazioni da destra e da sinistra. Perché quando i numeri vengono letti con onestà, dicono una cosa semplice: la sicurezza è troppo importante per lasciarla sia al negazionismo sia alla propaganda.



















