C’è un principio che dovrebbe restare fuori dal commercio delle opinioni e degli orientamenti politici: la vita umana non è mai un errore, nemmeno quando è spogliata di forza, autonomia, salute. Eppure oggi questo principio è seriamente messo in discussione, mentre la Corte Costituzionale italiana è chiamata a pronunciarsi sulla richiesta – avanzata da una donna paralizzata – di accedere a un atto eutanasico attivo, cioè procurato da altri.
Non è più, come in altri casi recenti, questione di suicidio assistito, né di autodeterminazione piena. Stavolta si chiede allo Stato di legittimare, in deroga all’attuale articolo 579 del Codice penale, un’azione diretta per causare la morte di chi non è in grado di compierla da sé. E questo, al di là del caso specifico, costituisce uno spartiacque etico e giuridico che non possiamo ignorare.
Una società si misura da come accompagna, non da come sopprime
Due malati, Vanny Lucarelli e Maria, hanno chiesto e ottenuto di essere ascoltati nel procedimento. La loro posizione è chiara, netta, scomoda per chi dipinge l’eutanasia come gesto di libertà assoluta: esiste anche una dignità che si oppone alla morte, una resistenza che chiede ascolto, non compassione sterile.
La loro testimonianza – per quanto silenziosa sia stata sui media mainstream – ci interroga profondamente. Non parlano da una condizione astratta, ma dalla realtà vissuta della malattia, della dipendenza, della paura. Eppure, proprio da quel luogo marginale, si alza una voce che ricorda a tutti noi una verità semplice: la fragilità non è una colpa e non va eliminata, ma sostenuta.
Depenalizzare l’eutanasia attiva significherebbe sancire che, in certi casi, la morte è preferibile alla vita. Non per scelta piena e libera, ma per l’impossibilità di vivere in modo “dignitoso” secondo criteri esterni, funzionali, ideologici. E questo – lo dobbiamo ammettere – sarebbe un cedimento culturale prima ancora che legislativo.
Restare umani: anche (e soprattutto) quando è più difficile
L’Italia, fino ad oggi, ha scelto la via della prudenza, riconoscendo la sofferenza ma senza accettare che essa giustifichi l’eliminazione della persona. I precedenti della Corte sono stati chiari nel segnalare i pericoli di una deriva individualista che maschera l’abbandono sotto il nome della libertà.
Ma ora si va oltre. Ora si chiede che lo Stato intervenga a porre fine a una vita, perché quella persona non può farlo da sola. Non c’è solo un salto giuridico, qui. C’è una torsione antropologica.
Se la Consulta dovesse aprire questa porta, non la richiuderemo più. Perché altri casi seguiranno, e il confine tra pietà e selezione rischia di diventare troppo sottile. E quando il dolore diventa un criterio di esclusione dalla vita, ci stiamo già spingendo oltre la soglia del diritto.
Abbiamo costruito secoli di civiltà sulla base del principio che ogni vita umana, anche la più fragile, merita protezione, accompagnamento, rispetto. Se oggi rinunciamo a questo principio, non stiamo scegliendo il progresso, ma un’uscita silenziosa dalla nostra stessa umanità.



















