Come le donne violente sfuggono al controllo: l’inganno degli stereotipi
Antonella Baiocchi, Psicoterapeuta, Esperta in Criminologia (www.antonellabaiocchi.it) commenta il caso di Vigevano.
“Quattro anni di prigionia domestica, filo spinato alle finestre, cibo razionato e un patrimonio depredato. La storia del 40enne di Vigevano segregato dall’ex compagna e dai suoi complici, non è un “fatto di cronaca nera”, ma è la cartina al tornasole di un’emergenza sociale che rifiutiamo di vedere: che la violenza non è una questione di genere, ma di dinamiche di potere e vulnerabilità, alimentate dall’Analfabetismo Psicologico.
L’Analfabetismo Psicologico è come affidarsi a un navigatore satellitare che ha mappe tossiche: ci illude di mostrarci la strada giusta, ma in realtà ci porta sistematicamente fuori rotta, allontanandoci dagli obiettivi di rispetto e armonia che desidereremmo raggiungere nelle relazioni.
Questo deficit di consapevolezza genera gravissime conseguenze, tra cui:
Il pensiero dicotomico
- Visione rigida del mondo: tutto è “bianco o nero”, “giusto o sbagliato”, “con me o contro di me”
- Incapacità di riconoscere il valore del relativo, dell’opinabile, delle sfumature
- Creazione di “Verità Assolute” personali che diventano strumenti di discriminazione
La gestione dicotomica delle divergenze
- Le differenze (di idee, bisogni, valori) non vengono mediate, ma trasformate in guerre da vincere
- Chi detiene il potere ( fisico, psicologico, economico) cerca di affermare la propria “verità” annientando chi dissente
- La vulnerabilità dell’altro diventa un’opportunità per dominare, non per comprendere.
Nel caso di Vigevano la donna non ha visto un partner da rispettare, ma un ostacolo da eliminare. Il suo ‘navigatore interiore’ le ha detto: ‘Se non fa ciò che vuoi tu, merita di essere punito‘. E lei ha obbedito.
L’Analfabetismo Psicologico genera pensiero dicotomico, cioè la convinzione che esista un unico “modello giusto” di comportamento, di relazione, di identità. Dove si presume di possedere la verità assoluta, si finisce inevitabilmente per discriminare tutto ciò che vi si discosta.
Questa mentalità rigida alimenta la gestione dicotomica delle divergenze, un processo tossico in cui, anziché cercare il dialogo o la comprensione, chi si trova in una posizione di potere (fisico, psicologico, economico, di ruolo) impone la propria visione, prevaricando chi si trova in una posizione di vulnerabilità.
È così che si manifesta il Debolicidio: agire prevaricazione e violenza verso un interlocutore in posizione di vulnerabilità proprio a causa dell’incapacità di gestire le differenze in modo evoluto e rispettoso. Qualche esempio di Debolicidio:
- Una madre impedisce ai figli di vedere il padre dopo la separazione, sostenuta da un sistema che tende a considerare la donna sempre dalla parte della ragione. Il padre, vulnerabile e senza voce, viene escluso dalla vita dei figli.
- Un ragazzo introverso viene umiliato da compagni più carismatici. Gli adulti minimizzano (“sono cose da ragazzi”), ignorando la sofferenza reale e la posizione di fragilità del ragazzo
- Un uomo viene accusato falsamente di violenza. Nonostante l’assenza di prove, perde casa, lavoro e figli. La sua parola, in quanto uomo, vale meno
- Una dirigente scredita sistematicamente una collega più giovane e timida, usando il suo ruolo per isolarla e ridurne l’autostima
- Un anziano malato viene lasciato solo o maltrattato da un caregiver che approfitta della sua totale dipendenza.
- Un gatto viene catturato e scuoiato vivo da un gruppo di ragazzi.
- L’uomo di Vigevano, disabile, considerato scarto umano, viene segregato per derubargli la pensione.
La gran parte delle violenze che si consumano dentro e fuori casa, (compresi i Femminicidi) sono tutte figlie dello stesso meccanismo. Il denominatore comune non è il genere, ma la vulnerabilità della vittima e l’analfabetismo psicologico di chi abusa del proprio potere.
Perché la società ancora oggi nega che la violenza non ha genere e continua a raccontarsi che le donne non possono essere carnefici e gli uomini non possono essere vittime?
Eppure bastano cinque minuti nella stanza di un terapeuta o un caso come quello di Vigevano (badate bene “ennesimo” , consultare a riguardo www.lafionda.com ) per capire quanto siano pericolosamente false queste narrazioni ideologizzate.
Il problema è che questi pregiudizi si sono incarnati nelle istituzioni: i servizi di supporto troppo spesso girano le spalle agli uomini maltrattati, le leggi faticano a riconoscere che la violenza può viaggiare in entrambe le direzioni e vengono applicate in modo discriminante (ad esempio il Codice Rosso non scatta per gli uomini vittime di violenza con la stessa immediatezza con cui si attiva per le donne).
E così, mentre discutiamo animatamente di femminicidi (giustamente), lasciamo che decine di migliaia di uomini soffrano in silenzio, intrappolati nella vergogna di dover ammettere: “Sono vittima di una donna“.
Le stesse donne violente, del resto, lo sanno bene: giocano abilmente con lo stereotipo della fragilità femminile, sicure che nessuno crederà mai che quelle mani delicate possano trasformarsi in armi e che da quelle bocche possano uscire falsità capaci di distruggere la vita ai padri dei loro figli.
Come spezzare questo circolo vizioso?
Contrastando, ad alto raggio, l’Analfabetismo Psicologico.
Iniziando dai genitori e dagli adulti che si prendono cura dei minori. Inserendo la Conoscenza della psiche (del funzionamento interiore) come materia scolastica obbligatoria. Formando operatori nei tribunali, nelle questure, nella sanità, nelle scuole, nelle parrocchie, capaci di riconoscere le dinamiche di potere dietro ogni violenza, senza farsi abbagliare dai ruoli di genere. Creando reti di supporto che non chiedano “Sei uomo o donna?” ma “Di cosa hai bisogno?”.
Ed è necessario accettare che la realtà non è mai solo bianca o nera: basta con la ricerca ossessiva del colpevole perfetto e della vittima senza ombre.
La verità è che ogni relazione (come ogni essere umano) porta in sé il potenziale per diventare tossica. L’unico antidoto è acquisire strumenti psicologici adeguati per riconoscere i segnali in tempo, prima che sia troppo tardi.”




















