“Tre italiani su quattro favorevoli all’eutanasia.”
Così titolava La Stampa il 21 luglio, rilanciando un sondaggio commissionato a Only Numbers e commentato da Alessandra Ghisleri in un articolo dalle tinte quasi definitive: «La società è pronta, la politica deve scegliere». Ma è davvero così?
Dietro i numeri, come sempre, c’è il metodo. E dietro il metodo, l’intenzione. Only Numbers Srl, la società demoscopica che ha curato il sondaggio rilanciato dalla Ghisleri, è una realtà recente (due anni di attività, 5 dipendenti, sede a Milano) che gestisce anche la community Euromedia Research, fondata sul meccanismo dei panel retribuiti: un gruppo selezionato di utenti che riceve inviti frequenti a compilare sondaggi in cambio di punti e buoni premio.
Secondo le inchieste giornalistiche (tra cui Report), le risposte raccolte da questi panel rischiano di riflettere più una cultura da “click retribuito” che non un sentire reale e ampio dell’opinione pubblica.
Il campione proposto, spesso ristretto, poco aggiornato e poco rappresentativo di classi sociali ed età diverse, offre il fianco a forzature. Come? Attraverso un gioco ben noto: la selezione pilotata delle opzioni di risposta.
Lo si è visto in un caso precedente emblematico, quello del sondaggio sul conflitto Israele-Gaza, dove le uniche risposte proposte erano: “genocidio”, “ritorsione esagerata” o “vendetta giusta” – senza spazio per chi, ad esempio, crede che Israele stia difendendo il proprio diritto alla sopravvivenza.
Ora quel meccanismo di riduzione del pensiero si ripete su un tema assai più delicato: la fine della vita, l’eutanasia, la sofferenza, il senso stesso della persona. I numeri della Ghisleri diventano una verità confezionata: 75% favorevoli. Fine della discussione. Ma davvero il dibattito può ridursi a una formula secca, digitale, emotivamente accattivante e tecnicamente distorta?
Per capirne di più, abbiamo interpellato il prof. Massimo Gandolfini, neurochirurgo, psichiatra, leader del Family Day, tra le voci più autorevoli del mondo pro-life italiano, il quale è netto sui questionari indirizzati:
«Questi sondaggi caratterizzati da una scarsa accuratezza, hanno comunque un pregio: mettono in luce quanta superficialità regni intorno ad argomenti di enorme valore culturale e sociale come tutto ciò che riguarda la bioetica del fine vita».
Inoltre l’articolo della Ghisleri, finalizzato a smuovere l’opinione politica verso una scelta pro-choice, cerca di fare leva sull’approvazione mortifera dei giovani, che in base ai suoi campioni risulta stagliarsi intorno all’87%. Ma vogliamo veramente credere che, in un meccanismo di risposta basato sull’incentivazione al riscatto del premio, la fetta maggioritaria giovanile abbia consapevolezza delle implicazioni sociali, etiche e politiche dell’eutanasia? In merito a questo, il prof. Gandolfini non ha dubbi:
«La stragrande maggioranza dei nostri giovani conosce poco o nulla dell’argomento. Sono convinto che neppure il significato di concetti come eutanasia, suicidio assistito, accanimento terapeutico, continuità assistenziale, sostegno vitale sono conosciuti con chiarezza. Purtroppo viviamo il tempo in cui ha ragione chi urla di più, con slogan ad effetto come ‘liberi fino alla fine’, senza avere la minima conoscenza degli orrori che si nascondono dietro a quelle parole».
È ormai risaputo poi come nei Paesi in cui sono state promulgate leggi eutanasiche, l’incidenza dei casi sia cresciuta vertiginosamente con una progressività statisticamente lontana dalle condizioni dettate in partenza, a causa di una cultura della morte e della soppressione ‘più o meno volontaria’ del più debole, subdola e inconscia, la quale, mascherata da massimo diritto, cela interessi di facilitazioni economico-gestionali della sanità. Il dottor Gandolfini evidenzia con cura i casi esteri:
«C’è il rischio che se si apre uno spiraglio alla morte, diventi in poco tempo uno squarcio. Così è successo in tutti – proprio tutti – gli Stati che hanno legalizzato il suicidio assistito e l’eutanasia. Un esempio: in Olanda, nel 2002 ci fu la depenalizzazione (come oggi da noi con la sentenza 242/19); nel 2004 si passò alla legalizzazione, per casi oncologici in fase terminale (24 casi); nel 2006 venne approvato il Protocollo di Groningen, che aprì all’eutanasia per minorenni. E così arriviamo ad oggi: circa 7000 morti per ‘morte assistita’».
Infine, chi ha ancora nel cuore l’importanza dell’esistenza non mostrerà mai i segni della stanchezza nel porre l’attenzione sull’importanza delle cure palliative, come alternative alla cultura della soppressione.
«Cominciamo a raccontare la verità, anche con dati scientifici, smontando menzogne vergognose – prosegue Gandolfini – Oggi è assolutamente falso che una persona malata è costretta a vivere tra sofferenze insopportabili. Oggi la Medicina Palliativa è in grado di accompagnare ogni malato alla morte naturale, con dignità e senza dolori incontrollabili. Per eliminare la sofferenza non si uccide il sofferente, come fanno i sostenitori della ‘dolce morte’. Potenziamo, dunque, le cure palliative con una completa applicazione della Legge 38/2010».
In effetti la straordinaria legge sull’accesso alle cure palliative, ideata dalle frange cristiane del IV Governo Berlusconi, non è ancora dopo 15 anni messa del tutto in pratica. Spesso infatti tali cure sono assenti in molte regioni e scarseggiano medici palliativisti formati. Questo è dovuto anche a un utilizzo delle risorse economiche discutibile, relativamente alle quali i fondi per tali procedure non sono spesi adeguatamente. Il tutto è ancor più completato dalla insufficiente informazione pubblica, che porta le famiglie dei malati a non conoscere nemmeno il diritto all’accesso delle cure. Questo ovviamente non deve sorprendere, dato che il mainstream è molto abile a nascondere le opzioni vicine alla salvaguardia dell’esistenza per evidenziare ancor meglio le sue intenzioni eutanasiche.
Se non comprendiamo che persino il nostro Belpaese, centro della Cristianità del mondo, portatore di straordinari valori e civilissimi diritti che da millenni le nostre culture hanno diffuso tra le genti europee, sta cadendo nel baratro del facile accesso alla morte, il futuro potrebbe essere veramente nefasto.
«La vita non è una merce, non è un bene fisico di cui disporre a volontà. È il fondamento di ogni altro valore, diritto, principio, libertà. Se si annulla la vita, cade tutto il resto della civiltà, come un domino».
Non si potrebbe trovare chiosa migliore di quella dell’esimio prof. Gandolfini.




















