Nessuno sapeva con certezza quando sarebbe arrivato questo giorno, eppure sta ora arrivando, non con il clamore delle grandi firme diplomatiche o con le bandiere che sventolano sui tavoli della pace. Ma in silenzio, come succede nelle guerre che non si vincono: si fermano.
Il giorno dopo Gaza non è il giorno di una vittoria, ma di una resa reciproca all’evidenza dei fatti, resa che non si dichiara ma si riconosce nel tono più basso della retorica, nel calo delle operazioni, nell’improvviso vuoto mediatico intorno alle ultime rovine. .
Un reale obbiettivo di Israele – Israele dopo mesi di operazioni militari, ha raggiunto ciò che realisticamente poteva ottenere: la distruzione di gran parte della rete logistica e di comando di Hamas, l’eliminazione di centinaia di quadri operativi, e soprattutto la riconquista del margine strategico della deterrenza ossia, quel punto in cui nessuno può più illudersi di colpirlo senza pagare un prezzo spropositato. Israele non ha sconfitto l’idea di Hamas, né ha potuto cancellarne le radici ma ha costretto la sua controparte a rientrare nel sottosuolo, in senso non solo fisico ma simbolico. Hamas continuerà ad esistere, ma nella forma che più gli somiglia: organizzazione dispersa, muta, clandestina, resiliente, ma priva di potere diretto.
La prerogativa di Hamas – Hamas, dal canto suo, è sopravvissuta . E in un mondo arabo abituato a rovesci epocali e delusioni fallimenti accettate nel silenzio, la sopravvivenza è già una forma di vittoria. Non controlla più Gaza come prima, ma continua a incarnare per milioni di persone, il racconto della resistenza. Ai suoi occhi anche la distruzione è un messaggio: le rovine diventano tribune, la devastazione si trasforma in testimonianza, e ogni bambino che gioca tra i calcinacci è una smentita vivente della resa.
Ma qualcosa nel profondo, è cambiato – Su un tavolo qualunque, forse al Cairo, forse nella penombra di una stanza con delegati americani e inviati del Quatar, un documento è stato firmato. Non è una pace. È un compromesso. Forse non ha nemmeno un nome, come accade con gli accordi che nessuno vuole intestarsi ma che prevede che la ricostruzione di Gaza venga affidata a un comitato misto e cioè, Qatar, Egitto, rappresentanti ONU. Saranno loro a gestire i fondi, a controllare i carichi, a decidere quali materiali entrano e quali no, quali nomi compaiono sulle liste degli operai, quali valichi si aprono. Israele cede il passo, non per debolezza ma per convenienza perché sa che un’occupazione diretta costerebbe troppo, in vite, in immagine, in relazioni. E soprattutto sa che, dopo un certo punto, il vero potere non è più dentro Gaza, ma su Gaza, nei flussi bancari, nei transponder dei droni, nei contratti delle agenzie ONU.

Il compromesso di vivibilità Nel frattempo, l’Autorità Palestinese riappare, non per volontà propria, ma come unica alternativa possibile che Israele, Egitto e Stati Uniti possono ancora offrire. Ritorna delegittimata, ma coperta. Impopolare, ma protetta. Si affaccia con timidezza su una popolazione che l’ha abbandonata da anni, ma che ora preferisce un’amministrazione fiacca a una guerra senza fine. Le sue prime azioni non saranno politiche, saranno logistiche. Gestione dei rifiuti, riparazione delle fogne, riattivazione delle reti idriche, distribuzione dei salari. Per molti palestinesi, sarà il ritorno alla normalità. E per questo, più credibile di ogni proclama.

Non è molto, ma è l’inizio – Il giorno dopo Gaza è anche il giorno in cui gli Stati Uniti si sono finalmente decisi. Dopo anni di ambiguità, hanno compreso che il caos perpetuo in Medio Oriente mina la loro centralità globale.
Non per ideologia, non per empatia, ma per strategia. Il Pacifico chiama, la Cina osserva, l’Ucraina drena risorse. Washington non può più permettersi che ogni crisi in Israele generi una reazione a catena nei Paesi arabi, in Europa, nei mercati energetici. La pressione sulla leadership israeliana è cresciuta dietro le quinte. I fondi militari restano, ma sono condizionati. Le armi arrivano, ma con postille. Gli avvisi non sono pubblici, ma sono stati recepiti. Anche l’Iran, paradossalmente, ha capito. Un’escalation non gli conviene. Hezbollah ha i razzi, ma il Libano è già a pezzi. Ogni passo falso potrebbe attirare un conflitto diretto che Teheran non può permettersi, ora che la propria economia è logorata e le proteste interne covano. 
Chi vuol stravincere spesso perde – Meglio mantenere un fronte ideologico, un martirio narrativo, che cercare una disfatta reale. Lo stesso vale per la Turchia, che ha ormai capito che può guadagnare più influenza regionale facendo da mediatore o da incendiario.
E così, senza trionfi né cerimonie, la questa troppo lunga guerra si spegne come si spengono certi fuochi e cioè, per esaurimento dell’ossigeno, non per intervento di “pompieri”. L’ossigeno della guerra è l’interesse e oggi nessuno ha più interesse a continuare. Gaza resta. Gerusalemme resta. Le ferite restano. Ma l’assedio reciproco, quello tra l’ossessione della sicurezza e l’ossessione della resistenza, si allenta. Non c’è pace, ma c’è una pausa. Non c’è futuro, ma c’è una tregua. Ed è già qualcosa, nel tempo immobile dell’infinito, perché ci sono guerre che si vincono solo smettendo di voler vincere. E questa, nella sua tragica verità, è una di quelle. . .
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