Ogni settimana, nelle piazze europee, si levano voci, striscioni, cori, manifestazioni di solidarietà per il popolo palestinese. Si chiede la fine dell’occupazione, la giustizia, la pace. Ma una domanda, scomoda e forse sgradita, aleggia sempre più insistente: perché noi europei dovremmo combattere battaglie che gli stessi protagonisti sembrano non voler affrontare?
All’interno dello Stato di Israele vive una consistente comunità araba. È una realtà complessa, fatta di contraddizioni e compromessi, ma è un dato di fatto che molti di questi cittadini arabi non si ribellano apertamente al sistema che li ingloba. Perché, allora, dovremmo essere noi — lontani, estranei a quelle dinamiche — a farsi carico di un conflitto che essi stessi non affrontano con la stessa intensità che noi immaginiamo?
E ancora: il silenzio o la tiepidezza del mondo arabo pesa come un macigno. Dove sono i paesi arabi ricchi di petrolio, di risorse, di influenza politica? Dove sono i governi che proclamano fratellanza religiosa e culturale con i palestinesi? Perché non alzano la voce, non impiegano i loro capitali, non rischiano il loro potere per sostenere i “fratelli” che dicono di difendere? La verità è che, a parte slogan e dichiarazioni di facciata, molti di questi Stati hanno da tempo scelto altre alleanze, più redditizie e meno pericolose.
In Europa, invece, assistiamo a cortei e sit-in, a scontri ideologici, a comunità divise, mentre ci consumiamo in una guerra simbolica che non ci appartiene e che rischia di minare la nostra stessa coesione sociale. La domanda che dovremmo porci non è tanto se la causa palestinese sia giusta o meno — su questo il giudizio di coscienza resta individuale — ma perché noi dovremmo combattere battaglie che non trovano sostegno né tra i diretti interessati, né tra i loro vicini più prossimi.
Non si tratta di indifferenza o di cinismo, ma di realismo. La retorica della solidarietà non può sostituirsi alla responsabilità di un popolo verso il proprio destino, né al coraggio dei governi arabi che preferiscono voltarsi dall’altra parte.
E così rimane la domanda cruciale, che dovrebbe accompagnare ogni nostro passo, ogni nostra manifestazione:
noi europei, per chi stiamo davvero combattendo?



















