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L’Italia che non crede  ai suoi geni e lascia  agli altri il futuro che ha inventato

Da Marconi a Rubbia, passando per la notte di Taranto: tre secoli di intuizioni nate in Italia e realizzate altrove

Alberto Zei by Alberto Zei
10 Novembre 2025
in Editoriale
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L’Italia che non crede  ai suoi geni e lascia  agli altri il futuro che ha inventato
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Da Marconi a Rubbia, passando per la notte di Taranto: tre secoli di intuizioni nate in Italia e realizzate altrove,

Dalla radio ai siluri aerei, fino all’energia nucleare pulita, il destino sembra ripetersi: il Paese dell’ingegno non impara la lezione di Giambattista Vico e lascia che la storia, ogni volta, lo colpisca con le proprie scoperte. C’è un filo che attraversa più di un secolo di storia italiana, invisibile ma tenace: è il filo del genio incompreso, dell’intuizione che nasce qui e fiorisce altrove, del talento che viene accolto con sospetto anziché con fiducia.Tre episodi, lontani nel tempo ma uniti dalla stessa cecità, bastano a raccontarlo.

Marconi: la scintilla che l’Italia spense e l’Inghilterra accese  – Alla fine dell’Ottocento un giovane bolognese, Guglielmo Marconi, bussò alla porta del professor Augusto Righi, illustre fisico dell’Università di Bologna, per mostrargli un esperimento che pareva fantascienza: la trasmissione di segnali elettrici attraverso l’aria, senza fili. Righi lo accolse con cortesia, ma anche con la freddezza accademica di chi non crede alla genialità di un autodidatta. Lo invitò «a studiare meglio la fisica» prima di avventurarsi in sogni così arditi. Marconi, ferito ma determinato, si ritirò nel podere paterno di Pontecchio, dove con mezzi rudimentali – fili, barattoli, lampadine, intuizione pura – portò a compimento ciò che aveva immaginato: il primo telegrafo senza fili, l’embrione della radio moderna. Fu però l’Inghilterra ad accorgersene, a offrirgli un laboratorio, finanziamenti e riconoscimento. L’Italia lo aveva lasciato partire: la più grande rivoluzione delle comunicazioni del Novecento nacque italiana, ma parlò inglese.

Taranto:  la notte in cui la nostra arma ci distrusse – Quarant’anni dopo, nel pieno della guerra mondiale, l’Italia commise lo stesso errore su un altro fronte: quello del mare. Nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940, il cielo sopra Taranto si illuminò di esplosioni. Gli inglesi, con i loro lenti ma precisi biplani chiamati Pescespada”, lanciavano siluri aerei contro la flotta italiana ancorata nel porto. In poco più di un’ora tre corazzate, Littorio, Caio Duilio e Conte di Cavour , furono colpite e rese inservibili. Centinaia di marinai morirono intrappolati nelle stive o bruciati dalle fiamme. Fu una carneficina, una tragedia nazionale. Ma il paradosso più atroce è che quei siluri erano un’invenzione italiana. Negli anni Trenta, al Centro Sperimentale di La Spezia, un gruppo di tecnici e ufficiali del Genio Navale, tra cui Giorgio Cacace, Luigi Romersa e Alessandro Guidoni, aveva dimostrato che un siluro poteva essere sganciato da un aereo e mantenere la traiettoria nell’impatto con l’acqua. Era una scoperta straordinaria, ma lo Stato Maggiore della Regia Marina, custode delle proprie competenze, non volle crederci tanto da non prepararsi neppure alla difesa di questa evenienza da parte nemica, molto più pericolosa a flotta ancorata. L’Aeronautica, che invece aveva intuito la portata della novità, si vide vietare di proseguire gli esperimenti. Cos ì il progetto fu accantonato. Gli inglesi, che avevano seguito con attenzione quelle ricerche, ne replicarono quasi fedelmente il principio, e nella notte di Taranto usarono contro di noi ciò che avevamo inventato. L’Italia fu colpita con la propria idea: il genio che non aveva voluto ascoltare tornava sotto forma di condanna. Da quella notte, la supremazia navale nel Mediterraneo cambiò per sempre.

  Rubbia e la Cina:l’energia che ci scivola tra le mani – Oggi, ottantacinque anni dopo Taranto, la storia sembra ripetersi in una forma più silenziosa ma altrettanto eloquente. Un altro italiano, Carlo Rubbia, premio Nobel per la Fisica, aveva concepito un sistema destinato a rivoluzionare l’energia nucleare: l’Energy Amplifier, un reattore subcritico a spallazione in grado di produrre energia pulita e di ridurre drasticamente nel tempo,  la pericolosità delle scorie radioattive. Il principio, geniale nella sua semplicità, unisce un acceleratore di protoni a un reattore subcritico. Il fascio di protoni, colpendo un bersaglio metallico pesante, piombo o bismuto, genera neutroni che innescano la fissione controllata anche in materiali non fissili come il torio o l’uranio-238. Ma la vera rivoluzione è nella sicurezza: il sistema può essere acceso, regolato e spento istantaneamente tramite comandi che agiscono sull’acceleratore, poiché la fissione avviene solo finché il fascio di protoni è attivo. Quando il flusso viene interrotto, la reazione si arresta immediatamente: una condizione di sicurezza intrinseca, che nessun altro reattore al mondo possiede in questa forma così diretta e assoluta. Eppure, anche questa volta, l’Italia non credette alla propria genialità. Il progetto rimase incompreso e non sostenuto, mentre la Cina, con il programma CiADS (China Initiative Accelerator Driven System), ne ha fatto il proprio banco di prova industriale. Non è una copia dell’impianto di Rubbia, ma la realizzazione concreta dei suoi principi scientifici: un reattore subcritico alimentato da neutroni generati per spallazione, costruito secondo la visione che in Italia non si ebbe il coraggio di seguire. Ancora una volta, la scintilla è partita da una mente italiana, ma il fuoco arde sotto un altro cielo.

Corsi e ricorsi della cecità – Da Marconi a Rubbia, passando per Taranto, si delinea un solo destino: l’Italia che non crede ai propri geni. Ogni volta il copione è lo stesso: un’intuizione brillante, un potere diffidente, un’idea che migra e trionfa altrove. Non è solo una questione di riconoscenza, ma di sopravvivenza culturale: un Paese che non sa valorizzare la sua intelligenza finisce per importare, a caro prezzo, ciò che aveva inventato gratis. Corsi e ricorsi della nostra miopia. Nel 1895 lasciammo partire Marconi, nel 1940 perdemmo la flotta per non aver creduto nei siluri aerei, nel Duemila ignorammo Rubbia e la sua energia pulita. Tre occasioni, tre lezioni che si ripetono: l’Italia scopre e il mondo realizza.

La lezione che non impariamo mai – Eppure, se avessimo imparato almeno da uno di questi casi, la storia forse avrebbe cambiato corso. a l’Italia continua a non riconoscere i propri corsi e ricorsi storici, neppure quando li ha spiegati uno dei suoi figli più grandi: Giambattista Vico. Egli ci aveva avvertiti che la storia non procede in linea retta, ma in cerchi, ripetendo in forme nuove gli stessi errori antichi. E noi, che avremmo dovuto essere i primi a comprendere il suo messaggio, siamo ancora intrappolati nel suo monito. Abbiamo lasciato partire Marconi, abbiamo lasciato affondare le navi di Taranto, abbiamo lasciato cadere nel silenzio l’intuizione di Rubbia. Ogni volta, il destino ci ha offerto un’occasione di redenzione storica, e ogni volta abbiamo preferito la prudenza alla fiducia, la burocrazia al coraggio, la convenzione all’intuizione. Così, mentre la Cina costruisce i reattori sognati da Rubbia e il mondo intero naviga sulle onde scoperte da Marconi, noi continuiamo a osservare il futuro come spettatori del nostro stesso genio. È il più tragico dei ricorsi: quello di un popolo che, pur conoscendo la lezione di Vico, non ha imparato a spezzare il cerchio.

Se avete osservazioni o ricordi su queste pagine di storia, lasciatele nei commenti: il confronto è parte della memoria e della coscienza civile.

 

 

Alberto Zei

Alberto Zei

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