La morte delle gemelle Kessler è stata raccontata come la celebrazione estrema dell’autodeterminazione, quasi un gesto liberatorio da accogliere senza esitazioni. In poche ore la loro scelta è diventata un simbolo di modernità, un atto di emancipazione dalla sofferenza, un’apparente conquista civile. Una narrazione lineare, seducente, perfettamente aderente al nostro tempo.
Eppure, dietro quella linearità, si muove un dibattito molto più complesso — che nulla ha a che fare con la morale religiosa o con il conservatorismo. È un dibattito laico, filosofico e bioetico che merita spazio.
La prima ombra è quella della vulnerabilità.
Daniel Callahan — filosofo e cofondatore dell’Hastings Center, istituto laico e progressista che ha fatto la storia della bioetica contemporanea — ha spiegato in più scritti che una società che propone la morte assistita rischia di esercitare pressioni sottili sui più fragili. Chi è anziano, solo, depresso, o sente di essere “di peso” può percepire la morte non come scelta libera, ma come scelta attesa. La libertà individuale, ricordava Callahan, “non esiste in un vuoto sociale”: spesso è plasmata da necessità, aspettative, timori. Non occorre alcuna fede per comprenderlo, tant’è che questa stessa obiezione nasce da uno studioso laico e decisamente non conservatore.
La seconda ombra è quella della fallibilità umana.
Arthur Caplan — uno dei più influenti bioeticisti americani, laico, vicino alle posizioni liberal e non certo bigotto o tradizionalista — ha documentato per anni come diagnosi e prognosi mediche possano sbagliare, anche nei contesti più avanzati. Introdurre un gesto irreversibile come il suicidio assistito all’interno di un sistema fallibile significa accettare che anche un margine di errore minimo possa avere esiti definitivi. Una prospettiva tutt’altro che neutra.
Poi c’è l’ombra dell’identità personale.
Il filosofo Derek Parfit — figura cardine del razionalismo etico britannico, dichiaratamente non religioso — ha mostrato come la percezione della propria vita possa cambiare profondamente nel tempo. Le decisioni prese in momenti di crisi psicologica, dolore, disorientamento non sempre rappresentano il “sé futuro”. Nelle scelte estreme, l’irreversibilità collide con la fluidità dell’identità umana.
A ciò si aggiunge la dimensione culturale e sociale, un rischio messo in luce da diversi studiosi laici della modernità.
Tra questi, ricercatori del Tim Jackson Institute for Moral Philosophy — centro di ricerca secolare, non legato ad alcuna visione religiosa — hanno evidenziato come la normalizzazione della morte come opzione ordinaria possa cambiare il modo in cui la società percepisce la fragilità. Quando il morire diventa una scelta “adulta”, “lucida”, “di stile”, si rischia di svalutare implicitamente la vita fragile, lenta, dipendente.
La prospettiva delle persone con disabilità è un tassello fondamentale di questo quadro.
Tom Shakespeare — sociologo della disabilità, laico, progressista, consulente di istituti internazionali — ha mostrato come il suicidio assistito possa inviare un messaggio culturale ambiguo: che la vita con disabilità valga meno, sia meno sostenibile, meno dignitosa. È lo stesso allarme lanciato dal movimento Not Dead Yet, nato negli USA negli anni ’90 come piattaforma laica contro l’eutanasia per ragioni di pressione sociale.
Infine, c’è la questione del valore intrinseco della vita, affrontata dal filosofo del diritto Ronald Dworkin — giurista liberale, laico, docente tra Harvard e Oxford.
Nel suo Life’s Dominion, Dworkin sostiene che il valore della vita non è solo nelle mani del singolo individuo, ma appartiene anche alla comunità, che riconosce significato e misura agli atti umani. Non è un discorso religioso: è etica pubblica. Ogni decisione che intacca questo valore collettivo ha ricadute sulla società intera, anche quando nasce da scelte individuali.
Il caso Kessler non chiede giudizi affrettati, né condanne. Chiede domande. Domande laiche, fondate, radicate nella filosofia morale e nella bioetica: la libertà è davvero piena quando nasce nella fragilità? Qual è il ruolo della società nel proteggere chi rischia di scegliere la morte per mancanza di alternative? Quanto incide la cultura sull’idea di “buona morte”? Quale equilibrio tra autodeterminazione e responsabilità collettiva?
La modernità non può sottrarsi a queste domande. Perché normalizzare la morte non è automaticamente un segno di progresso.
Spesso è il sintomo di un vuoto che non vogliamo vedere.

















