La perdita sistematica dei fondi europei a causa della perenzione. È un fenomeno strutturale, antico, trasversale ai governi di ogni colore politico, che provoca un danno silenzioso ma devastante: risorse già stanziate, già destinate all’Ite enormi, pensate per modernizzare infrastrutture, colmare divari, rafforzare la sanità e stimolare l’innovazione, mentre una parte consistente di questi fondi resta bloccata nei cassetti amministrativi. Non perché l’Italia non ne abbia bisogno, ma perché fatica a trasformare la disponibilità finanziaria in progetti concreti. Nel periodo 2021-2027, la UE ha destinato all’ Italia fondi strutturali, fondi di coesione e fondi per investimenti.L’Italia ha potuto così contare su oltre 200 miliardi di euro, di cui almeno 75 miliardi rappresentano fondi strutturali veri e propri (FSE+, FESR, FSC ). Contrariamente a ciò che spesso si pensa, i fondi europei non scadono tutti alla fine del 2027: l’Unione Europea applica infatti la regola del “N+3”, ossia, tre anni per utilizzare ogni quota assegnata. In pratica, una parte delle risorse è già scaduta a fine 2024, altre lo faranno a cavallo tra il 2025 e il 2026, fino all’ultima tranche con limite al 2027. La certezza di perdere i fondi, dunque, per una parte è già avvenuta, l’ altra già in corso ed è progressiva.
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A livello nazionale – La capacità di programmazione raramente supera un terzo del totale, mentre la spesa effettiva rimane spesso a una cifra percentuale molto più bassa. È un limite purtroppo strutturale, che ciclicamente produce lo spreco di opportunità legate al tempo ristretto di ciascun ciclo triennale. Per comprendere la portata del problema bastano tre numeri fondamentali: per il ciclo 2021-2027 dei fondi strutturali, sociali e di coesione, l’UE ha assegnato all’Italia circa 75 miliardi di euro; il nostro Paese ha impegnato finora una quota ridotta, oscillante tra il 20% e il 30%, ed ha effettivamente speso in molti programmi meno del 10%, con ritardi generalizzati in diverse Regioni. I dati parlano chiaro: l’Italia, nel complesso, sta spendendo molto meno di quanto ha ricevuto.
A livello regionale – Osservando il panorama nazionale, emerge però un dato interessante: pur nella lentezza generale, alcune Regioni riescono a distinguersi per efficienza. Tra queste, il Piemonte risulta in più rilevazioni come una delle realtà più virtuose nell’avanzamento dei pagamenti e nell’attivazione dei programmi europei, collocandosi di fatto tra i “primi della classe” in un contesto che, nel suo insieme, procede con fatica. All’estremo opposto si colloca invece la Regione Toscana, che pure appartiene a un’area tradizionalmente sviluppata del Paese. A fronte di una dotazione di circa 2,3 miliardi di euro, la Toscana ha impegnato finora appena il 12% delle risorse e ne ha spese poco più dell’1%, risultando l’ultima in Italia nell’utilizzo dei fondi europei destinati allo sviluppo territoriale. Una posizione che sorprende e preoccupa: non si tratta di una debolezza strutturale della Regione, ma di un ritardo amministrativo correggibile, che dovrebbe essere affrontato con urgenza prima che le scadenze del meccanismo “N+3” inizino ad erodere definitivamente le risorse ancora disponibili.
Un paradosso significativo – Dentro questa larga disponibilità finanziaria esistono voci e linee di intervento che, se utilizzate con criterio, consentirebbero alla Toscana di creare o potenziare servizi sanitari che oggi mancano del tutto. Tra questi, a titolo di esempio, rientra la possibilità di realizzare gratuitamente un reparto cardiologico completo a Portoferraio, capoluogo dell’Isola d’Elba. Un intervento perfettamente coerente con le finalità dei programmi europei: garantire assistenza sanitaria adeguata, ridurre le diseguaglianze e tutelare i cittadini residenti e il grande afflusso di turismo estivo. Alla luce di questo quadro nazionale, regionale e territoriale, una riflessione diventa inevitabile: se l’Italia dispone delle risorse, se le Regioni ne ricevono ampie dotazioni, e se neppure territori fragili come le isole continuano a non vedere i benefici concreti di questi fondi, allora il problema non è l’Europa: il problema è l’Italia. Le risorse ci sono, sono già assegnate, ma hanno una scadenza: se non vengono utilizzate tornano indietro.
In conclusione – È qui che il discorso nazionale incontra la vita reale delle comunità: ci sono territori, isole, zone interne e periferie che attendono da anni servizi essenziali che potrebbero essere realizzati senza chiedere un solo euro in più al contribuente. Che si tratti della Toscana o di qualsiasi altra Regione, l’appello è lo stesso: non possiamo permetterci di perdere ciò che ci è stato assegnato. Perché i fondi, da soli, non garantiscono il benessere, ma senza quei fondi il benessere non lo si costruisce. E se li lasciamo sfuggire, non torneranno più. .




















