Capita spesso che i fautori della libertà, quelli che a ogni microfono inneggiano al pluralismo e all’apertura mentale, finiscano per essere gli stessi che decidono chi deve essere escluso. L’ultimo episodio arriva dalla rassegna romana Più Libri Più Liberi, dove una parte della nostra intellighenzia progressista ha messo in scena l’ennesimo rituale di purificazione ideologica: il rifiuto di condividere lo spazio con la casa editrice Passaggio al Bosco, accusata di propagare contenuti di matrice neofascista.
In testa al corteo dei giusti, Zerocalcare. A seguire, la consueta compagnia di giro: Antonio Scurati, Christian Raimo, Maria Grazia Calandrone Cucchi, Alessandro Barbero. Tutti pronti a firmare l’ennesimo manifesto morale, tutti pronti a stabilire ciò che si potrà leggere e ciò che deve essere bandito. La scena è identica a quella del Salone del Libro di Torino: cambia la fiera, non gli attori.
Il meccanismo è sempre lo stesso: si individua un bersaglio ideologico, lo si dichiara incompatibile con la Costituzione, si invoca una superiore etica civile e, come atto finale, si chiede l’espulsione. Il paradosso? Proprio chi agita la parola “fascismo” come una clava finisce per adottare procedure che al fascismo assomigliano più dei loro presunti bersagli. La censura resta censura, anche quando è accompagnata da firme illustri.
Il grottesco emerge ancor più osservando gli scaffali di chi oggi tuona indignato: testi sul fascismo venduti come amuleti identitari; memorie di ex brigatisti pubblicate senza scandalo; riflessioni indulgenti, utili solo a un’autoassoluzione permanente. Sempre qualcun altro, mai loro, deve pagare il pedaggio morale.
Passaggio al Bosco ha scelto il silenzio: niente proclami, niente fiammate mediatiche. Solo la constatazione di aver firmato, come tutti, un contratto che richiede il rispetto dei principi costituzionali. E infatti l’AIE – Associazione Italiana Editori ha confermato che nessuno sarà escluso. Lo ha ribadito il presidente Innocenzo Cipolletta: saranno i lettori a giudicare, non le cordate moraliste; e sarà la Magistratura, se necessario, a verificare eventuali reati. Com’è ovvio, com’è sano, com’è democratico.
Il punto centrale, però, è un altro: quando un gruppo di intellettuali pretende di decidere cosa il pubblico debba leggere, non difende la libertà. La restringe. Non tutela i diritti. Li seleziona. E soprattutto non combatte il fascismo. Ne imita i gesti.
La cultura, quando diventa recinto, smette di essere cultura. E quando certi nomi noti scelgono chi può sedere a un tavolo pubblico e chi no, non proteggono la società dal male: proteggono se stessi dalla complessità. Dal confronto. Da quella dialettica che potrebbe incrinare la loro ortodossia da salotto.
In un Paese adulto la distinzione è semplice: a stabilire ciò che è lecito non è un manifesto, ma la legge. A valutare un libro non è un fumettista indignato, ma il lettore. A verificare un reato non è un gruppetto di editorialisti, ma la Magistratura.
Tutto il resto è vanità travestita da etica. È la presunzione di chi si crede custode di un tempio che ormai non incute più timore a nessuno. E se il prezzo di questa messa in scena è l’ennesimo abbandono plateale – con relativa eco mediatica – poco male. La libertà non si misura dalle presenze illustri, ma dalle assenze che non piegano il principio.
E il principio è uno solo: in democrazia non decide la cricca, decide il popolo.
















