Quando si evoca la democrazia, si torna inevitabilmente alle radici: l’antica Atene, culla di un sistema politico che, pur con i limiti del tempo, seppe dare voce al popolo come nessun altro modello precedente. Nell’”agorà” , ossia nelle riunioni pubbliche nella piazza, i cittadini non si limitavano ad approvare o contestare la linea politica: partecipavano attivamente al dibattito, deliberavano leggi, decidevano sulla guerra e sulla pace. La libertà non era un concetto astratto, ma una pratica civica quotidiana.
Eppure, ciò che rendeva davvero completa quella democrazia era l’ostracismo. Un istituto oggi spesso frainteso, che non aveva nulla a che fare con la vendetta personale o con il castigo penale. L’ostracismo era una misura di salvaguardia: la città, con voto libero e segreto, decideva l’allontanamento di chi veniva percepito come pericolo per l’equilibrio politico e la sicurezza collettiva. Non si confiscavano i beni, non si infliggevano umiliazioni: il cittadino “ostracizzato” semplicemente lasciava la città per dieci anni, preservando così la polis dal rischio di derive tiranniche o tradimenti.
Gli esempi non mancano. Temistocle, l’eroe di Salamina, venne ostracizzato quando il suo prestigio minacciava di divenire predominio personale. Aristide, detto “il Giusto”, fu esiliato perché la maggioranza lo riteneva una figura ormai troppo ingombrante per la vita politica. Si trattava di personaggi di straordinario rilievo, ma il popolo ateniese non esitava: meglio sacrificare l’individuo che mettere in pericolo l’intero corpo civico. Questo atto, tanto severo quanto lungimirante, completava il senso della democrazia: non solo libertà e partecipazione, ma anche responsabilità nel proteggere la comunità dalle proprie stesse fragilità.
E qui nasce il paragone con l’Italia di oggi. Da noi la democrazia resta monca, perché se da un lato proclama i diritti di tutti, dall’altro non possiede strumenti efficaci per difendersi da chi, pur godendo di quei diritti, opera per demolire le fondamenta dello Stato. Sabotatori, boicottatori degli interessi nazionali, talvolta addirittura complici di potenze esterne, agiscono indisturbati, protetti dall’assenza di una norma che consenta di isolarli democraticamente.
E il paradosso è che costoro, nel momento stesso in cui lavorano contro la nazione che li ospita, invocano la democrazia come scudo. La interpretano come un “libero stato brado”, un lasciapassare per dire e fare ciò che più aggrada, senza limiti né responsabilità. Ma democrazia non significa anarchia, né impunità mascherata da libertà. Chi sono questi personaggi?
L’antica Grecia aveva capito che il bene comune viene prima dell’arbitrio del singolo. L’Italia, invece, resta prigioniera di una concezione dimezzata, che concede diritti senza pretendere doveri, che invoca la libertà ma dimentica la responsabilità. È così che la nostra diventa una democrazia fragile, costantemente vulnerabile, dove chi ama il proprio Paese, deve subire l’azione corrosiva di chi, sotto il nome di libertà, pratica il disfattismo impunito. Una democrazia a metà non è una vera democrazia, perché il popolo può dirsi sovrano solo quando è capace non solo di scegliere, ma anche di difendere se stesso.



















