[Continuazione del 1° editoriale]
Crudeltà come risorsa strategica – Per un leader come Vladimir Putin, perdere centinaia di migliaia di uomini non rappresenta necessariamente un fallimento politico. È un costo accettabile. Questa brutalità verso il proprio popolo diventa un vantaggio tattico: la Russia può sopportare un livello di logoramento che distruggerebbe qualsiasi governo europeo in pochi mesi. Il riferimento non è ai grafici del PIL, ma ai libri di storia: Pietro il Grande, Stalin, l’idea di una missione storica e spirituale superiore rispetto a un Occidente percepito come decadente. In questo quadro, la crudeltà non è un crimine, ma una necessità per evitare la vulnerabilità.
Il pericolo della “logica occidentale” – L’errore fondamentale di Stati Uniti ed Europa è applicare una “Teoria dei Giochi” puramente razionale: togliendo risorse e armi, l’avversario si arrenderà. Ma se la resa è percepita come un’umiliazione peggiore della morte o perfino della apocalisse nucleare, allora il logoramento non funziona. Più la Russia viene indebolita, più si convince che l’Occidente voglia distruggerla fisicamente. A quel punto, l’arma atomica non è più un deterrente, ma l’unico strumento per ristabilire un equilibrio. Definire la Russia una “stazione di servizio con le bombe atomiche” significa non capire che l’orgoglio russo si nutre proprio della resistenza all’invasore, reale o percepito. Spingerla verso un nuovo Stalingrado attraverso il logoramento equivale a costringerla a scegliere tra la sparizione e l’arma atomica. E la storia insegna che la Russia, di fronte a questa scelta, non ha mai scelto la sparizione.
La Russia non è un’azienda, è una fortezza storica – L’Occidente tende a interpretare i conflitti secondo una logica economica e gestionale: costi, benefici, sostenibilità, consenso. In questa visione, uno Stato sotto pressione dovrebbe “razionalmente” arretrare quando il prezzo diventa troppo alto. Ma questa impostazione si infrange contro una realtà storica e culturale radicalmente diversa. Per la mentalità russa, la nazione non è un’azienda da ristrutturare, ma una fortezza assediata. E in una fortezza non si negoziano i costi: si resiste, si obbedisce, si sacrifica tutto, fino all’ultimo uomo se necessario. Questa logica non è teorica: è iscritta nel DNA storico della Russia, ed emerge con una chiarezza quasi brutale in due episodi fondativi, che l’Occidente continua a citare superficialmente senza coglierne la portata profonda.
Il sacrificio come identità: Stalingrado – La battaglia di Stalingrado non è soltanto uno scontro militare: è il mito fondativo della resistenza russa moderna. Tra il 1942 e il 1943, l’Unione Sovietica perse oltre un milione di uomini tra morti, feriti e dispersi. Alcune stime parlano di 1,1–1,2 milioni di vittime sovietiche, a fronte di circa 600.000 perdite complessive dell’Asse. Numeri che, per qualsiasi altra nazione, avrebbero significato il collasso politico immediato. Eppure, per la Russia, Stalingrado rappresenta l’esatto contrario della resa: è la dimostrazione che la sofferenza assoluta può essere trasformata in vittoria. Il sacrificio non è vissuto come fallimento, ma come prova di legittimità storica. Là dove l’Occidente vede un massacro insensato, la memoria russa vede il momento in cui la nazione, spinta sull’orlo dell’annientamento, ha reagito con una ferocia e una resilienza totali.
Stalingrado insegna – Questo è il punto che l’Occidente fatica a comprendere: il dolore non spezza la Russia, la radicalizza. L’idea che un alto numero di caduti in Ucraina possa automaticamente generare una rivolta interna è una proiezione occidentale, non una deduzione storica. Stalingrado insegna che, quando il nemico è percepito come “sotto casa”, il popolo russo non si ribella al potere: si stringe attorno ad esso, anche a costo di perdite umane inimmaginabili. Se a questa dinamica si aggiunge oggi la dimensione nucleare, il quadro diventa ancora più inquietante. Nel 1943 la risposta estrema fu il sacrificio umano; oggi, di fronte a una percezione analoga di accerchiamento, la risposta estrema potrebbe essere l’arma atomica.
Napoleone e la scelta della distruzione pur di non cedere – Ancora più rivelatore, per comprendere la mentalità russa, è il precedente della campagna napoleonica del 1812. Quando Napoleone Bonaparte invase la Russia con la Grande Armée, non trovò una resistenza frontale immediata, ma una strategia che agli occhi occidentali apparve irrazionale e suicida: la ritirata, la terra bruciata, la distruzione sistematica di villaggi, raccolti, infrastrutture, persino di Mosca. La Russia preferì devastare sé stessa piuttosto che sottomettersi. Il risultato fu che l’esercito più potente d’Europa venne annientato non tanto in battaglia, quanto dal gelo, dalla fame e dall’isolamento. Su circa 600.000 uomini entrati in Russia, meno di 100.000 tornarono. Per la Russia, il prezzo interno fu immenso; per Napoleone, la campagna segnò l’inizio della fine. Questo episodio rivela un tratto costante: quando la Russia percepisce una minaccia esistenziale, sceglie la distruzione controllata piuttosto che la resa. È una logica che privilegia la sopravvivenza simbolica dello Stato e dell’identità rispetto alla conservazione materiale del territorio o della popolazione.
Dalla “terra bruciata” al nucleare – Qui sta il nodo strategico centrale per il presente. Napoleone e, più tardi, Hitler, potevano essere fermati solo con i corpi dei soldati, il gelo e il tempo. Oggi, però, esiste una differenza decisiva: la Russia possiede l’arma nucleare. Se la pressione occidentale venisse percepita come un nuovo “1812” o una nuova “Stalingrado”, ossia, una guerra di logoramento finalizzata alla distruzione definitiva dello Stato russo, la Russia non attenderebbe l’inverno, né si affiderebbe solo al sacrificio umano. Utilizzerebbe l’arsenale nucleare come versione moderna della terra bruciata: non per vincere, ma per impedire la propria sconfitta totale. In questa prospettiva, il nucleare non è follia, ma coerenza storica interna: meglio devastare il mondo che accettare la sparizione.
La cecità dell’Occidente – Quando in Occidente si liquida la Russia come una “stazione di servizio con le bombe atomiche”, si dimostra una pericolosa superficialità storica. L’orgoglio russo non si fonda sulla prosperità economica, ma sulla resistenza all’invasore, reale o percepito. Spingere la Russia verso un nuovo “Stalingrado” attraverso il logoramento, significa costringerla a scegliere tra la resa e l’arma atomica. E la storia dimostra che, posta di fronte a questa alternativa, la Russia non ha mai scelto la resa.



















