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 La Russia, l’Ucraina e la catastrofe

La dottrina russa dell’escalation controllata richiama  la lezione di Sun Tzu di evitare la vittoria totale per non precipitare nella catastrofe

Alberto Zei by Alberto Zei
8 Gennaio 2026
in Editoriale
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 La Russia, l’Ucraina e la catastrofe
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La dottrina dell’“Escalation per la de-escalation” – La Federazione Russa è perfettamente consapevole di non poter competere, nel medio-lungo periodo, con la potenza industriale, tecnologica e militare combinata della NATO. Questa consapevolezza costituisce il nucleo razionale della sua dottrina strategica più discussa e temuta: la cosiddetta “Escalation per la de-escalation”.  Secondo tale impostazione, qualora la Russia venisse spinta in una situazione percepita come senza uscita,  una minaccia diretta all’integrità territoriale, alla sopravvivenza dello Stato o alla stabilità del potere centrale, essa potrebbe ricorrere all’uso di un’arma nucleare tattica, a bassa potenza, non con finalità di annientamento globale, ma come strumento di shock psicologico e politico. L’obiettivo non sarebbe vincere la guerra in senso classico, bensì costringere l’avversario a fermarsi, a negoziare, a riconoscere che oltre quella soglia il costo diventa esistenziale.

L’ apparente ambiguità  – Qui emerge il paradosso centrale della questione russa: una Russia troppo forte rappresenta una minaccia per l’Europa; una Russia troppo debole diventa instabile, imprevedibile e, quindi, ancora più pericolosa. Nel momento in cui il Cremlino percepisce che la sconfitta convenzionale equivale alla dissoluzione dello Stato o alla perdita irreversibile di prestigio storico, l’arma atomica non è più un tabù, ma l’ultima leva di sopravvivenza. È per questo motivo che molti analisti parlano apertamente di gestione dell’escalation.  Gli Stati Uniti e i loro alleati forniscono armi all’Ucraina, ma spesso con limitazioni, ritardi, vincoli d’uso geografici o temporali. Questa apparente ambiguità non è incoerenza: è il tentativo deliberato di evitare che la Russia venga spinta troppo rapidamente verso una percezione di accerchiamento totale, che farebbe scattare la dottrina nucleare.

Il “ponte d’oro”: la lezione eterna di Sun Tzu – Attingendo alla storia e alle sue analogie più profonde, emerge un principio costante: spingere il logoramento fino al punto di rottura non conduce alla pace, ma apre il varco a un rischio esistenziale globale. È la celebre teoria del “ponte d’oro al nemico che fugge”, formulata oltre 2.500 anni fa da Sun Tzu. Nella sua famosa “Arte della Guerra,” egli insegna che un nemico non deve mai essere completamente accerchiato: occorre sempre lasciargli una via d’uscita. Non per misericordia, ma per calcolo. Un avversario senza scampo combatte con la forza della disperazione, liberato da ogni freno morale o razionale. Applicata al conflitto attuale, questa lezione diventa drammaticamente attuale. Se la Russia viene spinta a temere il collasso dello Stato o l’invasione del proprio territorio profondo, l’arma nucleare diventa essa stessa quella “via d’uscita” violenta.

Il logoramento – Per il Cremlino, un’escalation atomica limitata sarebbe preferibile alla cancellazione della Russia come potenza storica. Sun Tzu afferma anche che “sottomettere il nemico senza combattere è la vetta dell’abilità”. Il logoramento infinito, al contrario, consuma le risorse di tutti. Un conflitto protratto per anni non logora solo l’avversario, ma anche le economie, le scorte militari e la coesione politica dell’Occidente. Se l’obiettivo diventa la distruzione totale dell’altro, si rischia un autogol strategico. Come ammonisce Sun Tzu: “Non vi è mai stato un caso in cui una nazione abbia tratto profitto da una guerra prolungata”.

Conoscere il “terreno” politico-strategico – Il “terreno” di questo scontro non è solo geografico. È psicologico, tecnologico, simbolico. La Russia possiede circa 5.500 testate nucleari. Ignorare questo dato equivale a non “conoscere il nemico”, uno degli errori capitali secondo Sun Tzu. Se la pressione occidentale ignora la soglia di dolore russa, si compie un errore tattico gravissimo: si spinge l’avversario su un terreno dove è quasi costretto a utilizzare la sua arma più potente per compensare la propria inferiorità convenzionale. In quest’ottica, la strategia più saggia non è l’annientamento  che condurrebbe al suicidio nucleare collettivo, ma la costruzione di una rampa d’uscita. Una pressione sufficientemente forte da impedire l’espansione, ma non così estrema da minacciare la sopravvivenza stessa della Russia come entità statale e storica.

L’equilibrio del terrore e la meccanica del potere – In questo contesto, ciò che diventa essenziale è il mantenimento di canali di comunicazione aperti. Non per fiducia, ma per prevenire l’ errore l’incidente, il fraintendimento che potrebbe far premere il “bottone rosso” per sbaglio. Spesso il dibattito pubblico si perde nella distinzione morale tra leader “buoni” o “cattivi”. Ma ciò che conta realmente è la meccanica del potere. Un sistema politico-militare sottoposto a una pressione insostenibile reagisce secondo il proprio istinto di sopravvivenza, i ndipendentemente dalla personalità di chi lo guida. Quanto più questo sistema si discosta dal pensiero etico-filosofico occidentale, tanto più è pericoloso credere che la “ragionevolezza” occidentale possa essere la chiave della soluzione. Pensare che l’altro ragioni come noi è uno degli errori strategici più fatali.

   La “soglia del dolore” – Qui emerge una divergenza culturale cruciale. L’Occidente valuta i costi della guerra in termini di economia, consenso elettorale e vite umane, secondo una logica utilitaristica e contrattuale. Una potenza come la Russia possiede invece una “soglia del dolore” molto più alta, unita a una spietatezza verso la propria popolazione che la storia ha più volte dimostrato. La strategia militare russa, dalla   Seconda guerra mondiale in poi, ha accettato perdite umane enormi come prezzo normale della vittoria. Ciò che per una democrazia occidentale sarebbe politicamente insostenibile, per quella mentalità diventa una prova di forza. La crudeltà si trasforma in strumento di controllo interno e di intimidazione esterna. Se questo sistema viene messo all’angolo, la risposta non sarà la resa, ma un atto di crudeltà suprema: l’uso dell’arma atomica come dimostrazione che, se la Russia cade, il mondo deve cadere con essa.

 Questo editoriale è il primo di due articoli  complementari, pubblicati oggi, insieme   sullo stesso argomento

Alberto Zei

Alberto Zei

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