Cittadini, non scrivo questo articolo per lodare la democrazia, né per adornarla, né per fare il professore e nemmeno il giudice, perché oggi l’unica cosa sensata è accompagnarla, come si accompagna un corpo, con rispetto, con misura e con quella strana solennità che si deve alle cose grandi quando qualcuno tenta di ridurle a una formula. E il punto è proprio questo: oggi la democrazia non giace sotto una statua, non è stesa su una barella e non è nemmeno al centro di una piazza, perché oggi la democrazia giace dentro una frase, e la frase, bisogna riconoscerlo, è bella, pulita, ben tornita, una di quelle frasi nate per rassicurare, per mettere ordine, raccogliere pubblici applausi per dire con calma “state tranquilli, ci pensiamo noi”. “La democrazia non è un assegno in bianco per cinque anni per chi prende un voto in più alle elezioni.” E come si fa a non ascoltarla, come si fa a non prenderla sul serio, quando ha perfino un tono gentile, quasi materno, come se la democrazia fosse una creatura fragile da tenere per mano? Dunque io la prendo come si prende un omaggio sulla sua tomba: con gratitudine, con deferenza, con rispetto, in quanto:
“la democrazia non è un assegno in bianco”, lo dice Elly Shlein e noi la prendiamo in parola, perché Elly è una democratica e se una democratica ci spiega cos’è la democrazia, chi siamo noi per non crederle? Elly è una democratica, e questo, nessuno lo metta in dubbio. E quindi quando una democratica come Elly parla di democrazia è come un medico quando parla di anatomia, sapendo, conoscendo e pesando ogni parola. E noi? Noi che siamo soltanto cittadini, magari con idee un po’ rozze, un po’ aritmetiche, un po’ antiche, dovremmo ascoltare e imparare. Lo confesso: io avevo sempre pensato una cosa diversa, avevo sempre pensato che la democrazia fosse semplice, spietata forse, ma semplice, cioè un verdetto, un numero, una delega, perché tu voti, scegli e consegni un potere, e poi chi vince governa e chi perde controlla; chi vince rischia e chi perde critica, mentre il popolo non scrive le leggi con la propria mano perché ha già scelto chi le deve scrivere. Così avevo creduto che la democrazia fosse dura proprio in quanto decide e che la sua durezza fosse il suo onore, perché quando tutto è discusso all’infinito non decide più nessuno e allora, di fatto, nessuno è in grado di governare. Ma forse mi sbagliavo, forse avevo confuso la democrazia con un mandato, e invece sarebbe un permesso, un permesso fragile che si rinnova ogni giorno con la benedizione di chi ha perso. Ed ecco che arriva Elly e con una frase sola sembra rimettere ogni cosa al suo posto.
“La democrazia non è un assegno in bianco”, lo dice Elly e noi la prendiamo in parola, in quanto Elly è una democratica e se una democratica ci spiega cos’è la democrazia, chi siamo noi per non crederle? Poi però c’è quel dettaglio, quella parola quasi poetica e quasi educativa, che è “un voto”, un voto in più, come se vincere fosse una colpa, o se governare fosse un sospetto, oppure come se la maggioranza dovesse scusarsi per il solo fatto di esistere. E allora sì, viene quasi da darle ragione: un voto è poco, un voto è fragile, un voto è quasi un capriccio del destino, e pertanto chi vince dovrebbe governare in punta di piedi, con prudenza, con freno, con timidezza, comportandosi come se non avesse vinto davvero. Dovrebbe amministrare senza decidere e trattare senza governare, perché se governa diventa arrogante e se decide davvero, diventa pericoloso: così sembra, e io ascolto, e quasi mi convinco, e mi dico che forse è questo che ci salva, forse questa è la democrazia moderna, quella che non dà mai né un mandato pieno e neppure un potere vero, perché in fondo, si vergogna del potere.
L’ intrusione della maggioranza – A questo punto però, gentili lettori permettetemi una domanda piccola, piccola davvero, una domanda senza rabbia e senza aggressività, una domanda innocente: se la democrazia non è un assegno in bianco, allora chi governa, chi decide, chi firma? Perché a un certo punto bisogna pur decidere e pur fare una legge, bisogna pur scegliere una direzione per rispondere a un’emergenza. E’ perché? Perché è necessario assumersi un rischio, e allora chi lo assume, la maggioranza o la minoranza? E qui, proprio qui, la frase comincia a cambiare colore, perché mentre la ripeti ti accorgi che forse non descrive un principio ma una convenienza e mentre ti rassicura, ti svuota la democrazia, poiché se il voto non decide, allora il voto diventa soltanto la componente di un rito; ma se il mandato non è pieno allora diventa una recita, e se la maggioranza non può governare davvero, allora la maggioranza diventa un intruso. Così, invece di decidere, la democrazia comincia a tremare.
Ma se “la democrazia non è un assegno in bianco”, lo dice Elly e noi la prendiamo in parola, perché Elly è una democratica e se una democratica ci spiega cos’è la democrazia, chi siamo noi per non crederle?Eppure, c’è una cosa che tradisce, che non è filosofia, non è teoria e non è nemmeno retorica, perché è un fatto. Il fatto è che quel “voto in più”, così piccolo a parole ma enorme nella realtà perché, guarda caso, basta un voto per entrare e basta un seggio per contare, e quel seggio diventa potere pieno, tanto pieno che in certi casi non è soltanto potere politico ma libertà: libertà personale, perché c’è chi, trovandosi stretto in un altro Paese, dove la libertà personale non è un concetto astratto ma una cella, un’aula, un processo, una strettoia di ferro, ha trovato nella rappresentanza democratica europea non un dibattito ma un’uscita, e allora mi si permetta la domanda finale, la domanda vera: se la democrazia non fosse un mandato pieno, come potrebbe la differenza di un solo voto produrre un effetto così grande? Se davvero fosse “poco e “limitato”, e non un assegno “non in bianco”, perché quel voto cambia una vita e sposta montagne? Perché quel voto, pur essendo uno solo, vale come un destino? Ecco, la realtà ha parlato, e la realtà dice che la democrazia non è un assegno a metà, non è un assegno “quasi” o “con prudenza”, perché è un assegno in bianco nel senso più limpido e più onesto: conferma il potere a chi ha vinto entro le regole.
Quali limiti – I limiti ci sono, eccome se ci sono, ma non sono emotivi, non sono l’umore della minoranza né il fastidio dei commentatori e neppure la sensibilità ferita di chi ha perso, perché i limiti sono la legge, la Costituzione, i diritti, le garanzie, quelli sì, e dentro quel perimetro la democrazia fa una cosa sola: decide chi governa, e chi governa, governa. Dunque, che sia un voto o che siano milioni, non cambia la sostanza, perché un voto è già abbastanza per firmare un mandato, e la differenza, semmai, non sta nel margine ma nel fatto che alcuni lo accettano e altri no. E così torno alla frase, la prendo e la ripeto ancora, perché
“La democrazia non è un assegno in bianco”, lo dice Elly e noi la prendiamo in parola, in quanto Elly è una democratica e se una democratica ci spiega cos’è la democrazia, chi siamo noi per non crederle? Sì, chi siamo noi? Siamo soltanto cittadini che non vogliono trasformare la democrazia in una favola morale, in una prudenza eterna, in una sospensione infinita, perché la vogliamo per ciò che è: un mandato pieno, con limiti giuridici e con responsabilità politica totale. E se chi perde pretende di governare lo stesso, allora non sta difendendo la democrazia, sta soltanto litigando con il verdetto delle urne. E poi c’è quel dettaglio. Quella parola quasi poetica. “Un voto”. Un voto in più. Come se vincere fosse una colpa e la maggioranza dovesse scusarsi per il solo fatto di esistere. Peccato che qui non si parli affatto di un voto, né di un margine esile, perché alle ultime elezioni lo scarto non è stato il soffio di una scheda, ma un distacco reale, misurabile, di qualche milione di voti. E dunque quella formula, così levigata e consolante, non descrive un dato: costruisce un’impressione, suggerendo che la vittoria sia quasi casuale, il mandato provvisorio, e che chi governa debba sentirsi ospite, non titolare.




















