E quando lo afferma un Ministro, diventa un problema gravissimo.
Nei giorni scorsi, nel corso di un servizio andato in onda su Striscia la Notizia, la Ministra per le Pari Opportunità Eugenia Roccella ha affermato che “la violenza ha genere”.
Un’affermazione che non è solo discutibile: è concettualmente sbagliata, scientificamente infondata e culturalmente pericolosa.
Che a dirlo sia una cittadina qualunque può aprire un dibattito.
Che a dirlo sia un Ministro della Repubblica, titolare della delega alle Pari Opportunità, impone una presa di posizione ferma.
La violenza non è un cromosoma
Attribuire la violenza a un genere significa insinuare che essa sia inscritta nella biologia, nel DNA, in una presunta “natura” maschile.
Questa idea non appartiene alla psicologia, non appartiene alla criminologia, non appartiene alle scienze umane.
Appartiene, piuttosto, a una semplificazione ideologica che confonde la prevenzione con la propaganda.
La violenza non nasce dal genere, ma da:
• dinamiche di potere mal gestite
• incapacità di tollerare la frustrazione
• analfabetismo emotivo e relazionale
• modelli disfunzionali di attaccamento
• incapacità di riconoscere l’altro come soggetto distinto
Uomini e donne, quando incapaci di gestire le divergenze in modo maturo, possono esercitare violenza.
Negarlo non tutela nessuno: oscura parte del fenomeno e abbandona intere categorie di vittime.
L’analfabetismo psicologico non risparmia le istituzioni
Questa affermazione conferma ciò che molti professionisti osservano da anni:
l’analfabetismo psicologico-relazionale non risparmia nemmeno le istituzioni chiamate a prevenire e contrastare la violenza.
Quando la violenza viene ridotta a una questione identitaria:
• si smette di analizzarne le dinamiche reali
• si smette di prevenire sul piano educativo e relazionale
• si creano vittime di serie A e vittime invisibili
Il risultato è paradossale: si parla di tutela, ma si produce esclusione.
Violenza unidirezionale: una narrazione comoda, ma falsa
La violenza relazionale è spesso bidirezionale, asimmetrica, circolare, situazionale.
Questo non significa negare la gravità degli atti violenti, ma comprenderne la genesi per poterli prevenire.
Una cultura che insiste nel rappresentare:
• l’uomo come aggressore ontologico
• la donna come vittima ontologica
non fa un servizio alle donne, né agli uomini, e soprattutto non fa un servizio ai minori, che sono quasi sempre le vere vittime collaterali di relazioni violente mal comprese e peggio gestite.
Quando la politica rinuncia alla complessità
Dire che “la violenza ha genere” è rassicurante: offre un colpevole chiaro, una lettura semplice, uno slogan facilmente spendibile.
Ma la semplicità, in questo caso, è il contrario della verità.
La violenza:
• ha storia
• ha contesto
• ha dinamiche
• ha responsabilità individuali
Non ha sesso biologico.
Ridurre tutto al genere significa rinunciare alla comprensione, e senza comprensione non esiste prevenzione, ma solo reazione emotiva.
Una domanda inevitabile
Se la violenza “ha genere”, allora:
• come chiamiamo gli uomini vittime di violenza domestica?
• come leggiamo la violenza femminile nelle relazioni?
• come tuteliamo i figli coinvolti in dinamiche violente complesse?
Il silenzio su queste domande non è neutralità. È rimozione.
Conclusione
La violenza non ha genere.
Ha radici psicologiche, relazionali e culturali che richiedono competenza, studio e onestà intellettuale.
Quando un Ministro afferma il contrario, non sta proteggendo le vittime:
sta confermando una lettura ideologica che ostacola la prevenzione reale.
E questo, da chi dovrebbe garantire pari opportunità,
non è solo deludente.
È grave.
Di Antonella Baiocchi, psicoterapeuta, esperta in criminologia, scrittrice.




















