Economista, analista dei processi geopolitici e presidente della Hevrà Yehudè d’Italia Be-Israel, Vito Anav vive in Israele e osserva il conflitto mediorientale da una prospettiva interna ma non ideologica. La sua riflessione si muove oltre la cronaca e la polemica, interrogando le categorie culturali dell’Occidente, il concetto stesso di democrazia, il significato del sionismo oggi e il rapporto — spesso irrisolto — tra Israele e l’ebraismo della diaspora.
Lei sostiene che il conflitto israelo-palestinese venga sistematicamente frainteso. In che senso?
L’errore più comune è leggerlo come una guerra regionale o come uno scontro tra Israele e il fondamentalismo islamico. Questa interpretazione è riduttiva. In realtà siamo davanti a uno scontro tra due visioni del mondo: da una parte la cultura occidentale, fondata sull’individuo, sulla vita, sul progresso sociale; dall’altra una cultura fondamentalista che rifiuta questi principi. Israele si trova in prima linea non per caso, ma perché rappresenta l’avamposto dell’Occidente in Medio Oriente. Ciò che accade qui anticipa dinamiche che l’Europa e l’America faticano ancora a riconoscere come proprie.
Lei parla di una incompatibilità radicale tra le due culture. Non è una posizione estrema?
È una posizione realista, non ideologica. Quando in una società l’esaltazione della morte diventa un valore positivo, quando il sacrificio suicida viene glorificato e la libertà individuale è subordinata all’appartenenza religiosa o tribale, non siamo davanti a una semplice differenza culturale. È una frattura antropologica. Pensare di affrontarla con le categorie occidentali del dialogo, della deterrenza o del compromesso è un errore concettuale. Sono linguaggi che presuppongono una razionalità condivisa che, in questo caso, non esiste.
In questo quadro, che ruolo attribuisce all’Europa e quale giudizio dà della sua situazione attuale?
L’Europa vive una crisi profonda ma tende a non riconoscerla. In Paesi come Belgio, Francia o Olanda vediamo crescere minoranze che non si integrano realmente e che trasmettono ai figli sistemi di valori incompatibili con quelli europei. Il paradosso è che l’Europa, applicando in modo automatico i propri principi democratici, permette a chi non li condivide di usarli contro il sistema stesso. La democrazia, se non è in grado di difendersi, diventa fragile. Israele vive questa tensione da decenni; l’Europa solo ora inizia ad avvertirla.
Israele viene spesso rappresentato come uno Stato fragile e politicamente instabile. Lei ne dà un’immagine molto diversa.
Israele è uno Stato estremamente sano. Ha un settore hi-tech di livello mondiale, un capitale umano richiesto ovunque, uno sviluppo urbano e immobiliare avanzato, una moneta forte. È una società dinamica, resiliente, abituata a vivere sotto pressione. L’idea di un Paese sull’orlo del collasso è una costruzione esterna. Il vero problema di Israele non è la tenuta interna, ma la difficoltà a definire e comunicare obiettivi strategici di lungo periodo, soprattutto sul piano culturale e narrativo.
Lei assume una posizione molto netta sul rapporto tra Israele e l’ebraismo della diaspora. Qual è il punto centrale?
Il punto è la responsabilità. Il sionismo non è un’idea astratta né un sentimento simbolico: è una scelta di vita. Chi vive in Israele paga quotidianamente il prezzo delle decisioni politiche, manda i figli nell’esercito, vive sotto minaccia. Chi vive nella diaspora è libero di farlo, ma non può pretendere che la propria critica abbia lo stesso peso politico. L’ebraismo mondiale ha votato con i fatti, con le gambe. La porta di Israele è sempre aperta, ma attraversarla significa assumersi una responsabilità storica, non solo identitaria. Israele, in questo senso, è uno specchio: riflette il grado di coerenza tra ciò che si afferma e ciò che si è disposti a vivere.




















