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Aborto: gli inglesi vogliono eliminare la carcerazione per chi espelle il feto oltre i limiti previsti

Nel Regno Unito si sta discutendo una norma che renderebbe la donna non perseguibile penalmente qualora decidesse di eliminare il feto oltre i tempi stabiliti per legge

Damiano Gasperini by Damiano Gasperini
7 Febbraio 2026
in Editoriale
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Aborto: gli inglesi vogliono eliminare la carcerazione per chi espelle il feto oltre i limiti previsti
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Il 2 febbraio, alla House of Lords, si è discusso in modo acceso la Clause 191, contenuta nel disegno di legge Crime and Policing Bill, con l’obiettivo di togliere la donna dal diritto penale per qualsiasi atto abortivo.
In pratica, qualsiasi donna in Inghilterra e Galles, qualora la norma venisse approvata dal Parlamento e ricevesse il Royal Assent, non potrebbe essere perseguita penalmente per reati “di aborto” anche se decidesse di interrompere la gravidanza oltre i limiti previsti.
Il motivo che spinge le frange progressiste a includere la Clause 191 è legato alla condizione di vulnerabilità di certe donne che, davanti a scelte difficili indirizzate all’interruzione di gravidanza, finiscono ingiustamente sotto indagini e procedimenti. Secondo loro, quindi, la risposta penale sarebbe sbagliata e intimidatoria.
Dall’altra, però, non rischiando più il carcere, si eliminerebbe un deterrente importante. Donne di qualsiasi status, condizione psicofisica, consapevolezza, morale ed etica potrebbero eliminare il loro pargoletto in qualsiasi momento senza correre più alcun rischio. È chiaro che la situazione attuale in Inghilterra e Galles, concernente l’aborto, possiede alcuni limiti che, se rimossi, faciliterebbero conseguenze di interruzioni senza più nessun freno di riflessione legato al concetto di vita che, invece, il rischio giudiziario evidenzia.

In Italia, ad oggi, entro 90 giorni, la donna può chiedere l’interruzione di gravidanza per motivi salutari, psicologici, economici o familiari, previa certificazione. In Inghilterra, entro 24 settimane, si può abortire attraverso una valutazione certificativa di due medici se vi è rischio per la salute psicofisica della mamma.
Dopo il limite, in Italia è consentito interrompere la gravidanza soltanto se corrono gravi rischi la donna o il feto stesso. Il medesimo concetto vale per gli inglesi, con le specifiche condizioni di danno permanente, rischio vitale o anomalie fetali.
Tuttavia, se nel nostro Paese l’IVG è normata con condizioni e procedure dalla Legge 194, oltre Manica l’aborto è invece ancora appeso a reati storici, con la Abortion Act come scudo protettivo qualora si rispettassero le regole.
Per essere sinceri e chiari con i lettori, nell’assurda evoluzione progressista, è incredibilmente raro però che una donna inglese o italiana possa finire in carcere per aborto tardivo.
In Italia, infatti, l’IVG è incardinata su una legge sanitaria e, se si sfora la tempistica dei 90 giorni, si rischierebbe una multa o, al massimo, 6 mesi di carcere. In Inghilterra, invece, paradossalmente, distruggere la propria prole oltre i limiti, de facto, potrebbe portare a una pena molto più severa. Infatti, secondo alcune leggi storiche come la Sezione 58 dell’Offences Against the Person Act 1861, il rischio è l’ergastolo.
Ovviamente, sia in ambito italiano sia in quello inglese, le pene massime non vengono quasi mai applicate: vengono piuttosto ridotte, in base alla situazione, a sanzioni nel Belpaese e a pochi mesi di detenzione nella nazione reale.
Deve essere sottolineato, però, che mentre in Italia attualmente c’è il rischio formale della carcerazione fino a 6 mesi per interruzione oltre i limiti previsti, in Inghilterra e Galles, se la Clause 191 non venisse modificata, la donna inglese, nonostante oggi esistano pene più severe rispetto a quelle italiane, potrebbe restare impunita anche se decidesse di rimuovere il suo figlioletto a poche settimane dalla nascita.
La punibilità, però, per chi costringe, procura o somministra farmaci abortivi rimarrebbe anche se la clausola legislativa dovesse essere accettata (lo stesso vale per l’Italia attualmente).

Ciononostante, è inevitabile scorgere un serio problema morale. Se si vuole perseguire una persona che supporta la donna invitandola all’interruzione e procacciando per lei (volontaria o costretta) farmaci abortivi, proprio perché si ritiene illecito che un cittadino possa influenzare un’altra persona a cagionare la morte della propria prole, perché questo non dovrebbe valere per la genitrice?
La risposta è lapalissiana: perché ormai è considerato un diritto uccidere il proprio figlio. Poiché, “ovviamente”, il senso della genitorialità, della coscienza materna e della consapevolezza femminile vengono prima, ogni azione interruttiva è giustificabile.
Ma che diritto sarebbe eliminare una persona per un capriccio? Che traguardo per l’umanità sarebbe smembrare le particine di una vita che si sta costruendo, perché non si hanno le condizioni morali ed economiche per sostenerlo? Che colpa hanno quelle vite bianche, delle nostre scelte, dei nostri amplessi, dei nostri crimini?
E se nascessero con un’anomalia andrebbero gettati perché non strutturalmente degni? Quindi, l’eugenetica migliorativa è più importante del senso vitale?
La cronaca , tuttavia, ci dice che per ora i Lord hanno terminato la fase di esame in commissione del disegno di legge Crime and Policing Bill il 5 febbraio. Attualmente la clausola “abortiva” non è ancora stata modificata né rimossa, ma ovviamente non è ancora legge. Seguiranno nuove fasi di voto o modifica.Io non so se gli inglesi siano migliori di noi sul tema. La stessa, cattolicissima Italia, si è elasticizzata da molto tempo sulla questione. Però, allontanare completamente il pericolo della prigione per qualsiasi donna inglese che voglia gettare il sangue del proprio sangue in plastiche sanitarie sarebbe, senza ombra di dubbio, un ulteriore arretramento di civiltà.

Tags: Abortion ActabortoClause 191Crime and Policing Billdecriminalizzazionediritto penaleHouse of LordsInghilterra e GallesLegge 194Offences Against the Person Act 1861politica britannicapro lifeSezione 58
Damiano Gasperini

Damiano Gasperini

Funzionario parastatale, scrive di identità, territorio e romanità, con attenzione alla conservazione delle tradizioni, occupandosi anche di attualità e temi sociali.

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