Giuseppe Ungaretti è, probabilmente, il più intenso dei poeti italiani del Novecento. E proprio per questo è diventato vittima di una comodissima scorciatoia: etichettarlo come “ermetico” e archiviarlo. Semplificazioni, approssimazioni, spocchiosa saccenteria lo riducono a un poeta oscuro per mestiere, a un autore da interpretare con la lente del rebus. Ma l’equivoco nasce soprattutto da un punto: dalla sua prima stagione, quella che viene letta in modo pigro come il manifesto dell’oscurità, mentre è – al contrario – la dichiarazione più radicale di chiarezza possibile.
L’equivoco arriva dalla sua prima raccolta, L’allegria, nata come Il porto sepolto, composta in gran parte nei fanghi, negli orrori e nei calori feroci delle trincee della Prima guerra mondiale. Le liriche della prima produzione ungarettiana – tra cui Mattina, Veglia, Fratelli, Peso, Natale, Eterno – sono infatti caratterizzate da una brevità estrema, quasi violenta. Ma quella brevità non è un vezzo di stile: è un’urgenza. È la parola ridotta al necessario, perché in guerra anche il linguaggio deve smettere di fare scena e cominciare a dire il vero.
A questo si aggiungono la scarsezza della punteggiatura, l’importanza degli spazi, il peso del titolo, la scarnificazione assoluta della parola, privata di ogni orpello fino a raggiungerne l’ossatura profonda: tutto ciò costituisce il corpus stilistico del primo Ungaretti. E già qui si vede la differenza decisiva: non c’è gusto dell’enigma, non c’è compiacimento della nebbia. C’è sottrazione. E la sottrazione, in Ungaretti, non è estetica: è etica.
È per questo che con gli ermetici “canonici” – per citare una linea, quella di Mario Luzi o Alfonso Gatto – Ungaretti, in realtà, ha molto meno in comune di quanto si ripeta. Se infatti questi ultimi, anche sul piano ideologico e culturale, tendono a concepire la poesia come una regione allusiva, una lingua che si richiude su se stessa in una purezza quasi assoluta, Ungaretti fa l’opposto: apre. Il suo testo non si chiude, brucia. Non costruisce un labirinto; semmai, lo incendia. Non è l’oscurità di chi vuole essere “difficile”: è l’essenzialità di chi non ha tempo per mentire.
La sua “poetica della parola” nasce da una condizione estrema: la vita che si misura con la morte, l’uomo ridotto all’osso, la coscienza che si ritrova nuda. Per questo la pagina ungarettiana non deve essere scorsa, ma “respirata”.
Nel 1947 pubblica la sua terza raccolta, Il dolore. La silloge contiene sedici componimenti relativi alla terribile morte del figlio Antonino, alla tragica dipartita del fratello maggiore, all’orrore della Seconda guerra mondiale, e all’impellente ricerca divina, attivata soprattutto nella quotidianità romana.
In essa è presente una poesia dal titolo Non gridate più, in cui Ungaretti pone l’attenzione sui caduti e sulla loro influenza sui vivi: “Cessate d’uccidere i morti, / Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire, / Se sperate di non perire”. Ungaretti invita i protagonisti attivi degli eventi bellici ad arrestare le contrapposizioni e le morti inutili. E lo fa appellandosi ai caduti, alle loro voci, che, divenendo silenzio, non possono che esprimersi mediante un mutismo capace di rendere ancora più assordante il valore del sacrificio. Il poeta invita a non strepitare più, a evitare bombardamenti assurdi, a non soffocare il consiglio di quelle vite distrutte: perché, se gli orrori seguitassero, sarebbero cadute invano.
Tutto ciò serve infatti a non ripetere, a evitare altre morti e a non sperderne il sacrificio (“se sperate di non perire”).
Nella seconda strofa Ungaretti comincia a delineare, invece, una sonorità più lieve: “Hanno l’impercettibile sussurro, / Non fanno più rumore / Del crescere dell’erba, / Lieta dove non passa l’uomo.” In opposizione al fragore mortifero iniziale, la voce fioca dei defunti è in apparente sintonia con la silenziosa vitalità della natura. Non a caso Ungaretti costruisce l’intera lirica attraverso un’opposizione radicale tra la prima e la seconda quartina: nella prima l’agghiacciante strepito dei vivi; nella seconda l’impercettibile sussurro delle vittime, con una paradossale sottolineatura dei caratteri mortiferi che si addicono ai primi (“uccidere”, “perire”) e delle funzioni vitali che sono proprie dei secondi (il crescere dell’erba, che può sorgere dove non passano i vivi e si allieta se non la tocca l’uomo).
Nell’epoca dei conflitti russo-ucraini e israelo-palestinesi, e di una serie di altri scontri bellici meno mediatici ma comunque mortiferi nel mondo, il monito di Ungaretti a non dimenticare chi se n’è andato diviene di un’attualità incredibile.
Ascoltare il silenzio dei morti dovrebbe far arrestare il presente. Il passato dovrebbe invadere l’attualità. Chi non è più presente lo è ancora nel sacrificio che ci investe e che ci dovrebbe, finalmente, fermare.
Questo è il motivo per cui Ungaretti è il più intenso dei poeti del ’900, e questo è il motivo per cui la letteratura non potrà mai essere inane.
















