Roma, 17 febbraio 2026 – In un momento di fragilità geopolitica globale, dove i tavoli di pace si moltiplicano tra ombre di propaganda e genuine mediazioni, la Santa Sede sceglie una strada chiara, netta, carica di significato diplomatico e dottrinale.
Attraverso la voce autorevole del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, il Vaticano ha annunciato oggi la sua decisione di non partecipare al cosiddetto “Board of Peace”, l’iniziativa internazionale che mira a riunire attori globali per affrontare i conflitti armati.
Una presa di posizione che non è un semplice rifiuto, ma un monito, una riflessione profonda sul ruolo delle istituzioni sovranazionali e sul pericolo di soluzioni negoziali che svuotino di autorità l’organismo preposto: le Nazioni Unite.
L’occasione è stata l’incontro bilaterale a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, per celebrare l’anniversario dei Patti Lateranensi.
Alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il porporato ha dialogato con la stampa a margine della cerimonia, dipingendo un quadro internazionale di fosche prospettive e delicate valutazioni.
“La Santa Sede non parteciperà al Board of Peace per la sua particolare natura, che non è evidentemente quella degli altri Stati”, ha dichiarato Parolin con il suo consueto tono pacato ma fermo.
Una frase che racchiude l’essenza della diplomazia pontificia: un’entità sovrana unica al mondo, che persegue la pace non come potenza politica, ma come autorità morale, spirituale, senza interessi territoriali o economici da difendere.
Le parole del cardinale, tuttavia, vanno oltre una semplice affermazione di identità. Svelano una preoccupazione strategica di fondo.
“Ci sono punti che lasciano un po’ perplessi”, ha ammesso, riferendosi all’iniziativa. “Alcuni punti critici avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni”. Il cuore della perplessità vaticana è chiaro e riguarda il primato del sistema multilaterale.
“Una preoccupazione è quella che a livello internazionale sia soprattutto l’Onu a gestire queste situazioni di crisi. Questo è uno dei punti su cui abbiamo insistito”.
Un’affermazione che risuona come un campanello d’allarme contro la frammentazione degli sforzi di pace e la creazione di forum paralleli che, seppur animati dalle migliori intenzioni, potrebbero indebolire ulteriormente un’organizzazione già in affanno, minando il principio di un’autorità centrale e riconosciuta nella risoluzione dei conflitti.
Il pessimismo del Segretario di Stato non si ferma alla struttura della governance internazionale.
Si addensa, cupo e realistico, sullo scenario più drammatico del nostro tempo: la guerra in Ucraina.
A pochi giorni dal quarto, tragico anniversario dell’invasione su larga scala, Parolin non usa giri di parole. “Sull’Ucraina c’è parecchio pessimismo”, ha confessato.
“Da entrambe le parti non ci sembra che ci siano progressi reali per quanto riguarda la pace ed è tragico che dopo quattro anni ci si trovi ancora a questo punto”.
Una constatazione amara, che fa il paio con le notizie di pesanti bombardamenti sulle infrastrutture energetiche di Kyiv e di altre città, segno di un conflitto che invece di avviarsi a conclusione, si radicalizza nella distruzione.
“Si spera che questi dialoghi possano produrre qualche progresso”, ha aggiunto, con un velo di speranza appena accennato, “ma mi pare che non ci siano molte speranze e molte attese”.
Un’analisi che fotografa lo stallo totale, l’assenza di spiragli, la fatica di una diplomazia che sembra aver esaurito ogni argomento.
In questo quadro di freddo realismo internazionale, l’incontro di Palazzo Borromeo ha offerto anche uno spaccato di collaborazione positiva a livello bilaterale.
Parolin ha espresso un sentito ringraziamento al Governo italiano per “l’attenzione prestata a tante tematiche che stanno a cuore alla Chiesa”.
Ha citato, in particolare, “tematiche di natura sociale”, come “i provvedimenti per la famiglia, il tema dell’educazione, il tema della disabilità, il tema delle carceri”.
Sono questi, ha sottolineato, i “tavoli di lavoro” concreti, spesso condotti con la Conferenza Episcopale Italiana, sui quali “sono stati fatti dei passi avanti”.
Un riconoscimento che mostra come, accanto alla grande diplomazia delle crisi globali, esista e prosperi un livello di relazione quotidiana, fatto di impegno condiviso sui bisogni delle persone, sul welfare, sulla dignità umana.
È la doppia anima della presenza della Santa Sede nel mondo: lo sguardo rivolto agli orizzonti tempestosi della geopolitica e le mani impegnate nel solco della prossimità e del servizio.
La decisione di oggi, quindi, non è un passo indietro, ma una presa di posizione.
È l’affermazione di una via peculiare alla pace, che rifiuta formalismi potenzialmente inefficaci o controproducenti, per ribadire la centralità di un ordine internazionale basato sul diritto e su un’autorità chiara.
Mentre il mondo cerca affannosamente strade per uscire dalle sue guerre, la voce del Vaticano ricorda che la pace non è un prodotto da negoziare su tavoli molteplici, ma un bene comune da costruire con strumenti legittimi, con pazienza, e con un’attenzione costante alla sofferenza concreta dei popoli.
In un’epoca di confusione e di narrative contrastanti, la chiarezza di Parolin risuona come un punto di riferimento, un richiamo severo e necessario alla responsabilità e al realismo.
La pace, sembra suggerire il cardinale, ha bisogno di più autorevolezza e meno tavoli, più Nazioni Unite e meno iniziative parallele, più coraggio nel guardare in faccia la tragicità dei conflitti, come in Ucraina, e meno ottimismo di facciata.
È una lezione di diplomazia e di umanità che, in questi tempi bui, assume il valore di un faro nella nebbia.
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