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Santa Sede, per Parolin diritto a guerra preventiva è «Mandare il mondo in fiamme»

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
5 Marzo 2026
in Editoriale
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Santa Sede, per Parolin diritto a guerra preventiva è «Mandare il mondo in fiamme»
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C’è una frase che il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha consegnato ai cronisti in queste ore drammatiche, e meriterebbe di essere scolpita sulla porta di ingresso di ogni cancelleria, di ogni ministero degli Esteri, di ogni sala dove si prendono decisioni che cambiano il destino dei popoli: “Se agli Stati fosse riconosciuto il diritto alla guerra preventiva, secondo criteri propri e senza un quadro legale sovranazionale, il mondo intero rischierebbe di trovarsi in fiamme”.

Non è un’iperbole retorica, non è l’ennesimo appello destinato a dissolversi nel nulla come lacrime sotto la pioggia, come scriveva qualcuno.
È piuttosto la fotografia nitida, quasi crudele nella sua precisione, di un incantesimo che si sta infrangendo.
È l’istantanea di un ordine internazionale faticosamente costruito sulle ceneri di sessanta milioni di morti, che oggi barcolla vistosamente sotto i colpi di una nuova, inquietante dottrina: quella secondo cui la forza può e deve precedere il diritto, e la prevenzione armata può sostituire senza troppi rimpianti la fatica della diplomazia, quel negoziato lento, paziente, spesso ingrato che richiede tempo e sacrificio.
L’occasione per queste parole, pronunciate con il peso dell’ufficio e la misura che contraddistingue la diplomazia vaticana, è l’ultimo, ennesimo capitolo di sangue che si sta scrivendo in Medio Oriente.
L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, giustificato ufficialmente con la necessità di impedire a Teheran il raggiungimento della soglia nucleare e la messa a punto di un ordigno che farebbe precipitare gli equilibri regionali in una nuova era di terrore, ha riacceso un dibattito che molti credevano sopito, o quantomeno confinato ai manuali di diritto internazionale e alle aule universitarie dove si discute di casistica bellica.
E invece no.
Quella che alcuni chiamano “guerra preventiva” e altri, con maggiore cautela accademica, “legittima difesa anticipata”, è tornata a bussare alla porta della storia con una violenza inaudita, con il rumore sordo dei bombardieri strategici e il bagliore delle esplosioni notturne riprese dai telefonini.
E con sé porta una domanda scomoda, che pochi hanno il coraggio di formulare ad alta voce: siamo davvero sicuri che il sistema di regole faticosamente costruito dopo il 1945, dopo Norimberga, dopo la consapevolezza che l’orrore non deve più ripetersi, sia ancora in piedi? O stiamo assistendo, in diretta, al suo funerale?
Per comprendere la posta in gioco, per rendersi conto di cosa significhi davvero infrangere il tabù della guerra preventiva, bisogna tornare indietro nel tempo.
Precisamente a un pomeriggio del 1837, quando il Segretario di Stato americano Daniel Webster, in una nota diplomatica destinata a fare scuola per quasi due secoli, scrisse che la legittima difesa può essere esercitata in via anticipata solo a condizioni rigidissime, quasi impossibili da soddisfare in tempo di pace.
La minaccia, nelle parole di Webster, deve essere “immediata, travolgente, tale da non lasciare scelta dei mezzi e nessun momento per la deliberazione”.
Era il celebre caso del vascello Caroline, una vicenda di confine tra Canada e Stati Uniti che aveva visto forze britanniche attaccare una nave americana in territorio statunitense.
E quelle parole, quel “Webster’s formula”, sarebbero diventate la pietra angolare del diritto internazionale consuetudinario, il faro che per generazioni ha guidato le nazioni nel delicatissimo discrimine tra ciò che è difesa e ciò che è aggressione, tra ciò che è lecito e ciò che è crimine.
Oggi, quel faro è offuscato.
La dottrina della guerra preventiva, quella che mira a neutralizzare minacce future ma non imminenti, potenziali ma non certe, speculative ma non verificate, non ha alcun fondamento giuridico nella Carta delle Nazioni Unite, quel documento che i vincitori della Seconda guerra mondiale scrissero con la consapevolezza ancora fresca degli orrori appena attraversati.
L’articolo 51, che rappresenta l’eccezione al divieto generale dell’uso della forza sancito dall’articolo 2, paragrafo 4, consente la legittima difesa solo “nel caso in cui abbia luogo un attacco armato”.
Non prima.
Non “nel caso in cui si sospetti che potrebbe aver luogo”.
Non “nel caso in cui si tema che possa verificarsi”.
Dopo.
Quando l’attacco è già avvenuto, quando il danno è già stato fatto, quando le vittime ci sono già state.
E anche l’interpretazione più estensiva, quella che alcuni giuristi hanno tentato di sostenere per giustificare interventi anticipati, resta ancorata al principio di imminenza codificato da Webster e mai formalmente superato da alcun trattato.
Eppure, la prassi internazionale degli ultimi decenni racconta una storia molto diversa, fatta di eccezioni che diventano regole, di violazioni che si trasformano in precedenti, di precedenti che si consolidano in consuetudini.
Nel 1981, Israele bombardò il reattore iracheno di Osirak, inaugurando quella che sarebbe poi stata chiamata “dottrina Begin”: il diritto unilaterale di colpire per prevenire la proliferazione nucleare, senza attendere alcuna autorizzazione internazionale, senza alcun mandato delle Nazioni Unite.
Nel 2003, l’invasione dell’Iraq da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti fu giustificata con la presenza di armi di distruzione di massa che non furono mai trovate, e lo stesso segretario generale dell’ONU Kofi Annan, uomo misurato e diplomatico, la definì senza mezzi termini “illegale”.
Nel 2007, nuovo raid israeliano in Siria, contro un impianto sospettato di ospitare attività nucleari.
Poi Stuxnet, il cyberattacco che sabotò le centrifughe iraniane di Natanz, aprendo la strada a una nuova dimensione della guerra preventiva, quella che si combatte con il codice informatico invece che con le bombe.
E ora, nel 2026, l’operazione Rising Lion di Israele e Midnight Hammer degli Stati Uniti, con sette bombardieri strategici B-2 partiti dal Missouri per sganciare quattordici bombe da trentamila libbre sui siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, nel cuore dell’Iran.
Ogni volta, la giustificazione è la stessa, ripetuta come un mantra: impedire che il nemico raggiunga un punto di non ritorno, bloccare sul nascere una minaccia che altrimenti diventerebbe incontrollabile.
Ogni volta, il diritto internazionale viene invocato e contemporaneamente violato, usato come scudo e come spada a seconda delle convenienze.
Ogni volta, l’idea che la pace possa nascere dall’annientamento preventivo del nemico, dalla sua neutralizzazione prima che diventi troppo forte, si fa strada nelle cancellerie e nei comandi militari, scalzando lentamente ma inesorabilmente la convinzione opposta: che solo la politica, con la sua fatica, i suoi compromessi, le sue lentezze, i suoi insuccessi, possa davvero costruire convivenza duratura tra i popoli.
Il cardinale Parolin, nell’intervista rilasciata ai media vaticani, mette il dito nella piaga con una lucidità che non ammette sconti e che meriterebbe di essere ascoltata ben oltre i confini delle sagrestie. “È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato”.
Non è un caso che queste parole arrivino dalla Santa Sede, osservatore permanente sulla scena internazionale, testimone silenzioso ma attentissimo del progressivo sgretolarsi di quell’architettura giuridica che i padri fondatori delle Nazioni Unite vollero per risparmiare ai figli gli orrori che loro stessi avevano vissuto sulla loro pelle.
La Santa Sede non ha eserciti, non ha interessi economici da difendere, non ha zone di influenza da preservare.
Forse per questo le sue parole hanno un peso diverso, una credibilità che altre voci faticano a conquistare.
C’è un altro passaggio dell’intervista che merita attenzione, e riguarda il doppiopesismo della comunità internazionale, quella selezione della compassione che offende la dignità di ogni essere umano.
“Ci sono casi in cui la comunità internazionale si indigna e si mobilita, e casi in cui invece non lo fa o lo fa molto più blandamente, dando l’impressione che esistano violazioni del diritto da sanzionare e altre da tollerare, vittime civili da deplorare e altre da considerare come danni collaterali”.
Parole pesanti come macigni, che denunciano una geografia variabile dell’indignazione, una morale internazionale che cambia a seconda del colore della pelle delle vittime, della latitudine in cui cadono le bombe, degli interessi in gioco.
Non ci sono morti di serie A e morti di serie B, ammonisce il cardinale con forza, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro, in un Paese ricco piuttosto che in uno povero.
E invece, nella pratica quotidiana delle relazioni internazionali, nei comunicati stampa delle cancellerie, nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, è esattamente questo che accade, con una regolarità che dovrebbe farci vergognare.
Il quadro si complica ulteriormente, se possibile, se si allarga lo sguardo alla metamorfosi in corso nell’ordine mondiale.
Il multipolarismo, parola che fino a ieri apparteneva al lessico specialistico degli analisti geopolitici e dei professori di relazioni internazionali, è oggi una condizione data, un dato di fatto con cui chiunque governi deve fare i conti quotidianamente.
Potenze emergenti come Cina, India, Brasile, Turchia, Arabia Saudita non chiedono più il permesso per agire sulla scena globale, non attendono più il benestare di Washington o Bruxelles.
Le alleanze non durano quanto le dichiarazioni solenni, ma si fanno e si disfano in base a convenienze contingenti, a calcoli di breve periodo, a opportunità che cambiano più velocemente delle stagioni.
Le crisi non si risolvono, si moltiplicano, si intrecciano, si alimentano l’una con l’altra in una spirale che sembra non avere fine.
E in questo scenario fluido, frammentato, spesso contraddittorio fino all’assurdo, le istituzioni multilaterali, quelle nate a San Francisco nel 1945, rischiano di diventare contenitori vuoti, gusci privi di sostanza, scenografie per conferenze che non decidono nulla.
Il G7 parla ancora con l’accento del Novecento, con il lessico di un mondo che non c’è più, mentre il G20 fatica a trovare sintesi tra visioni del mondo troppo distanti per poter convergere.
Le Nazioni Unite oscillano perennemente tra legittimità e impotenza, paralizzate dai veti incrociati dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che usano il loro privilegio non per garantire la pace ma per proteggere i propri interessi e quelli dei loro alleati.
I BRICS, un tempo club simbolico di economie emergenti più che altro sulla carta, hanno iniziato a sfidare più direttamente le istituzioni occidentali, allargandosi a nuovi membri, costruendo architetture finanziarie alternative, proponendo un ordine mondiale diverso, non necessariamente migliore ma certamente alternativo.
E in questo crogiuolo di poteri che si moltiplicano e si contendono influenza, il rischio concreto è che il policentrismo degeneri in frammentazione, e la coesistenza pacifica in competizione permanente, e la competizione in conflitto aperto.
C’è un passaggio, nell’analisi di chi osserva questi fenomeni con competenza, che merita di essere sottolineato con forza.
Si parla sempre più insistentemente, nei circoli che contano, di un possibile G2, un direttorio informale ma potentissimo composto da Stati Uniti e Cina, che gestisca le sorti del pianeta di comune accordo, relegando ai margini le altre potenze e cancellando di fatto ogni residuo di multilateralismo.
Per alcuni analisti, questa ipotesi rappresenterebbe “normativamente escludente e strategicamente vincolante”, un ritorno a logiche bipolari simili a quelle della Guerra Fredda, che mortificherebbero l’aspirazione a un mondo veramente multipolare e inclusivo.
Per altri, al contrario, è l’inevitabile conseguenza di un sistema che non regge più, e che cerca nuovi assi portanti per non crollare del tutto.
Quel che è certo è che, mentre si discute di geometrie variabili e nuovi equilibri, mentre si fanno e si disfano alleanze, mentre si scrivono e si riscrivono trattati, le bombe continuano a cadere e i civili a morire, e il diritto internazionale, quello che dovrebbe proteggere i deboli, viene calpestato ogni giorno un po’ di più.
E allora, di fronte a questo scenario che molti definirebbero apocalittico se non fosse semplicemente realistico, la domanda sorge spontanea, quasi obbligata: come si esce da questo vicolo cieco? Come si ricostruisce ciò che è stato distrutto? Il cardinale Parolin indica una strada, che è insieme realistica e visionaria, concreta e ideale, nella migliore tradizione della diplomazia vaticana che guarda al cielo senza mai perdere di vista la terra.
“Spero e prego che l’appello alla responsabilità che Papa Leone XIV ha rivolto domenica scorsa venga accolto e possa far breccia nei cuori di chi sta prendendo le decisioni. Auspico che cessi presto il rumore delle armi e si torni al negoziato. Non si deve svuotare il senso dei negoziati: è fondamentale concedere il tempo necessario affinché essi possano giungere a risultati concreti, operando con pazienza e determinazione”.
La pazienza e la determinazione.
Due virtù che sembrano fuori moda in un’epoca che pretende risposte immediate e soluzioni rapide, che vuole tutto e subito, che non tollera attese e considera il tempo un nemico da sconfiggere.
Eppure, proprio lì, in quella lentezza che la diplomazia richiede e che i media disprezzano, in quella fatica di discutere, negoziare, concedere, trovare compromessi, accettare soluzioni imperfette, risiede l’unica alternativa credibile alla spirale di violenza che ci sta risucchiando.
Perché se è vero, come scriveva Immanuel Kant nel 1795 nel suo celebre progetto per la pace perpetua, che “la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”, allora è altrettanto vero che nessuno, nemmeno il più potente, nemmeno la superpotenza con gli arsenali più impressionanti, può considerarsi al sicuro in un mondo in cui il diritto della forza ha sostituito la forza del diritto.
La sfida, oggi, è tutta qui, in questo bivio davanti al quale l’umanità si trova come già altre volte nella sua storia tormentata.
Ricostruire un ordine internazionale che tenga conto dei nuovi equilibri senza rinunciare ai principi fondamentali, che sappia includere le nuove voci senza cancellare le regole, che ritrovi la fiducia nei vincoli legali che limitano l’azione degli Stati, perché solo quei vincoli, solo quelle regole condivise, possono proteggere i deboli dai soprusi dei forti e impedire che la legge del più forte diventi l’unica legge.
Altrimenti, come ammoniva il Segretario generale dell’ONU António Guterres all’inizio dell’anno, con parole che oggi risuonano ancora più profetiche, “lo stato di diritto viene sostituito dalla legge della giungla”. E nella giungla, si sa da sempre, vince sempre il più feroce.
Non il più giusto.
E quando vince il più feroce, alla fine, perdono tutti.
RVSCB
Robert Von Sachsen Bellony

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