di Antonella Baiocchi, psicoterapeuta.
La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” sta scuotendo il dibattito pubblico.
Non entro nel merito dei fatti specifici – che devono essere accertati con rigore – ma come psicoterapeuta sento il dovere di porre una domanda di fondo: fino a che punto lo Stato può arrogarsi il diritto di stabilire quale sia il modo corretto di essere genitori?
È evidente che le istituzioni devono intervenire quando i minori sono esposti a maltrattamenti o abusi gravi. La tutela dei bambini è un dovere assoluto. Il problema nasce quando questa tutela rischia di trasformarsi nella pretesa di imporre un modello “giusto” di famiglia e di educazione.
Ogni genitore commette errori.
Ogni famiglia è imperfetta.
Il compito delle istituzioni dovrebbe essere rafforzare le parti sane della genitorialità e sostenere/puntellare quelle problematiche e non distruggere il legame tra genitori e figli.
Allontanare dei bambini dai propri genitori è una misura estrema.
È un trauma profondo e proprio per questo dovrebbe rappresentare l’ultima risorsa possibile, da utilizzare solo in presenza di situazioni realmente gravi e documentate.
Quando invece si arriva a separare i figli prima dal padre e poi anche dalla madre sulla base di presunte “verità assolute” su come si debba vivere o crescere un bambino, il rischio è che il sistema di tutela finisca per produrre un danno maggiore di quello che intende prevenire, trasformando lo Stato in una sorta di giudice delle famiglie, chiamato a stabilire dall’alto quale sia il modo corretto di vivere ed educare i figli.
C’è poi un curioso aspetto su cui riflettere.
Nel nostro Paese esistono da anni situazioni di evidente sfruttamento dei minori sotto gli occhi di tutti: bambini utilizzati per l’accattonaggio, cresciuti in condizioni di marginalità estrema o coinvolti in dinamiche di sfruttamento familiare.
Eppure su questi fenomeni l’intervento dello Stato appare spesso molto più timido di quello adottato nel caso della “famiglia nel bosco”.
Perché tanta determinazione nel colpire alcune famiglie e tanta prudenza in contesti socialmente più complessi o conflittuali?
Forse perché è più facile esercitare il potere dove c’è meno capacità di difendersi?
Anche per questo la vicenda della “famiglia nel bosco” merita un dibattito serio e non ideologico.
La tutela dei minori e il rispetto della complessità delle relazioni familiari sono principi sacrosanti che non dovrebbero mai trasformarsi in controllo ideologico sulle famiglie.
Separare un bambino dai propri genitori non è mai una decisione neutra: è un trauma che lascia segni profondi. Quando questa scelta viene presa con leggerezza o sulla base di modelli educativi ritenuti “corretti” in senso assoluto, il sistema rischia di trasformarsi da strumento di protezione in strumento di abuso istituzionale sui minori.
Resta infine un interrogativo politico e istituzionale.
Di fronte a una vicenda che ha sollevato tanto clamore mediatico e tante domande nel Paese, qualcuno si chiede anche perché dal presidente del CSM Mattarella, non sia arrivata alcuna riflessione sul delicato equilibrio tra tutela dei minori e libertà educativa delle famiglie.
Sono domande scomode.
Ma quando si parla di bambini, le domande scomode sono spesso le più necessarie.



















