I numeri raccontano una città che funziona. E anche piuttosto bene, almeno guardando al turismo. Nel 2025 Roma ha superato i livelli pre-pandemia con 22,9 milioni di arrivi e 52,9 milioni di presenze. Il dato, basato sulle rilevazioni dell’Ente Bilaterale del Turismo del Lazio e diffuso dal Campidoglio, non è una sorpresa totale. Semmai è la conferma di una tendenza che va avanti da qualche anno.
Roma è tornata stabilmente tra le grandi destinazioni europee. Fin qui, niente di nuovo. Il punto è cosa succede intorno a questi numeri, perché è lì che la città sta cambiando davvero.
Non succede tutto insieme, e forse è anche per questo che si nota meno. Però succede. A partire dalle case.
Negli ultimi anni una parte sempre più consistente delle abitazioni, soprattutto nelle zone centrali, è stata destinata alla locazione di breve periodo. Non è un fenomeno esclusivamente romano, ma qui ha un peso diverso. Anche per come è fatta la città, per la concentrazione di luoghi simbolo, per la facilità con cui alcune aree diventano attrattive.
Piattaforme come Airbnb hanno reso tutto più immediato. E più conveniente. Non è solo una questione tecnologica: è proprio un cambio di logica. Diversi operatori immobiliari lo dicono da tempo, gli affitti brevi rendono di più, spesso molto di più, rispetto a quelli tradizionali. E a quel punto la scelta diventa quasi automatica.
Il risultato, però, non si misura tanto nel numero di case. Quelle, in gran parte, restano. Cambia il modo in cui vengono usate. Ed è qui che il tema si complica.
Perché trovare casa, soprattutto con un contratto stabile, è diventato più difficile. Non impossibile, ma decisamente più complicato rispetto a qualche anno fa. E questa non è una percezione isolata.
Nel centro storico e in quartieri come Trastevere o Monti la trasformazione è sotto gli occhi di tutti, anche senza bisogno di grandi analisi. Cambiano le attività, cambiano i flussi, cambia il ritmo della giornata. Di giorno visitatori, la sera movida, ma sempre meno presenza stabile.
È una dinamica che comitati di quartiere e associazioni segnalano da tempo. Non sempre con gli stessi toni, ma con una preoccupazione di fondo condivisa: la progressiva riduzione della componente residenziale.
Non è un caso che il tema sia ormai discusso anche altrove. In diverse città europee si stanno introducendo limiti agli affitti brevi o sistemi di registrazione più stringenti. Non per fermare il turismo, ma per contenerne gli effetti collaterali.
A Roma, invece, il confronto è ancora aperto. E non è semplice, perché il turismo resta una risorsa fondamentale. Però, allo stesso tempo, è sempre più difficile ignorare quello che sta succedendo.
E forse è proprio questo il punto. Non tanto se il turismo debba crescere o meno, ma quanto una città riesca a reggere questo tipo di crescita senza cambiare troppo natura.
Roma oggi non è in difficoltà. Anzi. È una città che attrae, che produce, che funziona. Però è anche una città che si sta trasformando, pezzo dopo pezzo.
E questa trasformazione, ormai, non è più invisibile.
Si vede nelle porte che non si aprono più per chi rientra, ma per chi arriva.
Si vede nei contratti che durano settimane invece che anni.
Si vede nei quartieri che restano pieni, ma sempre meno abitati.
Alla fine, la questione è tutta qui.
Non nei numeri, che continueranno probabilmente a crescere.
Ma in una domanda molto più semplice, e molto meno comoda:
quanto spazio resta, oggi, per chi a Roma vuole semplicemente viverci non attraversarla.
Fonte dati: EBTL (Ente Bilaterale del Turismo del Lazio), diffusi da Roma Capitale.
Alberto Acampora




















