Pasqua, si sa, va a braccetto con la primavera. Così come, nella nostra Capitale, in questo periodo le mammole romanesche si affiancano alla coratella e le uova sode alla corallina. Nel giorno della Resurrezione di Cristo, la tradizione romana, infatti, si è sempre intrecciata con l’abbondanza e la pienezza, necessarie a festeggiare la rinascita primaverile e cristiana.
Questo avviene perché, storicamente, il sovraccarico glucidico e lipidico tipico dei pasti pasquali arriva come risultato dell’ammontare di fioretti, digiuni e astinenze realizzati durante la Quaresima. In modo diverso, a seconda della propria concezione religiosa e in maniera differente in base ai periodi storici, è solito imporsi un divieto alimentare (e non solo) durante il periodo pre-pasquale. O almeno, sarebbe più giusto dire, che era usuale.
Ad oggi, purtroppo, il secolarismo e la contemporaneità hanno distrutto l’osservanza dei precetti religiosi. Inoltre, l’allontanamento dai canoni cristiani sta gettando nel dimenticatoio tutta quella serie di usi e costumi capitolini che caratterizzavano anche i non credenti. Questi ultimi, infatti, seppur ignari del motivo religioso che li scatenava, avevano comunque assorbito l’abitudine periodica di seguire la tradizione, con i suoi modi e le sue ricorrenze.
Tutto ciò, ad oggi, sta scemando. Si manifesta nelle scuole il diritto a celebrare il Ramadan e si dimentica l’importanza della Quaresima; si corre nei pub a festeggiare “irlandamente” la festa di San Patrizio e si dimentica di celebrare San Giorgio col suo drago — sono esclusi i lombardi con il loro meraviglioso pan meino —; si rovescia la Giornata della donna, da data simbolica, a ludico e gallinaceo corteo tra spogliarellisti, e si perde la funzione del Mercoledì delle Ceneri.
Insomma, tutto sta venendo meno, tutto sta per essere soppiantato da qualcosa di imposto, di esterno, di ultra-sociale, sempre più soffocante, rispetto alla tradizione tramandata.
Mi auguro che, in queste deleterie trasformazioni, la nostra colazione rimanga. Prego affinché la corallina, di tradizione capitolina e d’origine norcina, possa continuare ad allietare i palati con il suo sapore deciso, i suoi lardelli scivolosi e il suo inconfondibile gusto speziato. Prego affinché perduri ogni anno la bollitura delle uova sode, simbolo cristiano di rigenerazione. Prego affinché la pizza al formaggio della Città Eterna, di sviluppo medievale e monastico, abbia sempre la capacità di diffondere quella meravigliosa fragranza di pecorino tra le mura domestiche, senza farsi annichilire dal ricchissimo casatiello napoletano. Prego affinché la montatissima pizza sbattuta dolce possa ritornare ad essere preparata dai nostri concittadini assieme alla meravigliosa torta tiburtina, il cui profumo avvolgente dell’anice non stordisce più nessuno.
Prego di trovare ancora uomini sfidare lo stomaco e gustare la coratella con i carciofi di prima mattina. Prego che questo meraviglioso piatto sia perennemente rispettato e preparato secondo criterio: prima i polmoni, poi il cuore, segue il fegato e, per ultimi, i rognoncini. Prego che il gusto ferroso del piatto sia addolcito dai carciofi romaneschi ben scelti, senza spine, sodi e frondosi. Prego religiosamente e laicamente per tutti voi, sperando che la Santa Pasqua vi ricordi di privilegiare prima la terra e la tradizione in cui siete sorti. “Urbi et Orbi”, così benedirà il Pontefice domenica mattina, nella consueta tradizione liturgica. “A Roma e al mondo”. Ma prima di tutto a lei, l’Eterna, che vi genera, accoglie, tutela e protegge. E proprio per questo, prima di tutti, andrebbe rispettata assieme alla sua immensa e adorabile tradizione.




















