Città del Vaticano – Mentre i missili continuano a cadere su Gaza e le trincee ucraine restano insanguinate, mentre la corsa al riarmo accelera senza che nessuna voce autorevole sembri più in grado di porre un argine, il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, sceglie il trimestrale «Dialoghi» dell’Azione Cattolica Italiana per pronunciare parole che suonano come un atto di accusa.
Non un’intervista di circostanza, ma un’analisi lucida e spietata dello stato di salute della comunità internazionale. «È un’utopia – dice senza mezzi termini – pensare che la pace sia garantita dalle armi e dagli equilibri imposti dal più forte, piuttosto che dagli accordi internazionali». E poi, con la fermezza che da sempre contraddistingue la diplomazia vaticana, ribadisce la posizione della Santa Sede: «Noi crediamo fermamente che gli arsenali vadano svuotati, a partire da quelli nucleari».
Non è la prima volta che il cardinale Parolin alza la voce contro la follia del riarmo, e probabilmente non sarà l’ultima. Ma le sue parole, in questo scorcio di aprile 2026, assumono un peso particolare. I negoziati per il controllo degli armamenti sono da tempo arenati, e la minaccia di una escalation nucleare – che molti speravano sepolta con la Guerra Fredda – è tornata a profilarsi all’orizzonte con contorni inquietanti.
Parolin non nasconde la sua preoccupazione per il mancato rinnovo degli accordi sulla progressiva riduzione delle armi atomiche, un fatto che, a suo avviso, ha dato «ancora più mano libera alla costruzione di strumenti di morte micidiali, in grado di annientare la vita sulla terra». Di fronte a questa deriva, il porporato lancia un appello: servono più voci di pace, più voci contro la follia della corsa al riarmo, più voci che si levano in favore dei fratelli più poveri. E indica una direzione precisa, quella di nuovi modelli economici – ispirati alla giustizia e alla cura dei più deboli – in opposizione all’«idolatria del denaro» che troppo spesso detta le regole del gioco.
Ma il quadro tracciato dal Segretario di Stato non si ferma alla denuncia del riarmo. È un affresco che abbraccia le crisi più drammatiche del nostro tempo, e lo fa senza timore di chiamare in causa i grandi della terra. Parolin definisce la guerra in Ucraina «una ferita nel cuore dell’Europa cristiana», e confida un’impressione che molti condividono ma pochi hanno il coraggio di esprimere: che non sia sufficientemente avvertita la devastazione provocata da questo conflitto, l’enorme prezzo in vite umane, la distruzione di città e infrastrutture.
È una constatazione amara, che si accompagna a una critica altrettanto lucida su quanto accade a Gaza. «Molti governi – osserva – si sono indignati per gli attacchi contro i civili ucraini da parte dei missili e dei droni russi, imponendo sanzioni agli aggressori. Non mi sembra che sia accaduto lo stesso con la tragedia della distruzione di Gaza».
Ecco il punto. Parolin smaschera senza reticenze l’«utilizzo di doppi standard» che rivela il «primato della potenza» come cifra dominante delle relazioni internazionali.
Un primato che fa sì che il diritto internazionale venga invocato soltanto quando fa comodo, e spudoratamente ignorato in troppe altre occasioni. Alla base di questa deriva, secondo il cardinale, c’è una crisi profonda della diplomazia, apparsa «muta, incapace di attivare strumenti alternativi», soppiantata dalla logica brutale del più forte. «Sembra venuta meno – sottolinea – la coscienza del valore della pace, la coscienza della tragicità della guerra, la coscienza dell’importanza di regole condivise e del rispettarle». Parole pesanti, che in bocca al numero due del Vaticano assumono il valore di un’autentica denuncia profetica.
Di fronte a uno scenario così desolante, il Segretario di Stato rivendica però la fiducia della Santa Sede nelle organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite. «Riteniamo che le organizzazioni internazionali siano fondamentali per frenare la logica del più forte», afferma, pur riconoscendo che il sistema dei veti ne ha limitato l’efficacia.
L’alternativa, ammonisce, è il passaggio «dalla forza del diritto al diritto della forza», una deriva catastrofica che nessuno può permettersi di accettare. Quanto al cosiddetto Board of Peace – un organismo internazionale nato per mediare i conflitti – la Santa Sede non vi ha aderito, ma mantiene «aperto il dialogo con i Paesi che ne fanno parte, giacché è disposta a fare il possibile per favorire la pace e la ricostruzione, in stretta collaborazione con la Chiesa cattolica in Terra Santa».
E su questo punto Parolin è categorico: «Non è possibile decidere il futuro della Striscia ignorando i suoi legittimi abitanti che sono cittadini dello Stato di Palestina, un’entità da salvaguardare di fronte a ogni volontà di annessione, che è contraria alle risoluzioni delle Nazioni Unite e ai principi basilari della giustizia».
L’intervista tocca poi altre emergenze geopolitiche. Sulla Groenlandia, dopo le recenti e roboanti dichiarazioni del presidente Trump che ha ventilato un’annessione, Parolin osserva che la vicenda ha «portato il popolo groenlandese a una rinnovata coscienza della propria identità», pur apprezzando lo sforzo congiunto del governo danese e di quello autonomo dell’isola per trovare un’intesa con gli Stati Uniti.
Sull’Iran, ribadisce la necessità di rispettare i diritti umani e le legittime istanze della popolazione, «coltivando con pazienza il dialogo e la pace». Sulla Cina, ricorda che «il dialogo continua, nonostante le difficoltà», e precisa che l’accordo del 2018 non è un concordato ma riguarda esclusivamente la nomina dei vescovi. «Il fatto che oggi in Cina i vescovi siano tutti in comunione con il Papa è fondamentale», sottolinea, rivendicando un risultato diplomatico di non poco conto.
Non manca un passaggio sulla comunicazione e sui social media, che Parolin descrive come luoghi in cui troppo spesso si fa strada «un linguaggio di odio, sprezzante, non rispettoso dell’altro», capace di generare paura e di alimentare la ricerca di «nemici» immaginari o reali. «Come cristiani – conclude – dobbiamo opporci a questa deriva con la nostra testimonianza quotidiana: l’odio, la guerra, la violenza iniziano quando dimentichiamo il volto dell’altro».
Le armi parlano sempre più forte e la diplomazia appare spesso ridotta a una comparsa silenziosa, la voce del cardinale Parolin è una di quelle che ancora non si è rassegnata al silenzio.
Non è la voce di chi lancia anatemi o si rifugia in astratte condanne moralistiche. È la voce di chi conosce i dossier, frequenta i palazzi del potere, ha negoziato in prima persona crisi internazionali, e proprio per questo può permettersi di dire che la pace non si costruisce con i missili, che gli arsenali vanno svuotati, che i doppi standard sono intollerabili. Una voce che in questo tempo di venti di guerra risuona come un richiamo alla responsabilità per tutti: governanti, popoli, istituzioni. Perché senza la coscienza del valore della pace, senza la capacità di vedere il volto dell’altro, ogni trattato è solo carta straccia.
E la storia, lo abbiamo imparato a nostre spese, non perdona chi si è illuso di poterla addomesticare con la forza.
RVSCB



















