La scena si ripete identica da decenni, come un copione logoro che nessuno ha mai avuto il coraggio di riscrivere. Un imprenditore onesto riceve una cartella esattoriale per tasse mai dovute, un piccolo commerciante aspetta dieci anni una sentenza che doveva arrivare in due, un padre separato vede i figli allontanati da un giudice che non ha mai ascoltato la sua versione.
Ogni giorno migliaia di cittadini italiani attraversano i corridoi dei palazzi di giustizia con un groppo in gola, sapendo che la bilancia non sempre pende dalla parte della verità. La magistratura, custode della legalità, si trasforma talvolta in un labirinto dove i diritti si perdono, le cause si trascinano all’infinito e le sentenze sembrano uscite da un sorteggio più che da una ponderata valutazione delle prove. Non è un attacco generico, è un grido soffocato da troppe storie vere, troppe vite rovinate, troppe ingiustizie taciute.
Il cuore del problema risiede in quella lentezza che diventa diniego di giustizia. Una causa civile può durare mediamente otto anni, un processo penale cinque, un ricorso amministrativo sei. Nell’attesa, le aziende falliscono, le famiglie si dissolvono, i malati muoiono prima di vedere riconosciuto il loro diritto. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia centinaia di volte per la durata irragionevole dei processi, eppure nulla cambia. I magistrati si lamentano della carenza di organico, delle riforme sbagliate, dei tagli alla giustizia. Ma nessuno chiede conto a loro della produttività, della qualità delle sentenze, della preparazione professionale. Un giudice che sbaglia non paga mai, non viene mai trasferito, non viene mai sanzionato se non nei casi più eclatanti e dopo anni di ricorsi. L’impunità della toga è forse il più grande scandalo del sistema.
C’è poi la questione più delicata: l’interpretazione creativa delle leggi. Un magistrato può decidere che un reato esiste anche quando la legge non lo prevede, può allargare a dismisura le maglie della custodia cautelare, può distruggere la reputazione di un cittadino con un’ordinanza che la stampa riporta a caratteri cubitali per poi assolverlo in aula dopo cinque anni. In questo teatrino, la presunzione di innocenza diventa una formula priva di sostanza. L’Italia è l’unico paese europeo in cui un politico o un imprenditore finiscono in carcere sulla base di indizi che in Francia o in Germania non reggerebbero nemmeno un’ora. La carcerazione preventiva, utilizzata con abbondanza criminale, trasforma l’imputato in colpevole prima ancora del dibattimento. E quando arriva l’assoluzione, nessuno restituisce gli anni persi, le aziende distrutte, le famiglie lacerate.
La gestione delle carriere, poi, è un capitolo a parte. I magistrati si autogovernano attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura, un organo che ha mostrato più volte i suoi limiti. Le correnti interne spartiscono i posti di potere, le promozioni premiano la fedeltà più che il merito, i concorsi per diventare giudici sono blindati da dinastie familiari che si tramandano la professione da generazioni. In questo sistema chiuso, l’errore giudiziario viene considerato un rischio professionale, non una colpa. I risarcimenti milionari per ingiuste detenzioni li pagano i cittadini, non i magistrati che hanno sbagliato. Nessun meccanismo di responsabilità civile o disciplinare funziona davvero. La legge Vassalli del 1988, che avrebbe dovuto introdurre la responsabilità civile dei magistrati, è rimasta sulla carta per anni e quando finalmente entrata in vigore è stata resa inoffensiva da interpretazioni restrittive.
Un altro aspetto intoccabile riguarda la formazione e l’aggiornamento professionale. Entrare in magistratura significa passare un concorso durissimo, per lo più basato sulla memoria e sulla capacità di ripetere nozioni libresche. Una volta entrati, però, l’obbligo di formazione continua è un miraggio. Molti giudici non frequentano corsi di aggiornamento, non conoscono le nuove tecnologie, non sanno nulla di economia o di finanza ma si trovano a giudicare fallimenti e bancarotte. La conseguenza è una giurisprudenza farraginosa, piena di contraddizioni, dove sulla stessa materia si trovano venti sentenze diverse in venti tribunali diversi. Il cittadino non sa mai a quale giudice toccherà in sorte, e questo trasforma la giustizia in una lotteria.
Il paradosso finale è che chi denuncia questi mali viene tacciato di populismo giudiziario o di voler attentare all’indipendenza della magistratura. Ma l’indipendenza non significa irresponsabilità. Un potere così forte, senza controlli efficaci e senza sanzioni tangibili, è una minaccia per la democrazia. La separazione dei potori non è una patente di immunità. La storia insegna che nessun potere assoluto è rimasto immune dalla corruzione, dall’arbitrio, dalla degenerazione. La magistratura italiana, con le sue eccellenze e i suoi eroi, ha anche un versante oscuro fatto di conformismo, di carrierismo, di giustizialismo mediatico. Parlarne non è un attacco, è un dovere civico.
Forse il rimedio più efficace sarebbe una riforma che introduca la responsabilità civile diretta dei magistrati, una revisione del sistema di autogoverno per renderlo più trasparente e meritocratico, una drastica riduzione dei tempi processuali attraverso l’informatizzazione e la specializzazione dei giudici. Ma la volontà politica sembra mancare, e le corporazioni sanno difendersi bene. Nell’attesa, la giustizia continua ad essere un privilegio per pochi, un lusso che molti non possono permettersi. E la mala gestio resta lì, invisibile e impunita, a divorare la fiducia dei cittadini nello stato di diritto.
Finché le toghe parleranno, ma non ascolteranno, la bilancia rimarrà in eterno equilibrio instabile, e la verità, quella vera, continuerà a giacere nelle polverose cartelle dei processi mai celebrati.
RVSCB




















